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Spazio personale DrGaus

Ad maiora
October 22

Il trionfo della Verità

Continuiamo ad assistere in questi giorni alle inopportune dichiarazioni di esponenti ebraici sulla figura di papa Pacelli. Io da parte mia non considero ormai più da anni la giornata della memoria..... sono stufo di vedere commiserato un popolo che nella storia ha solo generato danni. Chiedetevi perchè le città europee costruivano ghetti... Ve lo dico io: usura, omicidio rituale e odio alla fede cristiana. Non si possono usare due pesi e due misure... papa Pio XII che si impegnava a togliere più vittime possibili dalla carneficina nazista deve passare per diretto responsabile a causa di un suo silenzio, che effettivamente non c'è stato.... da non dimenticare i radiomessaggi contro la guerra e contro le stragi. e non vengono neppure citati gli ebrei collaborazionisti che per salvarsi, condannarono a morire i loro fratelli! oppure al giorno d'oggi si ci dimentica che in India i cristiani vengono uccisi e le Chiese bruciate....
In onore della verità presto pubblicherò notizie sui martiri cristiani infanti, (omicidio rituale) in odio al Cattolicesimo.

Ancora menzogne su Pio XII

P. Lombardi: la didascalia su Pio XII a Yad Vashem non ostacola un viaggio papale
Dichiarazione in cui parla anche della causa di beatificazione

CITTA' DEL VATICANO, domenica, 19 ottobre 2008.- La didascalia della fotografia di Pio XII al museo di Yad Vashem di Gerusalemme non è ciò che impedisce un viaggio di Benedetto XVI in Terra Santa, ha reso noto padre Federico Lombardi, S.I., portavoce della Sala Stampa della Santa Sede.

In una dichiarazione emessa questo sabato sera, il sacerdote gesuita ha commentato "alcuni dispacci di agenzia" relativi alla didascalia e alla causa di beatificazione di Papa Pacelli.

La scritta che accompagna la foto di Pio XII nel museo israeliano, definendolo responsabile del "silenzio" e "dell'assenza di linee guida" per denunciare l'Olocausto , è già stata in passato oggetto di obiezioni da parte del rappresentante della Santa Sede in Israele (cfr. ZENIT, 15 aprile 2007).

"E' auspicabile quindi che sia oggetto di una nuova obiettiva e approfondita considerazione da parte dei responsabili del museo", spiega padre Lombardi.

"Tuttavia - per quanto rilevante - non si può considerare questo fatto come determinante per una decisione su un eventuale viaggio del Santo Padre nella Terra Santa, viaggio che - com'è noto - è nei desideri del Papa, ma per ora non è stato ancora concretamente programmato", ha aggiunto nella sua dichiarazione.

Quanto alla causa di beatificazione, il portavoce vaticano ha ripetuto "quanto detto ancora recentemente", ovvero "che il Papa non ha a tutt'oggi firmato il decreto sulle virtù eroiche del Servo di Dio Pio XII, firma che è la premessa per la prosecuzione dell'iter della causa".

"Ciò - ha concluso - è oggetto da parte sua di approfondimento e di riflessione, e in questa situazione non è opportuno cercare di esercitare su di lui pressioni in un senso o nell'altro".

La fotografia di Pio XII è stata esposta per la prima volta con l'apertura del nuovo museo Yad Vashem nel 2005.

Padre Peter Gumpel, relatore nella causa di beatificazione di Pio XII, ha detto in passato a ZENIT che "Pio XII conta su milioni di persone che lo stimano e lo venerano, anche tra gli ebrei, e che considerano offensivo e contrario ai fatti storici quanto scritto e riportato nella didascalia in questione".

"E' quantomai evidente e dimostrato dalle stesse fonti ebraiche che è stato proprio l'allora Cardinale Eugenio Pacelli e poi Pontefice Pio XII a mettere in piedi e gestire una rete di assistenza per proteggere e salvare gli ebrei perseguitati. La bibliografia pubblicata a tal proposito è vastissima".

"Che dire di Golda Meir, di Albert Einstein, di Israel Zolli, di tutti i dirigenti delle maggiori associazioni ebraiche mondiali che hanno ringraziato Pio XII alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Sono tutti apologeti?".

October 21

Pio XII e il giovane Andreotti

Il ruolo del giovane Andreotti tra il 1940 e il 1943

Pio XII
e la Sinistra cristiana


Andreotti. La vita di un uomo politico, la storia di un'epoca (Milano 2008) scritto dal notista politico del "Corriere della Sera". Ne pubblichiamo uno stralcio tratto dal secondo capitolo.

"Andreottino" aveva una freccia d'oro nel proprio arco:  era stimatissimo da Pio XII. E per il pontefice lui nutriva un'autentica venerazione.

Era affascinato da quella figura alta e sottile, ieratica, severa.
Eugenio Pacelli ricambiava la disponibilità e la devozione del presidente della Fuci accordandogli grande fiducia e trattandolo con una confidenza invidiatissima (...) Era il leader dei giovani cattolici affiliati all'associazione che veniva definita "la pupilla del papa". Ed era anche un ragazzo attento a quanto si muoveva ai margini dei gruppi religiosi ufficiali. Costituiva un'antenna preziosa, intelligente e discreta, per captare i fermenti che affioravano nel mondo cattolico romano.
Ce n'erano. C'era soprattutto la saldatura, avvenuta nel 1940, tra gli iscritti al circolo "Dante e Leonardo", come Adriano Ossicini e Paolo Pecoraro, futuro sacerdote, e gli ex studenti del liceo Visconti che gravitavano intorno alla "Scaletta". Erano schegge dell'Azione cattolica, che però tendevano a rifiutare l'atteggiamento della Chiesa verso il fascismo. Non volevano condannare moralmente il regime, ma sparargli addosso. Non erano marxisti, ma li attirava l'idea di un abbraccio tra cattolici e comunisti per buttar giù Mussolini. Si definivano movimento della Sinistra cristiana, avevano dato vita a un "Partito cooperativista sinarchico". E rappresentavano un assillo costante per il papa, terrorizzato all'idea che la malattia del comunismo contagiasse la gioventù cattolica.
Franco Rodano, Fedele D'Amico, Marisa Cinciari, Luciano Barca, Tonino Tatò, Silvia Pintor (sorella di Luigi, futuro fondatore del quotidiano "il manifesto") non nascondevano di avere contatti con il movimento comunista clandestino. E Andreotti cercò di cucire una tela di dialogo per non farli precipitare nell'inferno ideologico. Diventò non solo il loro interlocutore, ma di fatto il tramite fra la Santa Sede e quei ragazzi "in errore grave", ma che il papa considerava "in buona fede". In Vaticano, quel suo ruolo di mediazione gli procurò l'accusa tipica della curia, di "comunisteggiare". Giulio il papalino si sta corrompendo - si malignava sottovoce -, scivola a sinistra.
Forse avevano letto un paio di suoi articoli di fondo usciti su "Azione Fucina" il 25 luglio e il 25 ottobre 1942. Erano editoriali sul magistero sociale della Chiesa. Si delineava una terza posizione cattolica fra marxismo e capitalismo:  ma con una forte critica verso l'egoismo dei ricchi e un larvato nostra culpa per i ritardi culturali del mondo cattolico. Andreotti ricordava "la propaganda bolscevica (...) quella figura - riprodotta in giornali e riviste - del Cristo posto tra un gruppo di minimizzati "proletari" e un manipolo di "capitalisti"" scriveva il 25 luglio in un articolo intitolato Verso i poveri. "Gesù", faceva notare Andreotti "era rappresentato in atto di coprire gli occhi dei poveri per dar modo ai ricchi di togliere dalle loro tasche anche l'ultimo soldo; sotto, la scritta "Il Paravento"". La cosa singolare è che Andreotti sembrava in qualche modo giustificare quella propaganda. "Non ci siamo resi conto che molto tardi di questo aspetto più strettamente sociale del problema della evangelizzazione nel mondo (...) osserviamo solo" aggiungeva "che accanto al socialismo ateo c'è, senza dubbio, anche un ateismo - non meno accentuato - del capitalismo egoista, di fronte al quale la condanna è parimenti netta e severa". Era una vera filippica contro le deviazioni filocapitaliste di una parte del mondo cattolico, e una difesa appassionata delle ragioni dei poveri. "La dottrina della proprietà assoluta è un'offesa all'ordine della natura ed è storicamente non secondaria causa del sorgere del comunismo" scriveva. Tra i rimedi indicava la predicazione del pensiero sociale della Chiesa, "l'obbedienza alla Chiesa e al papa" e "un grande amore per i poveri". Citando L'appello ai ricchi apparso su "L'Osservatore romano" e firmato da Giorgio La Pira, propugnava un "programma rivoluzionario ma non riservato a pochi eletti".
Andreotti fu costretto a scegliere molto presto, però. Nel 1943 il Movimento dei cattolici comunisti stringeva i propri rapporti con il Pci, al punto che molti dei suoi membri venivano considerati una sorta di corrente esterna di quel partito. Rodano e i suoi manifestavano l'intenzione di far proseliti proprio in ambienti come quello della Fuci:  e questo per il Vaticano era ancora più pericoloso. Sul giornale del gruppo, "Pugno chiuso", una testata emblematica, Rodano rivolse un appello ai cattolici. La polizia arrestò tutti i redattori. Ma Rodano si salvò grazie all'ospitalità di Sergio Paronetto, un dirigente dell'Iri che Andreotti aveva conosciuto tramite De Gasperi:  erano stati insieme a casa sua, in via Reno, al quartiere Trieste. La rete delle amicizie e delle solidarietà teneva ancora, a dispetto delle crescenti divergenze.
Fu chiaro quando, nella primavera di quell'anno, i giovani della Sinistra cristiana tentarono una manifestazione in piazza San Pietro e furono di nuovo arrestati. Ossicini non venne rilasciato come gli altri:  rimase a Regina Coeli, in segregazione. E Andreotti, il "giovane vecchio" malato di prudenza, fece per lui una cosa imprevedibile:  corse al Viminale per chiedere che fosse scarcerato, senza riuscire neanche a farsi ricevere. Non era ancora nessuno. E per tutto il periodo in cui Ossicini rimase in prigione, gli portò le torte di frutta che gli preparava la madre Rosa. "Sono stato l'unico a godere in contemporanea del Soccorso rosso e del Soccorso vaticano" raccontava Ossicini mezzo secolo dopo.
Ma il "Soccorso vaticano" lo doveva sorprendere di nuovo per il tempismo con il quale gli fece arrivare 6.000 lire il 24 luglio 1943, appena uscito da Regina Coeli. Giulio aveva fatto funzionare i suoi buoni rapporti col papa. E non soltanto in quell'occasione:  era riuscito anche a evitare una condanna papale in pubblico contro i cattolici comunisti. Sapeva che Pio XII avrebbe parlato a un gruppo di operai, e lo cercò senza riuscirci. Gli lasciò un bigliettino chiedendogli di non toccare l'argomento. Papa Pacelli lo accontentò. Vedendolo alcune settimane dopo a un'udienza, fissò negli occhi Andreotti e gli chiese:  "Andava bene?".
Andava bene, ma era l'ultima volta. La frattura con il movimento della Sinistra cristiana stava per subire un'accelerazione. Il progetto politico democristiano prendeva forma man mano che si intuiva il tramonto fascista. Pio XII era meno incline a fare lo spettatore di fronte a un dialogo semieretico fra il presidente della Fuci e quella razza ibrida e inquietante di marxisti-cristiani. E poi, Andreotti aveva tirato un colpo gobbo che aveva fatto irritare il papa:  una lettera apparsa su "Azione Fucina" nell'estate del 1943. Era firmata Rino Cameracanna:  un nome fittizio, pare, dietro il quale si nascondeva "Giulietto" in persona.
E il contenuto puzzava di eresia. Cameracanna chiedeva quale atteggiamento dovessero tenere i cattolici davanti a una rivoluzione.
Notava che l'elevazione sociale ed economica delle classi povere equivaleva a un'ascesa del "quarto stato, il popolo, al potere". Si spingeva a dire che l'enciclica Rerum Novarum forse era "condizionata e motivata dal manifesto dei comunisti". Contrapponeva al gradualismo della dottrina sociale della Chiesa e dei messaggi pontifici la forza della rivoluzione. Era solo una lettera, ma la sua pubblicazione rappresentava una scelta precisa. E nella risposta Andreotti si limitò a invitare il misterioso Cameracanna a leggere il quindicinale. Per il resto, "nessuno dei due darà del lavoro ai padri del Santo Uffizio". In realtà, i Cameracanna che con altri nomi militavano nel gruppo dei cattolici comunisti erano già all'indice. L'ombra del Pci ormai si allungava sull'esperienza della Sinistra cristiana. Il 16 ottobre 1943 Andreotti scrisse a Rodano, ed era un congedo dal dialogo di quegli anni. Un congedo amichevole, nel quale Giulio faceva notare con tono di rimprovero che gli era stato fatto credere che si trattasse di un movimento culturale; che aveva difeso Rodano, Ossicini e gli altri al punto che "a qualcuno è sorto finanche il sospetto che io appoggiassi una causa nella quale ero coinvolto". Gli avevano procurato non poche grane, inutile nasconderlo. E adesso era il momento di guardarsi in faccia, di ricapitolare e di salutarsi da buoni amici, ma anche da avversari politici. Lo ordinava il papa, e lo chiedeva la futura Dc degasperiana.

October 20

Benedetto XVI ricorda il predecessore nel cinquantesimo della morte

Papa Pacelli difese la pace e preparò il concilio Vaticano II


Benedetto XVI ha presieduto giovedì mattina, 9 ottobre, nella basilica vaticana, la concelebrazione eucaristica nel cinquantesimo anniversario della morte del servo di Dio Pio XII. La Sede del Papa è stata collocata al pilone di fronte alla statua di san Pietro, sotto la quale era stato sistemato il pulpito ornato con rose rosse.

Signori Cardinali,
venerati Fratelli nell'Episcopato e nel Sacerdozio,
cari fratelli e sorelle!
Il brano del libro del Siracide ed il prologo della Prima Lettera di san Pietro, proclamati come prima e seconda lettura, ci offrono significativi spunti di riflessione in questa celebrazione eucaristica, durante la quale facciamo memoria del mio venerato predecessore, il Servo di Dio Pio XII. Sono passati esattamente cinquant'anni dalla sua morte, avvenuta nelle prime ore del 9 ottobre 1958. Il Siracide, come abbiamo ascoltato, ha ricordato a quanti intendono seguire il Signore che devono prepararsi ad affrontare prove, difficoltà e sofferenze. Per non soccombere ad esse - egli ammonisce - occorre un cuore retto e costante, occorre fedeltà a Dio e pazienza unite a inflessibile determinazione nel proseguire nella via del bene. La sofferenza affina il cuore del discepolo del Signore, come l'oro viene purificato nella fornace. "Accetta quanto ti capita - scrive l'autore sacro - e sii paziente nelle vicende dolorose, perché l'oro si prova con il fuoco e gli uomini ben accetti nel crogiolo del dolore" (2,4-5).
San Pietro, per parte sua, nella pericope che ci è stata proposta, rivolgendosi ai cristiani delle comunità dell'Asia Minore che erano "afflitti da varie prove", va anche oltre:  chiede loro di essere, ciò nonostante, "ricolmi di gioia" (1 Pt 1, 6). La prova è infatti necessaria, egli osserva, "affinché il valore della vostra fede, assai più preziosa dell'oro - destinato a perire e tuttavia purificato col fuoco -, torni a vostra lode, gloria e onore quando Gesù Cristo si manifesterà" (1 Pt 1, 7). E poi, per la seconda volta, li esorta ad essere lieti, anzi ad esultare "di gioia indicibile e gloriosa" (v. 8). La ragione profonda di questo gaudio spirituale sta nell'amore per Gesù e nella certezza della sua invisibile presenza. È Lui a rendere incrollabile la fede e la speranza dei credenti anche nelle fasi più complicate e dure dell'esistenza.
Alla luce di questi testi biblici possiamo leggere la vicenda terrena di Papa Pacelli e il suo lungo servizio alla Chiesa iniziato nel 1901 sotto Leone XIII, e proseguito con san Pio X, Benedetto XV e Pio XI. Questi testi biblici ci aiutano soprattutto a comprendere quale sia stata la sorgente da cui egli ha attinto coraggio e pazienza nel suo ministero pontificale, svoltosi negli anni travagliati del secondo conflitto mondiale e nel periodo susseguente, non meno complesso, della ricostruzione e dei difficili rapporti internazionali passati alla storia con la qualifica significativa di "guerra fredda".
"Miserere mei Deus, secundum magnam misericordiam tuam":  con questa invocazione del Salmo 50/51 Pio XII iniziava il suo testamento. E continuava:  "Queste parole, che, conscio di essere immeritevole e impari, pronunciai nel momento in cui diedi, tremando, la mia accettazione alla elezione a Sommo Pontefice, con tanto maggior fondamento le ripeto ora". Mancavano allora due anni alla sua morte. Abbandonarsi nelle mani misericordiose di Dio:  fu questo l'atteggiamento che coltivò costantemente questo mio venerato Predecessore, ultimo dei Papi nati a Roma ed appartenente ad una famiglia legata da molti anni alla Santa Sede. In Germania, dove svolse il compito di Nunzio Apostolico, prima a Monaco di Baviera e poi a Berlino sino al 1929, lasciò dietro di sé una grata memoria, soprattutto per aver collaborato con Benedetto xv al tentativo di fermare "l'inutile strage" della Grande Guerra, e per aver colto fin dal suo sorgere il pericolo costituito dalla mostruosa ideologia nazionalsocialista con la sua perniciosa radice antisemita e anticattolica. Creato Cardinale nel dicembre 1929, e divenuto poco dopo Segretario di Stato, per nove anni fu fedele collaboratore di Pio xi, in un'epoca contrassegnata dai totalitarismi:  quello fascista, quello nazista e quello comunista sovietico, condannati rispettivamente dalle Encicliche Non abbiamo bisogno, Mit brennender Sorge e Divini Redemptoris.
"Chi ascolta la mia parola e crede... ha la vita eterna" (Gv 5, 24). Questa assicurazione di Gesù, che abbiamo ascoltato nel Vangelo, ci fa pensare ai momenti più duri del pontificato di Pio XII quando, avvertendo il venir meno di ogni umana sicurezza, sentiva forte il bisogno, anche attraverso un costante sforzo ascetico, di aderire a Cristo, unica certezza che non tramonta. La Parola di Dio diventava così luce al suo cammino, un cammino nel quale Papa Pacelli ebbe a consolare sfollati e perseguitati, dovette asciugare lacrime di dolore e piangere le innumerevoli vittime della guerra. Soltanto Cristo è vera speranza dell'uomo; solo fidando in Lui il cuore umano può aprirsi all'amore che vince l'odio. Questa consapevolezza accompagnò Pio XII nel suo ministero di Successore di Pietro, ministero iniziato proprio quando si addensavano sull'Europa e sul resto del mondo le nubi minacciose di un nuovo conflitto mondiale, che egli cercò di evitare in tutti i modi:  "Imminente è il pericolo, ma è ancora tempo. Nulla è perduto con la pace. Tutto può esserlo con la guerra", aveva gridato nel suo radiomessaggio del 24 agosto 1939 (AAS, XXXI, 1939, p. 334).
La guerra mise in evidenza l'amore che nutriva per la sua "diletta Roma", amore testimoniato dall'intensa opera di carità che promosse in difesa dei perseguitati, senza alcuna distinzione di religione, di etnia, di nazionalità, di appartenenza politica. Quando, occupata la città, gli fu ripetutamente consigliato di lasciare il Vaticano per mettersi in salvo, identica e decisa fu sempre la sua risposta:  "Non lascerò Roma e il mio posto, anche se dovessi morire" (cfr. Summarium, p.186). I familiari ed altri testimoni riferirono inoltre delle privazioni quanto a cibo, riscaldamento, abiti, comodità, a cui si sottopose volontariamente per condividere la condizione della gente duramente provata dai bombardamenti e dalle conseguenze della guerra (cfr. A. Tornielli, Pio XII, Un uomo sul trono di Pietro). E come dimenticare il radiomessaggio natalizio del dicembre 1942? Con voce rotta dalla commozione deplorò la situazione delle "centinaia di migliaia di persone, le quali, senza veruna colpa propria, talora solo per ragione di nazionalità o di stirpe, sono destinate alla morte o ad un progressivo deperimento" (AAS, XXXV, 1943, p. 23), con un chiaro riferimento alla deportazione e allo sterminio perpetrato contro gli ebrei. Agì spesso in modo segreto e silenzioso proprio perché, alla luce delle concrete situazioni di quel complesso momento storico, egli intuiva che solo in questo modo si poteva evitare il peggio e salvare il più gran numero possibile di ebrei. Per questi suoi interventi, numerosi e unanimi attestati di gratitudine furono a lui rivolti alla fine della guerra, come pure al momento della morte, dalle più alte autorità del mondo ebraico, come ad esempio, dal Ministro degli Esteri d'Israele Golda Meir, che così scrisse:  "Quando il martirio più spaventoso ha colpito il nostro popolo, durante i dieci anni del terrore nazista, la voce del Pontefice si è levata a favore delle vittime", concludendo con commozione:  "Noi piangiamo la perdita di un grande servitore della pace".
Purtroppo il dibattito storico sulla figura del Servo di Dio Pio XII, non sempre sereno, ha tralasciato di porre in luce tutti gli aspetti del suo poliedrico pontificato. Tantissimi furono i discorsi, le allocuzioni e i messaggi che tenne a scienziati, medici, esponenti delle categorie lavorative più diverse, alcuni dei quali conservano ancora oggi una straordinaria attualità e continuano ad essere punto di riferimento sicuro. Paolo vi, che fu suo fedele collaboratore per molti anni, lo descrisse come un erudito, un attento studioso, aperto alle moderne vie della ricerca e della cultura, con sempre ferma e coerente fedeltà sia ai principi della razionalità umana, sia all'intangibile deposito delle verità della fede. Lo considerava come un precursore del Concilio Vaticano II (cfr. Angelus del 10 marzo 1974). In questa prospettiva, molti suoi documenti meriterebbero di essere ricordati, ma mi limito a citarne alcuni. Con l'Enciclica Mystici Corporis, pubblicata il 29 giugno 1943 mentre ancora infuriava la guerra, egli descriveva i rapporti spirituali e visibili che uniscono gli uomini al Verbo incarnato e proponeva di integrare in questa prospettiva tutti i principali temi dell'ecclesiologia, offrendo per la prima volta una sintesi dogmatica e teologica che sarebbe stata la base per la Costituzione dogmatica conciliare Lumen gentium.
Pochi mesi dopo, il 20 settembre 1943, con l'Enciclica Divino afflante Spiritu stabiliva le norme dottrinali per lo studio della Sacra Scrittura, mettendone in rilievo l'importanza e il ruolo nella vita cristiana. Si tratta di un documento che testimonia una grande apertura alla ricerca scientifica sui testi biblici. Come non ricordare quest'Enciclica, mentre sono in svolgimento i lavori del Sinodo che ha come tema proprio "La Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa"? Si deve all'intuizione profetica di Pio XII l'avvio di un serio studio delle caratteristiche della storiografia antica, per meglio comprendere la natura dei libri sacri, senza indebolirne o negarne il valore storico. L'approfondimento dei "generi letterari", che intendeva comprendere meglio quanto l'autore sacro aveva voluto dire, fino al 1943 era stato visto con qualche sospetto, anche per gli abusi che si erano verificati. L'Enciclica ne riconosceva la giusta applicazione, dichiarandone legittimo l'uso per lo studio non solo dell'Antico Testamento, ma anche del Nuovo. "Oggi poi quest'arte - spiegò il Papa - che suol chiamarsi critica testuale e nelle edizioni degli autori profani s'impiega con grande lode e pari frutto, con pieno diritto si applica ai Sacri Libri appunto per la riverenza dovuta alla parola di Dio". Ed aggiunse:  "Scopo di essa infatti è restituire con tutta la possibile precisione il sacro testo al suo primitivo tenore, purgandolo dalle deformazioni introdottevi dalle manchevolezze dei copisti e liberandolo dalle glosse e lacune, dalle trasposizioni di parole, dalle ripetizioni e da simili difetti d'ogni genere, che negli scritti tramandati a mano pei molti secoli usano infiltrarsi" (AAS, XXXV, 1943, p. 336).
La terza Enciclica che vorrei menzionare è la Mediator Dei, dedicata alla liturgia, pubblicata il 20 novembre 1947. Con questo Documento il Servo di Dio dette impulso al movimento liturgico, insistendo sull'"elemento essenziale del culto", che "deve essere quello interno:  è necessario, difatti, - egli scrisse - vivere sempre in Cristo, tutto a Lui dedicarsi, affinché in Lui, con Lui e per Lui si dia gloria al Padre. La sacra Liturgia richiede che questi due elementi siano intimamente congiunti... Diversamente, la religione diventa un formalismo senza fondamento e senza contenuto". Non possiamo poi non accennare all'impulso notevole che questo Pontefice impresse all'attività missionaria della Chiesa con le Encicliche Evangelii praecones (1951) e Fidei donum (1957), ponendo in rilievo il dovere di ogni comunità di annunciare il Vangelo alle genti, come il Concilio Vaticano II farà con coraggioso vigore. L'amore per le missioni, peraltro, Papa Pacelli lo aveva dimostrato sin dall'inizio del pontificato quando nell'ottobre 1939 aveva voluto consacrare personalmente dodici Vescovi di Paesi di missione, tra i quali un indiano, un cinese, un giapponese, il primo Vescovo africano e il primo Vescovo del Madagascar. Una delle sue costanti preoccupazioni pastorali fu infine la promozione del ruolo dei laici, perché la comunità ecclesiale potesse avvalersi di tutte le energie e le risorse disponibili. Anche per questo la Chiesa e il mondo gli sono grati.
Cari fratelli e sorelle, mentre preghiamo perché prosegua felicemente la causa di beatificazione del Servo di Dio Pio XII, è bello ricordare che la santità fu il suo ideale, un ideale che non mancò di proporre a tutti. Per questo dette impulso alle cause di beatificazione e canonizzazione di persone appartenenti a popoli diversi, rappresentanti di tutti gli stati di vita, funzioni e professioni, riservando ampio spazio alle donne. Proprio Maria, la Donna della salvezza, egli additò all'umanità quale segno di sicura speranza proclamando il dogma dell'Assunzione durante l'Anno Santo del 1950. In questo nostro mondo che, come allora, è assillato da preoccupazioni e angosce per il suo avvenire; in questo mondo, dove, forse più di allora, l'allontanamento di molti dalla verità e dalla virtù lascia intravedere scenari privi di speranza, Pio XII ci invita a volgere lo sguardo verso Maria assunta nella gloria celeste. Ci invita ad invocarla fiduciosi, perché ci faccia apprezzare sempre più il valore della vita sulla terra e ci aiuti a volgere lo sguardo verso la meta vera a cui siamo tutti destinati:  quella vita eterna che, come assicura Gesù, possiede già chi ascolta e segue la sua parola. Amen!


Ad perpetuam rei memoriam

In memoria di Pio XII


Nelle prime ore di giovedì 9 ottobre 1958, mezzo secolo fa, si spegneva Pio XII. La morte arrivò, dopo una malattia lunga e intermittente, quando stava per compiersi il ventesimo anno del suo pontificato, un pontificato difficile e grande che seppe attraversare il periodo più buio del Novecento - quello dell'affermazione dei totalitarismi, dello sterminio del popolo ebraico nel cuore dell'Europa, della più spaventosa tragedia bellica mai vissuta e della successiva divisione del mondo in campi duramente contrapposti durante la guerra fredda. Il Papa romano, la cui figura alta e ieratica era divenuta familiare al mondo grazie ai nuovi mezzi di comunicazione, morì invece nella solitudine notturna della residenza pontificia di Castel Gandolfo, tradito dal suo medico che ignobilmente vendette le immagini dell'agonia.
Eugenio Pacelli era nato il 2 marzo 1876, nella Roma appena divenuta italiana, mentre si stava concludendo il lunghissimo pontificato di Pio ix, e giovane prete entrò al servizio, secondo la tradizione familiare, della Santa Sede. Da allora, la sua vita fu ancor più strettamente legata alla Chiesa di Roma, alla diplomazia pontificia e alla sua opera di pace:  negli organismi vaticani, poi nelle nunziature tedesche durante il tempo oscuro che - accanto a prove di rivoluzione comunista - vide nascere e maturare il nazionalsocialismo, e ancora una volta, definitivamente, a Roma. Qui fu cardinale segretario di Stato di Pio xi, qui fu eletto come suo successore in un conclave brevissimo, primo romano (e primo segretario di Stato) dopo oltre due secoli a divenire Papa.
Uomo di pace, Pio XII fu costretto dal precipitare degli eventi a essere Pontefice in tempo di guerra, inerme vescovo di Roma. E affrontò la tragedia bellica come nessun leader del suo tempo fece. Anche di fronte alla mostruosa persecuzione degli ebrei, in un silenzio consapevole e sofferto che fu finalizzato all'efficacia di un'opera di carità e di soccorso indiscutibile. Come scrisse su "The Tablet" il cardinale Montini commentando l'ormai montante denigrazione del Pontefice rilanciata da un drammaturgo tedesco:  "Un atteggiamento di condanna e di protesta, quale costui rimprovera al Papa di non avere adottato, sarebbe stato, oltre che inutile, dannoso; questo è tutto". E il governo della Chiesa doveva continuare:  la Divino afflante Spiritu, l'enciclica che autorizzò il rinnovamento degli studi biblici, venne pubblicata - basti ricordare solo questo - in piena guerra.
L'opera di pace e di guida del cattolicesimo continuò instancabile dopo il conflitto, espressa simbolicamente dall'anno santo che cadde a metà del secolo - con la proclamazione del dogma dell'Assunzione di Maria - e dai due grandi concistori che avviarono l'internazionalizzazione di una Chiesa ormai sempre più mondiale, mentre importanti riforme procedevano in ambito dottrinale, liturgico, ecumenico. Parallelamente, il Papa sosteneva, da una parte, la democrazia e l'opposizione al totalitarismo comunista e, dall'altra, l'incipiente costruzione europea.
Il peso della guerra e il desiderio di cancellarne anche il ricordo gravarono presto sull'immagine di Pio XII, facilitando dopo la morte il diffondersi della leggenda nera di un Papa insensibile di fronte alla Shoah o addirittura filonazista, costruzione inconsistente dal punto di vista storico prima ancora che denigratoria. Analogamente, la diversità innegabile con il suo successore non autorizza - nemmeno dal punto di vista storico - la contrapposizione con Giovanni XXIII che venne costruita artificiosamente e che pesa tuttora sulla Chiesa, minandone la continuità. Quella Chiesa che Pio XII seppe servire fino all'ultimo e che ha il dovere di conservarne la memoria.

August 07

Trasfigurazione del Signore

Trasfigurazione del Signore

6 agosto

La liturgia romana leggeva il brano evangelico riferito all'episodio della trasfigurazione il sabato delle Quattro Tempora di Quaresima, mettendo così in relazione questo
mistero con quello della passione. Lo stesso evangelista Matteo inizia il racconto con le parole: «Sei giorni dopo» (cioè dopo la solenne confessione di Pietro e il primo
annuncio della passione), «Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni, suo fratello, e li condusse sopra un alto monte, in disparte. E si trasfigurò davanti a loro:
il suo volto risplendette come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce». C'è in questo episodio una netta contrapposizione all'agonia dell'orto del Getsemani.
La trasfigurazione, che fa parte del mistero della salvezza, è ben degna di una celebrazione liturgica che la Chiesa, sia in Occidente come in Oriente, ha comunque
celebrato in vario modo e in date differenti, finché papa Callisto III elevò di grado la festa, estendendola alla Chiesa universale. 

Martirologio Romano: Festa della Trasfigurazione del Signore, nella quale Gesù Cristo, il Figlio Unigenito, l’amato dell’Eterno Padre, davanti ai santi Apostoli Pietro,
Giacomo e Giovanni, avendo come testimoni la legge ed i profeti, manifestò la sua gloria, per rivelare che la nostra umile condizione di servi da lui stesso assunta era
stata per opera della grazia gloriosamente redenta e per proclamare fino ai confini della terra che l’immagine di Dio, secondo la quale l’uomo fu creato, sebbene corrotta
 in Adamo, era stata ricreata in Cristo.

La liturgia romana leggeva il brano evangelico riferito all'episodio della trasfigurazione il sabato delle Quattro Tempora di Quaresima, mettendo così in relazione questo
 mistero con quello della passione. Lo stesso evangelista Matteo inizia il racconto con le parole: "Sei giorni dopo" (cioè dopo la solenne confessione di Pietro e il primo
annuncio della passione), "Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni, suo fratello, e li condusse sopra un alto monte, in disparte. E si trasfigurò davanti a loro: il suo
 volto risplendette come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce". C'è in questo episodio una netta contrapposizione all'agonia dell'orto del Getsemani.
E’ evidente l'intenzione di Gesù di offrire ai tre apostoli un antidoto che fortificasse in loro la certezza della sua divinità durante la terribile prova della passione.
L'alto monte, non meglio identificato nel Vangelo, è quasi concordemente ritenuto il Tabor, che si erge nel cuore della Galilea e domina la pianura circostante. La data
è da collocarsi tra la Pentecoste ebraica e la festa delle Capanne, nel secondo anno di vita pubblica, il 29, nel periodo dedicato da Gesù in modo particolare alla
formazione degli apostoli. Quella montagna isolata era infatti molto propizia alle grandi meditazioni, nel silenzio solenne delle cose e nell'aria rarefatta che mitigava
 la calura estiva. E in questa suggestiva cornice Gesù si offrì alla vista dei tre prescelti in tutto lo splendore del suo corpo glorioso, quale sarebbe dovuto apparire in
ogni istante per la naturale conseguenza della visione beatifica di cui godeva perennemente la sua anima, se per un miracolo d'amore e di umiltà non avesse costretto
la propria umanità dentro l'involucro mortale, per offrire il suo corpo passibile di dolore in sacrificio al Padre per la nostra redenzione.
Con questa soprannaturale visione Gesù dava una conferma alla confessione di Pietro: "Tu sei il Cristo, Figlio del Dio vivente". Quell'attimo di gloria sovrumana era la
caparra della gloria della risurrezione: "Il Figlio dell'uomo verrà nella gloria del Padre suo". Lo stesso tema del colloquio con Mosè ed Elia era la conferma dell'annunzio
della passione e della morte del Messia. La trasfigurazione, che fa parte del mistero della salvezza, è ben degna di una celebrazione liturgica che la Chiesa, sia in
Occidente come in Oriente, ha comunque celebrato in vario modo e in date differenti, finché papa Callisto III elevò di grado la festa, estendendola alla Chiesa universale,
per ricordare la vittoria riportata nel 1456 a Belgrado contro i Turchi e di cui giunse notizia a Roma il 6 agosto.

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July 11

Festa di s. Benedetto 2

 

16. Il chierico liberato dal demonio

 Sempre in quel torno di tempo c'era nella chiesa di Aquino un chierico tormentato dal demonio e il suo venerando vescovo Costanzo l'aveva mandato in molti luoghi ai sepolcri dei martiri, per ottenere la grazia della liberazione. Ma i santi martiri non gli vollero concedere questo dono, perché ancora una volta si manifestasse quanta fosse la grazia di Benedetto. Lo condussero dunque al santo e questi effondendosi in preghiera al Signore Gesù Cristo senza indugio lo liberò dell'antico nemico. Però subito dopo avergli resa la guarigione il santo gli diede questa ammonizione. "Adesso torna pure a casa; d'ora innanzi però non mangiare mai carne e non ardire di accedere agli ordini sacri perché nello stesso giorno sarai dato di nuovo in balia del demonio". Il chierico risanato partì e si mantenne fedele agli avvisi dell'uomo di Dio perché, come spesso succede, un recente castigo tiene stretto l'animo in impressione e paura. Ma dopo parecchi anni, osservando che i più anziani di lui erano ritornati al Signore e i chierici più giovani gli andavano avanti nella carriera ecclesiastica, non tenne più conto delle parole dell'uomo di Dio, quasi dimenticate per il lungo tempo, e si presentò a ricevere l'ordine sacro. Ma il diavolo che lo aveva lasciato, subito ne riprese possesso e non cessò di tormentarlo fino a togliergli persino la vita.

Pietro: Se Benedetto poté vedere che quel chierico era stato dato in balìa del diavolo perché non osasse accedere agli ordini sacri, vuol dire che questo uomo di Dio riusciva a penetrare anche nei divini segreti?

Gregorio: è chiaro che riusciva a conoscere i segreti di Dio, proprio perché osservava i precetti di Dio. Non sta scritto, infatti: "Chi è unito al Signore, forma un solo spirito con lui"?

Pietro: Ma allora, se chi è unito al Signore forma un unico spirito con lui, come mai l'esimio banditore del Vangelo dice: "Chi ha conosciuto il pensiero del Signore e chi fu suo consigliere?". Mi pare che non sia molto logico che uno ignori il pensiero di colui col quale forma un unico spirito.

Gregorio.-

Ai santi, nella misura che sono un solo spirito col Signore, non è ignoto il pensiero di lui. Infatti lo stesso apostolo dice: "Chi, fra gli uomini, conosce le cose dell'uomo, se non lo spirito dell'uomo che è in lui? Così anche nessuno conosce le cose di Dio se non lo spirito di Dio".E per dimostrare che egli conosceva le cose di Dio, aggiunse: "Noi non abbiamo ricevuto lo spirito di questo mondo, ma lo spirito che viene da Dio". E poco dopo aggiunge: "Occhio non vide, orecchio non udì, né entrò mai nel cuore dell'uomo ciò che Dio ha preparato per quelli che l'amano. A noi Dio l'ha rivelato per mezzo dello spirito suo".

Pietro: Se dunque all'Apostolo furono rivelate le cose di Dio, come mai poco prima aveva esclamato: "O sublime ricchezza della sapienza e della scienza di Dio! quanto incomprensibili sono i suoi pensieri e imperscrutabili le sue vie!"? Ma mentre dico questo, un'altra questione mi sorge alla mente. Il Profeta David dice al Signore: "Con le mie labbra esalto tutti i giudizi della tua bocca!". Certamente il poter anche esprimere è più che il solo conoscere: e allora perché Paolo afferma che i giudizi di Dio sono incomprensibili, mentre Davide attesta che non solo li conosce, ma di averli anche proclamati con la sua bocca?

Gregorio:

Rifletti bene e vedrai che ad ambedue le questioni ti ho già brevemente risposto quando ti ho detto che i santi, in quanto sono uniti intimamente a Dio, non ignorano il pensiero di Dio. Tutti quelli che con pietà seguono il Signore, proprio per questo sono uniti col Signore, ma siccome sono ancora gravati dal peso del corpo corruttibile, non sono ancora con lui. Perciò, in quanto sono uniti con lui, conoscono i segreti di Dio; ma in quanto ne sono disgiunti, li ignorano. Poiché dunque non penetrano ancora perfettamente i suoi segreti, essi confessano che i pensieri di lui sono incomprensibili; essendo però uniti a lui con l'anima, ricevendo luce o dalla Sacra Scrittura o da private rivelazioni, h conoscono e una volta conosciuti li esprimono pure. In poche parole: i giudizi che Dio loro nasconde, non h conoscono, quelli che Dio loro rivela, li conoscono. Per questo, quando Davide dice: "Con le mie labbra ho espresso tutti i pensieri" vi aggiunge subito: "della tua bocca".Vuole dire chiaramente così: "lo ho potuto conoscere e proclamare i tuoi giudizi, ma solo quelli che tu apertamente mi hai rivelati; perché quelli che tu non rivela vuol dire che li vuoi tener nascosti alla nostra conoscenza". Vanno dunque pienamente d'accordo le parole del profeta e dell'Apostolo: i pensieri di Dio sono incomprensibili, ma dopo che sono stati rivelati dalla bocca di lui, possono essere proclamati da labbra umane; possono cioè essere conosciuti e proclamati davanti a tutti; solo quelli però che Dio ha rivelato; gli altri no, rimangono occulti.

Pietro: Ti ho fatto queste obiezioni perché avevo qualche piccolo dubbio: ora la questione è perfettamente chiarita. E adesso, ti rimane ancora qualche altra cosa da dire sulle virtù del nostro santo? Continua pure.

 

17. Predice la distruzione del suo monastero

 In seguito ai consigli del Padre Benedetto, era venuto alla vita monastica un nobile di nome Teoprobo, e il santo aveva con lui una confidente familiarità, perché era uomo di integerrimi costumi. Entrò un giorno nella stanzetta del Maestro e lo trovò che spargeva amarissime lacrime. Attese a lungo in silenzio, ma le lacrime non accennavano a finire. Appena però si accorse che l'uomo di Dio non piangeva per fervore di orazione, come spesso gli succedeva, ma per un grave dolore, si avvicinò e gli chiese il motivo di tanto cordoglio. Rispose subito l'uomo di Dio: "Tutto questo monastero che io ho costruito e tutte le cose che ho preparato per i fratelli, per disposizione di Dio Onnipotente, sono destinate in preda ai barbari. A gran fatica sono riuscito ad ottenere che, di quanto è in questo luogo, mi siano risparmiate le vite". Le parole che allora Teoprobo ascoltò, noi le vediamo oggi avverate: ci è giunta difatti la notizia che proprio di recente il monastero è stato distrutto dai Longobardi. Sono entrati difatti in monastero di notte, . durante il riposo dei fratelli, hanno rapinato ogni cosa, ma non sono riusciti a impadronirsi di una sola persona. Dio onnipotente ha così mantenuto quel che aveva promesso al fedele servo Benedetto, che cioè dando il monastero in balìa dei barbari, avrebbe però custodito le vite. Mi sembra che in questa circostanza Benedetto possa paragonarsi all'apostolo Paolo: allorché tutte le cose della sua nave andarono in fondo al mare, egli ottenne la consolazione di veder salva la vita di tutti quelli che lo accompagnavano.

 

18. Il furto del bariletto di vino

Ti ricorderai certamente di quel certo Esilarato, che visse qui tra noi come monaco. Egli un giorno fu mandato dal suo padrone al monastero a portare all'uomo di Dio due recipienti di legno, chiamati volgarmente fiasconi, pieni di vino. Durante il viaggio ne nascose uno lungo la via e l'altro lo presentò al Padre. L'uomo di Dio, a cui i fatti anche lontani non eran nascosti, accettò ringraziando quel solo bariletto; mentre però il servo stava per riprender la via del ritorno, gli diede questo avviso: "Stai attento, figlio, a non bere a quel fiascone che hai nascosto; inclinalo invece con cautela e vedrai cosa c'è dentro". L'altro restò sorpreso assai da quelle parole e si mise in cammino. Sulla via di ritorno volle accertarsi sugli avvisi del santo: inclinò il recipiente e subito ne scivolò fuori una serpe. Spaventato e impressionato da quella brutta sorpresa, si pentì per il sotterfugio che aveva commesso.

 

19. I fazzoletti delle monache

Non molto lontano dal monastero era una contrada, ove, per la predicazione di Benedetto, un notevole numero di gente si era convertita dal culto degli idoli alla fede di Dio. C'era lì un gruppetto di donne consacrate e il servo di Dio aveva cura di mandarvi spesso i suoi monaci per assistere spiritualmente quelle anime. Un giorno ne mandò uno, secondo il consueto. Terminata la piccola conferenza, il monacello, pregato da quelle sante donne, accettò alcuni fazzoletti e se li nascose in seno. Appena tornato al monastero, il servo di Dio prese a rimproverarlo con estrema severità: "Come mai - gli andava ripetendo come mai ti è entrata in petto l'iniquità?".Quegli rimase profondamente stupito e non ripensando a quel che aveva fatto, non capiva bene i motivi del rimprovero. Glieli fece capire il santo dicendogli: "E non ero io presente quando hai accettato quei fazzoletti dalle serve di Dio e poi l'hai nascosti nel seno?". Subito allora il monaco si gettò ai suoi piedi e chiedendo perdono per aver agito senza prudenza, trasse fuori dal petto i fazzoletti che vi aveva nascosto.

 

20. Il pensiero superbo del piccolo monaco

 Un giorno il venerabile Padre, già sull'ora del vespro, prendeva un po' di cibo e un suo monaco, figlio di un avvocato, gli reggeva la lucerna davanti alla tavola. Mentre l'uomo di Dio mangiava e quello se ne stava lì in piedi a servirlo facendogli lume, chiuso nella taciturnità, cominciò a ruminare nell'animo pensieri di superbia, dicendo in cuor suo: "E chi è costui che io lo debba assistere mentre mangia, reggergli la lucerna e prestargli servizio? Sono proprio uno che deve fare il servo?". Voltandosi all'improvviso verso di lui, il servo di Dio lo prese vivamente a rimproverare: "Fatti un segno di croce sul cuore, fratello! Che vai rimuginando nella mente? fatti un segno di croce!". Chiamati subito altri monaci, ordinò che gli togliessero dalle mani la lucerna, dicendo poi a lui di desistere pure da quel servizio e di sedersi tranquillamente al suo posto. In seguito, interrogato dai fratelli che cosa avesse avuto nel cuore, il monaco raccontò umilmente tutto quello che, in silenzio, aveva formulato contro il servo di Dio. Apparve allora ancor più manifesto che nulla si poteva nascondere al venerabile Benedetto, perché alle sue orecchie giungeva persino il suono delle parole anche soltanto pensate.

 

21. La farina alle porte del monastero

 Una grande carestia era sopravvenuta in quei tempi nelle regioni della Campania e la grande penuria di alimenti metteva un po' tutti in strettezze. Anche nel monastero di Benedetto il grano era finito: i pani erano già stati quasi tutti consumata, tanto che un giorno allora della refezione non più di cinque ne furon trovati. Il venerabile Padre osservò i volti non troppo sereni e volle correggere con dolce rimprovero il loro scoraggiamento e in più, a loro sollievo, aggiunse una promessa: "Ma perché ve la state a prendere tanto per la scarsezza del pane? Oggi, è vero, ce n'è poco: ma domani vedrete quanta abbondanza ne avremo!". Il giorno seguente si trovarono davanti alla porta del monastero duecento sacchi di farina e fino ad oggi rimane ancora da sapere a quali misteriose persone l'onnipotente Dio abbia dato l'incarico di portarli. I fratelli resero infinite grazie al Signore e dopo quella prova impararono a non dubitare mai più della Provvidenza neanche nei tempi di strettezze.

Pietro: ti faccio una domanda: dobbiamo pensare che il servo di Dio aveva di continuo il dono della profezia, oppure veniva illuminato solo ad intervalli di tempo?

Gregorio:

lo penso, Pietro, che lo spirito di profezia non illumina in modo continuo la mente dei profeti. E' scritto che lo Spirito Santo "spira dove vuole"; così deve anche ammettersi che spira quando vuole. Questa è la ragione per cui Natan, interrogato dal re se gli era permesso di costruire il tempio, prima assentì e poi lo proibì. Così pure, anche per Eliseo quando vide la donna che piangeva e non conoscendone i motivi, disse al servo che voleva allontanarla: "Lasciala stare, perché si vede che ha una grande pena, ma non so quali ne siano le cause perché il Signore non me le ha rivelate". Se Dio dispone così, lo fa per misericordiosa provvidenza, perché ora concedendo e ora sottraendo il dono della profezia, eleva e allo stesso tempo custodisce le anime dei profeti, così che quando ricevono il dono percepiscano quello che Dio opera in loro, e quando vengono privati del carisma conoscano quanto valgono da se stessi.

Pietro: Le tue ragioni mi convincono che deve essere proprio così. Riprendiamo di nuovo i racconti del Padre Benedetto, se ancora ne hai in mente qualche altro.

 

22. Una fabbrica regolata in visione

Gregorio: Un'altra volta fu pregato da un buon cristiano di mandare alcuni discepoli in un fondo di sua proprietà presso Terracina, perché vi voleva costruire un monastero. Acconsentì volentieri: scelse dei monaci, e nominò chi doveva essere l'Abate e chi il secondo dopo di lui. Al momento della partenza prese questo impegno: "Adesso voi partite subito: il tal giorno verrò io pure e vi indicherò dove dovrete edificare la cappella, dove il refettorio, dove la foresteria per gli ospiti e dove gli altri ambienti necessari". Quelli, ricevuta la benedizione, si misero in cammino. Intanto nell'attesa impaziente del giorno stabilito, cominciarono a preparare tutte quelle cose che sembravano loro necessarie per coloro che avrebbero accompagnato il venerato Padre. Ma nella stessa notte in cui cominciava il giorno della promessa, l'uomo di Dio apparve in sogno al santo uomo da lui designato come Abate e al suo Priore e tracciò loro, con le più minuziose indicazioni, le singole posizioni che conveniva dare a ciascun ambiente. Appena svegliati si raccontarono a vicenda quanto avevano visto. Credettero meglio però farsi una risatella su questa visione che non meritava nessuna importanza e attesero ansiosi la promessa venuta dell'uomo di Dio. Ma il giorno stabilito non venne nessuno. Un po' contrariati e rattristati tornarono dal santo a dirgli: "E com'è, Padre, che non sei venuto? Siamo stati tanto ad aspettare! Ci avevi promesso che saresti venuto ad indicarci dove e come dobbiamo fare le costruzioni. Com'è?". Ed egli a loro: "Perché, fratelli, parlate così? 'E proprio vero che non sono venuto, secondo la promessa?". "E quando sei venuto?". "Ma non vi ricordate che tutti e due mi avete visto durante il sonno e vi ho tracciato la posizione dei singoli locali? Su, su, tornate, e costruite pure ogni reparto del monastero proprio come avete veduto nella visione...". Figuriamoci la loro meraviglia! Tornarono con gioia al detto podere e costruirono le singole parti del monastero come la rivelazione aveva loro indicato.

Pietro: Io ho qualche dubbio. Vorrei sapere in che modo egli poté andare lontano ad istruire persone che dormivano e queste udirlo in visione e riconoscerlo.

Gregorio:

come mai, Pietro, rimani perplesso, esaminando come si è svolto il fatto? Lo capirai se ricorderai prima di tutto che lo spirito è di sua natura molto più agile del corpo. Difatti, per testimonianza della Scrittura, sappiamo che un profeta fu levato in alto in Giudea col pranzo che portava e in un batter d'occhio deposto in Caldea e poi, dopo aver ristorato col cibo un altro profeta, di nuovo si trovò in Giudea. Se Abacuc in un istante poté andare così lontano col suo corpo e portare anche un pranzo, perché meravigliarsi che il Padre Benedetto abbia ottenuto di recarsi in spirito ad indicare le diverse necessità allo spirito di monaci addormentati? Come il profeta era andato col corpo a consegnare cibo corporale, così Benedetto fu presente con lo spirito per organizzare cose di vita spirituale.

Pietro: la tua risposta ha cancellato, direi quasi con la mano, tutti i miei dubbi. Vorrei adesso sapere quale era il suo modo di parlare ordinario.

 

23. Le monache riconciliate per mezzo del Sacrificio

 Gregorio: Era difficile, Pietro, che anche il parlare ordinario del santo non fosse pieno di prodigiosa efficacia, perché il suo cuore era elevato a cose alte e quindi non c'era parola della sua bocca che cadesse invano. Anche quando gli capitò di pronunciare qualcosa anche di non decisivo ma di semplice minaccia, anche allora la sua parola aveva tanta forza, come se l'avesse pronunziata non con animo esitante o condizionato, ma come una vera espressione di volontà. Non lontano dal suo monastero, due religiose, appartenenti a famiglie nobili, vivevano l'osservanza religiosa nella loro casa; per le cose necessarie all'esterno prestava loro servizio un buon uomo, molto religioso e zelante. Purtroppo capita spesso che la nobiltà dei natali provochi in alcuni una specie di volgarità d'animo, forse perché ripensando che sono stati un po' più degli altri, più difficilmente disprezzano se stessi in questo mondo. Queste due religiose insomma non ancora avevano stretto bene i freni alla propria lingua, anche portando l'abito monastico, e spesso con le loro sgarbate parole provocavano ad ira quel pio uomo che le serviva. Questi per un bel pezzo riuscì a tollerarle, ma alla fine si presentò all'uomo di Dio e gli raccontò le molte insolenze che doveva subire. L'uomo di Dio porse bene l'orecchio a quanto gli veniva narrato e immediatamente mandò a dire a quelle così: "Tenete un po' più a freno la vostra lingua, perché, se non vi emenderete vi tolgo la comunione". Certo non intendeva con queste parole di lanciare la scomunica, ma soltanto di minacciarla. Quelle però continuarono, senza mutare affatto le vecchie abitudini. Di li a pochi giorni morirono e furono sepolte in chiesa. Successe allora questo: tutte le volte che in quella chiesa si celebrava la Messa solenne, quando il diacono ordinava: "Chi è scomunicata esca!", la loro vecchia nutrice, che soleva offrire oblate in loro suffragio, le vedeva venir fuori dal loro sepolcro e uscire di chiesa. Avendo osservato più volte che proprio alla voce del diacono non potevano restare in chiesa, si ricordò del comando che l'uomo di Dio aveva loro mandato, mentre vivevano, e cioè che le avrebbe private della comunione se non si fossero emendate nei modi e nelle parole. Informò allora addolorata il servo di Dio, il quale, proprio di sua mano le diede un'offerta dicendo: "Andate e fate offrire per loro al Signore questa oblazione e saranno sciolte dalla scomunica". Difatti, dopo che fu sacrificata per loro l'offerta, quando il diacono intimava agli scomunicati di uscir fuori, quelle non furon viste uscirsene mai più. Da ciò apparve evidente che il Signore le aveva riammesse alla sua comunione per intercessione del servo di Dio, perché non lasciavano più il loro posto in chiesa, come persone scomunicate.

Pietro: a me pare proprio inverosimile che un uomo, per venerabile e santissimo che sia, ma ancora vivente in questa carne mortale, abbia potuto assolvere anime che si erano già presentate all'invisibile giudizio.

Gregorio:

Pietro caro, e non era in questa vita colui che si sentì dire: "Tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato in cielo, e quel che scioglierai sopra la terra, sarà sciolto anche nel cielo"? In questo ufficio di legare e sciogliere gli succedono ora coloro che degnamente e con fede sono costituiti nel sacro governo. Ma perché l'uomo terrestre potesse avere tanta potestà, il Creatore del cielo e della terra è disceso dal cielo in terra e fattosi uomo per gli uomini - egli che era Dio - si è degnato concedere all'uomo composto di carne la facoltà di giudicare anche sulle cose dello spirito. Nel momento stesso in cui la potenza di Dio scendeva fino a farsi debolezza, proprio in quel momento la nostra debolezza veniva elevata al di sopra di sé.

Pietro: i tuoi ragionamenti armonizzano perfettamente con i prodigi che mi hai raccontato.

 

24. Il piccolo monaco fuggitivo

 Gregorio: tra i suoi monaci Benedetto ne aveva uno, ancora giovanotto, che passava un po' troppo i limiti nell'affetto verso i genitori. Un giorno senza chiedere affatto la benedizione, uscì dal monastero e se ne andò a casa. Ma il giorno stesso, poco dopo arrivato, fu colto da malore e morì. Lo seppellirono; ma il giorno dopo trovarono che il suo corpo era stato rigettato fuori della terra. Fu sepolto di nuovo, ma il giorno seguente ecco di nuovo lo stesso fenomeno: respinto fuori e insepolto come prima. Pensarono di correre in fretta ai piedi del Padre Benedetto, e lo supplicarono con gran pianto, che si degnasse di riammetterlo nel suo perdono. L'uomo di Dio senza indugio consegnò loro, di sua mano, l'ostia del Corpo del Signore, dicendo: "Andate e con gran riverenza posate sul petto di lui il Corpo del Signore, e così seppellitelo". Eseguirono queste istruzioni e la terra ricevette il corpo del fanciullo e non lo respinse mai più. Adesso, Pietro, tu puoi misurare bene quanto merito avesse agli occhi del Signore Gesù Cristo un uomo così santo: persino la terra si rifiutava di accogliere uno che non era nelle grazie di Benedetto.

Pietro: me ne sono accorto molto bene e ne rimango immensamente stupito.

 

25. Il monaco e il dragone

 Gregorio:

aveva anche un monaco di carattere fiacco e incostante: stanco di stare in monastero voleva andarsene via. L'uomo di Dio era assiduo nel riprenderlo e spesso si industriava a fargli coraggio; ma egli per nessun motivo voleva acconsentire a perseverare nella comunità, anzi non la finiva più di importunare perché lo lasciassero partire. Alla fine il venerabile Padre, sopraffatto un giorno dalla sua importunità, gli comandò con sdegno che se ne andasse pure. Era appena uscito dalla porta del monastero, quand'ecco pararglisi incontro, lungo la strada, un dragone colle fauci spalancate, che voleva ad ogni costo divorarlo. Terrorizzato e tremante si diede ad urlare a gran voce: "Aiuto, aiuto! C'è un dragone che mi vuol divorare!". Accorsero i fratelli, ma non videro nessun dragone. Lo riportarono dentro le mura del monastero, più morto che vivo, ed egli, proprio sul momento, promise che non si sarebbe allontanato mai più. Perseverò difatti nella sua promessa. Erano state le preghiere del santo a fargli vedere il dragone che gli si lanciava contro, quel dragone che egli prima, non visibile, aveva seguito.

 

26. L'elefantiaco risanato

 C'è un altro fatto che credo bene non lasciare sotto silenzio. Mi fu raccontato dall'illustre e nobile Antonio. Mi diceva, dunque, che un garzone di suo padre fu trovato infetto da elefantiasi e già per la caduta dei peli, per il gonfiore della pelle e per la materia purulenta, non poteva più nascondere il suo male. Il padre lo fece portare dall'uomo di Dio e sull'istante fu restituito alla primitiva sanità.

 

27. Il debitore pagato

 Voglio raccontare ancora un altro fatto, riferito molto spesso dal suo discepolo Pellegrino. Eccolo. Un povero uomo, buon cristiano, spinto dall'urgenza di pagare un debito, pensò che non v'era altro da fare che andare dall'uomo di Dio e manifestargli l'urgente necessità. Vi andò difatti, trovò il servo di Dio e gli confidò che per dodici soldi era aspramente vessato dal creditore. Il venerabile Padre gli fece presente che purtroppo neanche lui aveva quei dodici soldi; gli fece però coraggio con buone parole a non avvilirsi per la sua povertà, e licenziandolo gli disse: "Per adesso vai a casa; ritorna però fra un paio di giorni, perché quello che chiedi per oggi non l'abbiamo". Durante quei due giorni rivolse al Signore insistenti preghiere. Il terzo giorno quel povero debitore in angustie era già di ritorno. All'improvviso, sopra un cassone del monastero, ricolmo di grano, furono scoperti tredici soldi. L'uomo di Dio se li fece portare e li consegnò al poveretto, che era tutto addolorato, dicendogli che dodici erano per la restituzione, l'altro lo tenesse pure per sé, per le proprie necessità. Mi pare che sia opportuno inserire qui alcuni di quei fatti che, come ti ho accennato all'inizio di questo colloquio, mi furono riferiti dai suoi quattro discepoli. Eccone uno. Un uomo aveva la disgrazia di essere aspramente invidiato da un suo avversario e l'odio di costui giunse a tal punto da gettargli un veleno, a sua insaputa, in una bevanda. Il veleno fortunatamente non ebbe tanta forza da levargli la vita, gli produsse però sulla pelle di tutto il corpo delle macchie di vario colore, che, a vederle, somigliavano molto alla lebbra. Condotto dall'uomo di Dio, non appena questi lo toccò, scomparve subito ogni chiazza dalla sua pelle e ben presto riacquistò la completa sanità.

 

28. La bottiglia che non si rompe

Nel tempo in cui la Campania fu desolata da una gravissima carestia, l'uomo di Dio aveva dato via in elemosina a molti poveri tutti i viveri che si trovavano in monastero. Nella dispensa non era rimasto nient'altro che un poco di olio entro un'ampolla di vetro. Capitò un suddiacono di nome Agapito, e chiese caldamente se poteva avere la carità di un po' di olio. L'uomo di Dio, che si era proposto di dare via tutto sulla terra per tutto depositare nei tesori del cielo, ordinò che senz'altro gli fosse consegnato quel poco ch'era rimasto. Il monaco incaricato della dispensa, sentì molto bene la disposizione del superiore, ma non aveva proprio alcuna voglia di metterla in pratica. Richiesto poco dopo dal santo se era stata fatta quell'elemosina come aveva comandato, il monaco rispose di non aver dato nulla perché se avesse dato via anche quello, per i monaci non sarebbe poi rimasto più niente. Allora comandò con energica severità che fosse immediatamente gettata dalla finestra l'ampolla di vetro con l'olio, perché nella dispensa nulla rimanesse per disobbedienza; e fu fatto così. Sotto la finestra si apriva un gran precipizio, irto di grossi macigni. L'ampolla di vetro piombò con violenza sui sassi, ma rimase intatta, come se non fosse stata scagliata: non si infranse, né l'olio si versò. L'uomo di Dio la fece raccogliere e, integra com'era, la fece immediatamente consegnare a chi la chiedeva. Raccolti poi i confratelli, rimproverò davanti a tutti il monaco disobbediente, perché era stato infedele e superbo.

 

29. L'anfora vuota riempita d'olio

Terminata la riprensione, insieme a tutti i fratelli si raccolse in preghiera. Nel luogo stesso ove pregavano c'era un'anfora di terracotta, vuota e coperta. Mentre il santo insisteva nella supplica, il coperchio dell'anfora cominciò a sollevarsi per l'olio che cresceva: e crebbe a tal misura che, rimosso il coperchio, traboccò dai bordi del recipiente fino ad inondare il pavimento. A quella vista Benedetto terminò la preghiera e nello stesso istante finì di fluire anche l'olio. Approfittò di questo per ammonire, con più persuasivi argomenti, il monaco disobbediente, perché imparasse ad avere più fiducia ed umiltà. Il monaco così salutarmente corretto era pieno di confusione, perché Benedetto aveva comprovato con un miracolo quell'onnipotenza di Dio alla quale si era richiamato nel rimproverarlo. Nessuno in seguito osò più dubitare di quello che prometteva, dopo aver visto che, nello spazio di pochi istanti, in cambio di un vaso di vetro quasi vuoto, aveva procurato un'anfora colma d'olio

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30. Il monaco liberato dal demonio

Saliva un giorno all'oratorio del Beato Giovanni, situato sulla cima di un monte, quando gli si fece incontro l'antico nemico in sembianze nientemeno che di veterinario, con in mano la cassetta dei medicinali e una corda. Benedetto gli domandò: "Dove vai?". Rispose: "Sto andando dai monaci, a dare una piccola purga". Il venerabile Padre proseguì lo stesso verso l'oratorio e terminata la preghiera, prese in gran fretta la via di ritorno. Il cattivo spirito intanto si era incontrato con un vecchio monaco che attingeva acqua, in un lampo era entrato in lui, lo aveva gettato a terra, e lo strapazzava con feroce crudeltà. Di ritorno dalla preghiera, nel vedere il poveretto tormentato con tanta violenza, il servo di Dio gli appioppò senz'altro uno schiaffo, e tanto bastò per scacciare immediatamente lo spirito, che non si azzardò mai più a rifarglisi nuovamente vicino. '

Pietro: io vorrei sapere una cosa: questi miracoli li operava sempre in forza della sua preghiera, oppure qualche volta li operava anche col solo atto della volontà?

Gregorio:

coloro che aderiscono a Dio con piena dedizione d'anima, se la necessità lo richiede, sanno operar miracoli nell'una e nell'altra maniera, talvolta in virtù dell'orazione e altre volte per proprio potere. Dice Giovanni: "A quanti lo accolsero, diede potere di diventare figli di Dio". E quindi non fa proprio nessuna meraviglia che chi è figlio di Dio per il potere concessogli, abbia il potere di fare miracoli. Che poi i santi possano operar miracoli in ambedue i modi ne diede una prova Pietro che risuscitò con la preghiera la morta Tabita e invece con un rimprovero destinò alla morte i due mentitori Anania e Saffira: non si legge che abbia pregato perché morissero, ma semplicemente li rimproverò duramente della colpa che avevan commessa. E chiaro quindi che operano prodigi talvolta con l'autorità propria e talvolta per averlo chiesto a Dio: a questi Pietro con una riprensione tolse la vita, a quella, con una preghiera, la restituì. E adesso, a comprova di quanto ho detto, voglio riferirti altri due fatti del servo di Dio Benedetto, in uno dei quali appare con chiarezza che operò per potere comunicatogli da Dio, nell'altro invece che ottenne in forza dell'orazione.

 

31. Uno sguardo liberatore

Al tempo del re Totila, un goto di nome Zalla, seguace dell'eresia ariana, imperversò con incredibile spaventosa crudeltà contro i fedeli cattolici e chiunque gli capitava tra le mani, chierico o monaco che fosse, lo spediva senza complimenti al Creatore. Un giorno, divorato dall'avarizia e dall'avidità di denaro, torturava con crudeli tormenti un contadino, straziandolo con svariati supplizi. Estenuato dalle pene, il povero uomo dichiarò di avere affidato tutte le proprie sostanze al servo di Dio Benedetto; sperava così che il carnefice, credendogli, avrebbe smesso per un momento la sua crudeltà, concedendogli, così ancora qualche istante di vita. Zalla infatti cessò per allora di torturarlo, ma legategli le braccia con una grossa fune, se lo spinse davanti al proprio cavallo, perché gli facesse strada a quel Benedetto che aveva in consegna le sue ricchezze. Con le braccia legate in quel modo il contadino andò innanzi fino al monastero dove era il santo, e lo trovò solo solo, davanti alla porta, intento alla lettura. Si rivolse allora al feroce Zalla e: "Eccolo - disse - è questo qui quel Padre Benedetto di cui t'ho parlato". Questi, furioso, con folle e perversa intenzione, prima lo squadrò da capo a piedi, poi pensando di incutergli quello spavento che usava cogli altri, cominciò ad urlare a gran voce: "Su, su, senza tante storie, alzati in piedi e tira fuori la roba di questo villano, che hai in consegna!". A quelle grida, l'uomo di Dio alzò subito con calma gli occhi dalla lettura, volse uno sguardo al goto e poi girò l'occhio anche sul povero contadino legato. Proprio nell'istante in cui volgeva gli occhi sulle braccia di lui, avvenne un prodigio! Le funi cominciarono a sciogliersi con tanta sveltezza come nessun uomo vi sarebbe riuscito. Alla vista del contadino che, prima legato, all'improvviso gli stava lì davanti libero dai legami, Zalla si spaventò per tanta potenza; precipitò a terra e piegando fino ai piedi del santo la dura e crudele cervice, si raccomandò alle sue orazioni. Il santo non si levò dalla lettura, ma chiamati alcuni monaci, comandò di farlo accomodare dentro e di imbandirgli la tavola benedetta. Quando lo ricondussero fuori, lo ammonì che la smettesse con tante crudeltà. Ed egli se ne andò via umiliato e non osò chiedere mai più nulla a quel poveretto che l'uomo di Dio, non colle armi, ma col solo sguardo, aveva liberato. Ecco qui quello che ti avevo detto, Pietro: quelli che con la massima fedeltà servono Dio onnipotente, qualche volta possono operar miracoli per il potere dato loro da Dio. Il santo, infatti, che, stando a sedere, represse la ferocia del terribile goto e con lo sguardo spezzò le funi annodate che incatenavano braccia innocenti, con l'istantaneità del miracolo vuole chiaramente indicare che per potere ricevuto gli era stato concesso di fare così.

 

32. Il fanciullo risuscitato

 Adesso invece narrerò un altro grande miracolo che egli ottenne con la preghiera. Un giorno il Padre era uscito con i fratelli per il lavoro dei campi, quando arrivò al Monastero un contadino che, piangendo a caldissime lagrime, reggeva sulle braccia il corpo del figliolo defunto e chiedeva ansiosamente del Padre Benedetto. Quando gli fu risposto che stava con i fratelli al lavoro nei campi, senza attendere un istante, depose davanti la porta il cadavere del figliolo e, sconvolto dal dolore, si lanciò a precipitosa corsa in cerca del venerando Padre. In quella stessa ora l'uomo di Dio era già di ritorno dal lavoro. Appena il contadino lo vide, cominciò a gridare: "Rendimi mio figlio, rendimi mio figlio!". L'uomo di Dio si arrestò un momento e chiese: "Ma quando mai ti ho preso il tuo figlio?". E l'altro: "E' morto: vieni e ridagli la vita". A queste parole il servo di Dio si rattristò assai e rivolto ai circostanti che insistevano: "Non insistete, fratelli! - disse - non insistete! Queste azioni spettano ai santi Apostoli, non alle nostre povere forze. Perché volete imporci un peso che non siamo capaci di portare?". Il buon uomo però, stretto da immenso dolore, insisteva nella sua richiesta, giurando che non sarebbe partito di lì, se non gli avesse risuscitato il figliolo. Allora d servo di Dio gli domandò: "Dov'è?" Rispose: "Il suo corpo giace sulla soglia del monastero". Appena l'uomo di Dio vi giunse seguito dai fratelli, piegò le ginocchia per terra e si prostrò sopra il corpicino del fanciullo. Poi sollevandosi tese le braccia al cielo e pregò: "Signore, non guardare i miei peccati, ma la fede di quest'uomo che domanda la risurrezione del suo figlio e restituisci a questo piccolo corpo l'anima che hai tolta". Aveva appena finito di pronunciare queste parole, che il piccolo corpo del fanciullo, per il ritorno dell'anima, incominciò a sussultare e sotto gli occhi di tutti i presenti fu visto fremere e palpitare con miracoloso scuotimento. Il santo lo prese per mano e vivo e sano lo restituì a suo padre. Qui è chiaro, Pietro, che questo miracolo non l'operò per potere posseduto, perché per poterlo compiere, dovette chiederlo prostrato per terra.

Pietro: non c'è dubbio che è proprio come dici tu: la tua dottrina è provata pienamente coi fatti. Vorrei adesso che mi spiegassi se i santi possono compiere tutto quello che vogliono e se ottengono tutto quello che desiderano.

 

33. Il miracolo di sua sorella Scolastica

Gregorio: Credi, Pietro, che al mondo ci sia stato uno più degno di Paolo? Eppure egli supplicò tre volte il Signore per essere liberato dallo stimolo della carne, e non riuscì ad ottenere quanto voleva. Perciò è necessario che io ti racconti come ci fu una cosa che il venerabile Benedetto, desiderò, ma non gli fu concesso di ottenerla. Egli aveva una sorella di nome Scolastica, che fin dall'infanzia si era anche lei consacrata al Signore. Essa aveva l'abitudine di venirgli a fare visita, una volta all'anno, e l'uomo di Dio le scendeva incontro, non molto fuori della porta, in un possedimento del Monastero. Un giorno, dunque, venne e il suo venerando fratello le scese incontro con alcuni discepoli. Trascorsero la giornata intera nelle lodi di Dio ed in santi colloqui, e quando cominciava a calare la sera, presero insieme un po' di cibo. Si trattennero ancora a tavola e col prolungarsi dei santi colloqui, l'ora si era protratta più del consueto. Ad un certo punto la pia sorella gli rivolse questa preghiera: "Ti chiedo proprio per favore: non lasciarmi per questa notte, ma fermiamoci fino al mattino, a pregustare, con le nostre conversazioni, le gioie del cielo ". Ma egli le rispose: "Ma cosa dici mai, sorella? Non posso assolutamente pernottare fuori del monastero". La serenità del cielo era totale: non si vedeva all'orizzonte neanche una nube. Alla risposta negativa del fratello, la religiosa poggiò sul tavolo le mano a dita conserte, vi poggiò sopra il capo, e si immerse in profonda orazione. Quando sollevò il capo dalla tavola si scatenò una tempesta di lampi e tuoni insieme con un diluvio d'acqua, in tale quantità che né il venerabile Benedetto, né i monaci ch'eran con lui, poterono metter piedi fuori dell'abitazione. La santa donna, reclinando il capo tra le mani, aveva sparso sul tavolo un fiume di lagrime, per le quali l'azzurro del cielo si era trasformato in pioggia. Neppure ad intervallo di un istante il temporale seguì alla preghiera: ma fu tanta la simultaneità tra la preghiera e la pioggia, che ella sollevò il capo dalla mensa insieme ai primi tuoni: fu un solo e identico momento sollevare il capo e precipitare la pioggia. L'uomo di Dio capì subito che in mezzo a quei lampi, tuoni, e spaventoso nubifragio era impossibile far ritorno al monastero e allora, un po' rattristato, cominciò a lamentarsi con la sorella: "Che Dio onnipotente ti perdoni, sorella benedetta; ma che hai fatto?". Rispose lei: "Vedi, ho pregato te e non mi hai voluto dare retta; ho pregato il mio Signore e lui mi ha ascoltato. Adesso esci pure, se gliela fai: e me lasciami qui e torna al tuo monastero". Ormai era impossibile proprio uscire all'aperto e lui che di sua iniziativa non l'avrebbe voluto, fu costretto a rimaner lì contro la sua volontà. E così trascorsero tutti la notte vegliando e si riempirono l'anima di sacri discorsi, scambiandosi a vicenda esperienze di vita spirituale. Con questo racconto ho voluto dimostrare che egli ha desiderato qualcosa, ma non riuscì ad ottenerla. Certo, se consideriamo le disposizioni del venerabile Padre, egli avrebbe voluto che il cielo rimanesse sereno come quando era disceso; ma contrariamente a quanto voleva, si trova di fronte ad un miracolo, strappato all'onnipotenza divina dal cuore di una donna. E non c'è per niente da meravigliarsi che una donna, desiderosa di trattenersi più a lungo col fratello, in quella occasione abbia avuto più potere di lui perché, secondo la dottrina di Giovanni: "Dio è amore"; fu quindi giustissimo che potesse di più colei che amava di più!

Pietro: confesso che mi piacciono moltissimo questi racconti.

 

34. L'anima di sua sorella vola al cielo

Gregorio: il giorno seguente tutti e due, fratello e sorella, fecero ritorno al proprio monastero. Tre giorni dopo Benedetto era in camera a pregare. Alzando gli occhi al cielo, vide l'anima di sua sorella che, uscita dal corpo, si dirigeva in figura di colomba, verso le misteriose profondità dei cieli. Ripieno di gioia, per averla vista così gloriosa, rese grazie a Dio onnipotente con inni e canti di lode, poi andò a partecipare ai fratelli la sua dipartita. Ne mandò poi subito alcuni, perché trasportassero il suo corpo nel monastero e lo seppellissero nel sepolcro che egli aveva già preparato per sé. Avvenne così che neppure la tomba poté separare quelle due anime, la cui mente era stata un'anima sola in Dio.

 

35. La visione del mondo e dell'anima di Germano

Un certo Servando, diacono e Abate di quel monastero che il patrizio Liberio costruì nella regione Campana, aveva l'uso di fargli ogni tanto una visita di amicizia. Faceva questo perché era anche lui ripieno di dottrina celeste e così si trasfondevano a vicenda confortevoli parole di vita e non potendo ancora gustare il dolce cibo della patria del cielo, lo pregustavano almeno con ardente desiderio. Una volta si trattennero tanto, che era già l'ora di andare al riposo. Benedetto si era ritirato a riposare nel piano superiore di quella torre che si elevava a dominare tutto l'abitato, Servando nei locali inferiori: i due piani però erano in comunicazione per mezzo di una comoda scala. Di fronte poi alla torre si estendeva un fabbricato più grande, ove presero riposo i discepoli dell'uno e dell'altro. Mentre i fratelli dormivano, Benedetto prolungò la veglia in attesa della preghiera notturna, e in piedi, vicino alla finestra, pregava. D'un tratto, fissando l'occhio nelle tenebre profonde della notte, scorse una luce scendente dall'alto che fugava la densa oscurità e diffondeva un chiarore così intenso da superare persino la luce del giorno. In questa visione avvenne un fenomeno meraviglioso, che lui stesso poi raccontava: fu posto davanti ai suoi occhi tutto intero il mondo, quasi raccolto sotto un unico raggio di sole. Mentre contemplava con lo sguardo gli splendori di quella luce smagliante, vide l'anima di Germano, Vescovo di Capua, trasportata dagli angeli, raccolta in un globo di fuoco. Volendo quindi avere un testimone di sì mirabile prodigio, chiamò a gran voce, ripetutamente, due o tre volte, il diacono Servando. Questi, impressionato alle grida insolite di quell'uomo, corse su veloce, guardò anche lui e poté vedere con meraviglia l'ultimo affievolirsi di quella luce meravigliosa, mentre l'uomo di Dio completava il racconto di quanto aveva veduto, suscitando in lui profondo stupore per il grande miracolo. Mandò subito dopo a Cassino un messaggero al monaco Teoprobo, perché nella stessa notte si recasse a Capua e si informasse, per poi riferire, che fosse successo al vescovo Germano. L'ordine fu eseguito. L'inviato trovò già defunto il reverendissimo Vescovo Germano, e, informandosi delle circostanze della morte, gli risultò che coincideva proprio con quel momento nel quale l'uomo di Dio aveva contemplata la sua elevazione al cielo.

Pietro.- E' un Miracolo meraviglioso e stupendo! Ma cosa vuol dire che fu presentato davanti agli occhi di lui tutto il mondo, come raccolto in un raggio di sole? Siccome a me non è successo mai, allora non riesco proprio a immaginare, come possa avvenire che un solo uomo possa vedere l'intero mondo.

Gregorio:

Pietro, tieni bene in mente questo che ti dico: all'anima che contempla il Creatore, ogni creatura è ben piccola cosa. Quando essa vede un bagliore del Creatore, per piccolo che sia, esigua gli diventa ogni cosa creata. Per la luce stessa che contempla interiormente, si dilata la capacità dell'intelligenza, e tanto si espande in Dio da ritrovarsi al di sopra del mondo. Anzi l'anima del contemplativo si eleva anche al di sopra di se stessa. Rapita nella luce di Dio, si espande interiormente sopra se stessa e quando sollevata in alto riguarda al di sotto di sé, comprende quanto piccolo sia quel che non aveva potuto contemplare dal basso. L'uomo di Dio, dunque, che fissava il globo di fuoco e gli angeli che tornavano in cielo, non poteva contemplare queste cose se non nella luce di Dio. Non reca dunque meraviglia se vide raccolto innanzi a sé tutto il mondo, perché, innalzato al cielo nella luce intellettuale, era fuori del creato. Tutto il mondo si dice raccolto davanti a lui, non perché il cielo e la terra si fossero impiccoliti, ma perché lo spirito del veggente si era dilatato, sicché, rapito in Dio, poté senza difficoltà contemplare quel che si trova al di sotto di Dio. Perciò in quella luce che brillò ai suoi occhi corporei, era simboleggiata la luce interiore della mente, la quale nel rapimento dell'anima, gli mostrò quanto piccole fossero tutte le cose di quaggiù.

Pietro: mi accorgo che è stato un bene per me non aver capito prima quel che avevi detto. La mia ottusità ha occasionato queste tue esposizioni veramente sublimi. Adesso ho capito benissimo la cosa e quindi, se non ti dispiace, riprendi il filo del racconto.

 

36. La regola monastica

Gregorio: mi piacerebbe molto, Pietro, prolungarmi ancora nel racconto dei fatti di questo venerabile Padre, ma molte cose bisogna che volutamente le ometta, perché è necessario che io mi accinga a narrare anche la vita di altri. C'è una cosa però interessante, che non devi ignorare, cioè che l'uomo di Dio, oltre ai tanti miracoli che lo resero così conosciuto nel mondo, rifulse anche per una eccezionale esposizione di dottrina. Scrisse infatti anche una regola per i monaci, regola caratterizzata da una singolare discrezione ed esposta in chiarissima forma. Veramente se qualcuno vuol conoscere a fondo i costumi e la vita del santo, può scoprire nell'insegnamento della regola tutti i documenti del suo magistero, perché quest'uomo di Dio certamente non diede nessun insegnamento, senza averlo prima realizzato lui stesso nella sua vita.

 

37. Il passaggio all'eternità

Nell'anno stesso in cui doveva morire, annunziò il giorno del suo beatissimo transito ai suoi discepoli, alcuni dei quali vivevano con lui ed altri che stavano lontani. Ai presenti ordinò di custodire in silenzio questa notizia, ai lontani indicò esattamente quale segno li avrebbe avvisati che la sua anima si staccava dal corpo. Sei giorni prima della morte, si fece aprire la tomba. Assalito poi dalla febbre, cominciò ad essere prostrato da ardentissimo calore. Poiché di giorno in giorno lo sfinimento diventava sempre più grave, il sesto dì si fece trasportare dai discepoli nell'oratorio, ove si fortificò per il grande passaggio ricevendo il Corpo e il Sangue del Signore. Sostenendo le sue membra, prive di forze, tra le braccia dei discepoli, in piedi, colle mani levate al cielo, tra le parole della preghiera, esalò l'ultimo respiro. In quel medesimo giorno, a due fratelli, uno dei quali stava in monastero, l'altro fuori, apparve una identica visione. Videro una via, tappezzata di arazzi e risplendente di innumerevoli lampade, che dalla sua stanza volgendosi verso oriente si innalzava diritta verso il cielo. In cima si trovava un personaggio di aspetto venerando e raggiante di luce, che domandò loro di chi fosse la via che contemplavano. Confessarono di non saperlo. "Questa - disse egli - è la via per la quale Benedetto, amico di Dio, è salito al cielo". Così i presenti e i lontani videro e conobbero da quel segno predetto la morte del santo. Fu sepolto nell'oratorio del Beato Giovanni Battista, oratorio che egli aveva edificato, dopo aver distrutto il tempio di Apollo. E fino ai nostri giorni, se la fede degli oranti lo esige, egli risplende per miracoli anche in quello Speco di Subiaco, dove egli abitò nei primi tempi della sua vita religiosa.

 

38. La pazza risanata nello Speco

Il fatto che ora racconto è successo proprio in questi giorni. Una donna che per malattia mentale aveva perduto completamente la ragione, si aggirava per i monti e le valli lungo i boschi e attraverso i campi, sia di giorno che di notte, e si fermava soltanto quando la stanchezza la costringeva. Un giorno in questo suo pazzo errare vagabondo, capitò nello Speco del beatissimo Padre Benedetto ed entrata così, all'insaputa, si fermò lì, dentro e vi trascorse tutta la notte. Al sorgere del giorno ne uscì fuori, ma con la ragione in così perfetto equilibrio, come se non avesse mai sofferto di malattia mentale. In seguito, finché visse, non perdette mai più la riacquistata sanità.

Pietro: non riesco a comprendere bene quello che tante volte si dice, che cioè si ricevono più benefizi per mezzo delle reliquie dei martiri, che non negli stessi santuari dei martiri dove è il loro corpo. Si va dicendo cioè che operino maggiori benefizi dove non si trova il loro sepolcro.

Gregorio:

non c'è dubbio, Pietro, che nei luoghi dove i santi martiri riposano coi loro corpi, moltissimi sono i miracoli operati per loro intercessione: a chi prega con rettitudine d'animo distribuiscono grazie senza numero. Però agli uomini di poca fede può facilmente sorgere il dubbio se i santi siano presenti dove si sa che non riposano coi loro corpi. Allora ecco la necessità che essi mostrino prodigi più grandi proprio là dove le anime deboli hanno motivo a dubitare della loro presenza. Coloro invece che hanno la mente ferma in Dio, acquistano tanto maggior merito nella fede, quanto più credono di essere esauditi là dove i martiri non hanno il sepolcro. Si comprende ora perché la stessa Verità, per accrescere nei discepoli la fede, ebbe a dire: "Se io non andrò via, il Paraclito non verrà a voi".In verità il Paraclito procede sempre dal Padre e dal Figlio: e allora perché il Figlio dice che si allontanerà per far venire Colui che dal Figlio non è mai separato? Appunto perché i discepoli, che vedevano il Signore corporalmente, bramavano di vederlo sempre corporalmente, proprio per questo è stato detto loro: "Se io non andrò, il Paraclito non verrà", quasi volesse apertamente insegnare: "Se io non allontano il corpo non potrò mostrare chi sia lo Spirito che è Amore; e se non cessate di guardarmi con l'occhio del corpo, non imparerete mai ad amarmi in modo spirituale".

Pietro: Adesso sì che sono persuaso.

Gregorio:

Ora sarà bene, Pietro, sospendere per un po' i nostri colloqui. Nel frattempo, in attesa di ricominciare fra poco il racconto dei miracoli di altri santi, ristoriamo, con un po' di silenzio, le nostre energie.

Festa di s.Benedetto, patrono d'Europa

 

 

LA VITA DI SAN BENEDETTO

 

Libro II° dei "Dialoghi" di San Gregorio Magno

 

Inizio del libro

 

Gregorio:
seguitando le nostre conversazioni, parleremo oggi di un uomo veramente insigne, degno di ogni venerazione. Si chiamava Benedetto questo uomo e fu davvero benedetto di nome e di grazia. Fin dai primi anni della sua fanciullezza era già maturo e quasi precorrendo l'età con la gravità dei costumi, non volle mai abbassare l'animo verso i piaceri. Se l'avesse voluto avrebbe potuto largamente godere gli svaghi del mondo, ma egli li disprezzò come fiori seccati e svaniti. Era nato da nobile famiglia nella regione di Norcia. Pensarono di farlo studiare e lo mandarono a Roma dove era più facile attendere agli studi letterari. Lo attendeva però una grande delusione: non vi trovò altro, purtroppo, che giovani sbandati, rovinati per le strade del vizio. Era ancora in tempo. Aveva appena posto un piede sulla soglia del mondo: lo ritrasse immediatamente indietro. Aveva capito che anche una parte di quella scienza mondana sarebbe stata sufficiente a precipitarlo intero negli abissi. Abbandonò quindi con disprezzo gli studi, abbandonò la casa e i beni paterni e partì, alla ricerca di un abito che lo designasse consacrato al Signore. Gli ardeva nel cuore un'unica ansia: quella di piacere soltanto a Lui. Si allontanò quindi così: aveva scelto consapevolmente di essere incolto, ma aveva imparato sapientemente la scienza di Dio. Certamente io non posso conoscere tutti i fatti della sua vita. Quel poco che sto per narrare, l'ho saputo dalla relazione di quattro suoi discepoli: il reverendissimo Costantino, suo successore nel governo del monastero; Valentiniano, che fu per molti anni superiore del monastero presso il Laterano; Simplicio, che per terzo governò la sua comunità; e infine Onorato, che ancora dirige il monastero in cui egli abitò nel primo periodo di vita religiosa. 

 

1. Il primo miracolo

 Abbandonati dunque gli studi letterari, Benedetto decise di ritirarsi in luogo solitario. La nutrice però che gli era teneramente affezionata, non volle distaccarsi da lui e, sola sola, ottenne di poterlo seguire. E partirono. Giunti alla località chiamata Enfide, quasi costretti dalla carità di molte generose persone, dovettero interrompere il viaggio; presero così dimora presso la chiesa di S. Pietro. Qualche giorno dopo, la nutrice aveva bisogno di mondare un po' di grano e chiese alle vicine che volessero prestarle un vaglio di coccio. Avendolo però lasciato sbadatamente sul tavolo, per caso cadde e si ruppe i due pezzi. Ed ora? L'utensile non era suo, ma ricevuto in prestito: cominciò disperatamente a piangere. Il giovanotto, religioso e pio com'era, alla vista di quelle lacrime, ebbe compassione di tanto dolore: presi i due pezzi del vaglio rotto, se ne andò a pregare e pianse. Quando si rialzò dalla preghiera, trovò al suo fianco lo staccio completamente risanato, senza un minimo segno d'incrinatura: "Non c'è più bisogno di lacrime - disse, consolando dolcemente la nutrice - Il vaglio rotto eccolo qui, è sano!". La cosa però fu risaputa da tutto il paese e suscitò tanta ammirazione che gli abitanti vollero sospendere il vaglio all'ingresso della chiesa: doveva far conoscere ai presenti e ai posteri con quanto grado di grazia Benedetto, ancor giovane, aveva incominciato il cammino della perfezione. Il vaglio restò lì per molti anni, a vista di tutti, e fino al tempo recente dei Longobardi, è rimasto appeso sopra la porta della chiesa. Benedetto però non amava affatto le lodi del mondo: bramava piuttosto sottoporsi a disagi e fatiche per amore di Dio, che non farsi grande negli onori di questa vita. Proprio per questo prese la decisione di abbandonare anche la sua nutrice e nascostamente fuggì. Si diresse verso una località solitaria e deserta chiamata Subiaco, distante da Roma circa 40 miglia, località ricca di fresche e abbondantissime acque, che prima si raccolgono in un ampio lago e poi si trasformano in fiume. Si affrettava dunque a passi svelti verso questa località, quando si incontrò per via con un monaco di nome Romano, che gli domandò dove andasse. Conosciuta la sua risoluzione, gli offrì volentieri il suo aiuto. Lo rivestì quindi dell'abito santo, segno della consacrazione a Dio, lo fornì del poco necessario secondo le sue possibilità e gli rinnovò la promessa di non dire il segreto a nessuno. In quel luogo di solitudine, l'uomo di Dio si nascose in una stretta e scabrosa spelonca. Rimase nascosto lì dentro tre anni e nessuno seppe mai niente, fatta eccezione del monaco Romano. Questi dimorava in un piccolo monastero non lontano, sotto la guida del padre Adeodato; con pie industrie, cercando il momento opportuno, sottraeva una parte della sua porzione di cibo e in giorni stabiliti la portava a Benedetto. Dal monastero di Romano però non era possibile camminare fino allo speco, perché sopra di questo si stagliava un'altissima rupe. Romano quindi dall'alto di questa rupe, calava abilmente il pane con una lunghissima fune, a cui aveva agganciato un campanello: l'uomo di Dio sentiva, usciva fuori e lo prendeva. Il bene però non piace mai allo spirito maligno: sentiva rabbia della carità dell'uno e della refezione dell'altro. Un giorno, osservando che veniva calato il pane, scagliò un sasso e ruppe il campanello. Romano però continuò lo stesso, come meglio poteva, a prestare questo generoso servizio. Dio però, che tutto dispone, volle che Romano sospendesse la sua laboriosa carità e più ancora volle che la vita di Benedetto diventasse luminoso modello agli uomini: questa splendente lucerna, posta sopra il candelabro, doveva ormai irradiare la sua luce a tutti quelli che sono nella casa di Dio. Per questo il Signore stesso si degnò di trovarne la via. Un certo sacerdote, che abitava parecchio distante, si era preparata la mensa nel giorno di Pasqua. All'improvviso ecco una visione: è il Signore che parla: "Tu ti sei preparato cibi deliziosi, e va bene: ma guarda là; vedi quei luoghi? Lì c'è un mio servo che soffre la fame". Il buon sacerdote balzò in piedi e nello stesso giorno solenne di Pasqua, raccolti gli alimenti che aveva preparato per sé, volò nella direzione indicatagli. Cercò l'uomo di Dio tra i dirupi dei monti, tra le insenature delle valli e tra gli antri delle grotte: lo trovò finalmente, nascosto nella spelonca. Tutti e due volarono prima di tutto al Signore, innalzando a Lui benedizioni e preghiere. Sedettero poi, insieme, scambiandosi dolci pensieri sulle cose del cielo. "Ora - disse poi il sacerdote - prendiamo anche un po' di cibo, perché oggi è Pasqua". "Oh, sì, - rispose Benedetto - oggi è proprio Pasqua per me, perché ho avuto la grazia di vedere te". Così lontano dagli uomini il servo di Dio ignorava persino che quel giorno fosse la solennità di Pasqua. "Ma oggi è veramente il giorno della Risurrezione del Signore - riprese il sacerdote - e dunque non è bene che tu faccia digiuno. Io sono stato inviato qui proprio per questo, per cibarci insieme, da buoni fratelli, di questi doni che l'Onnipotenza di Dio ci ha messo davanti". E così, con la lode di Dio sulle labbra, desinarono. Finita poi la refezione e scambiata qualche altra buona parola, il sacerdote fece ritorno alla sua chiesa

Poco tempo dopo anche alcuni pastori scoprirono Benedetto nascosto dentro lo speco. Avendolo intravisto in mezzo alla boscaglia, coperto com'era di pelli, credettero sulle prime che si trattasse di una bestia selvatica. Ma riconosciutolo poi come un vero servo di Dio, molti di essi, che veramente eran pari alle bestie, mutati dalla grazia, si diedero a santa vita. In seguito a questi fatti la fama di lui si diffuse in tutti i paesi vicini. E le visite sempre più diventarono frequenti: gli portavano cibi per sostenere il suo corpo e ripartivano col cuore ripieno di sante parole, alimento di vita per l'anima loro.

 

2. Tentazione e vittoria

 Un giorno mentre era solo, ecco presentarsi il tentatore. Era sotto forma di un uccello piccolo e nero, un merlo; svolazzava intorno al suo corpo e insistente e importuno gli sbatteva le ali sul viso, tanto che se l'avesse voluto l'avrebbe potuto afferrar colle mani. Fece un segno di croce e l'uccello si allontanò. Ma appena scomparso il merlo lo invase una tentazione impura così forte, come il santo uomo non aveva provato mai. Un tempo egli aveva veduta una donna ed ora lo spirito maligno turbava con triste ricordo la sua fantasia. E fiamma sì calda il diavolo suscitò nell'animo del servo di Dio con quella appariscente bellezza, che egli non riusciva più a contenere il fuoco dell'amore impuro e già quasi vinto stava per decidersi ad abbandonare lo speco. Fu un istante: illuminato dalla grazia del cielo, ritornò improvvisamente in se stesso. Visti lì presso rigogliosi e densi cespugli di rovi e di ortiche, si spogliò delle vesti e si gettò, nudo, tra le spine dei rovi e le foglie brucianti delle ortiche. Si rotolò a lungo là in mezzo e quando ne uscì era lacerato per tutto il corpo; ma con gli strappi della pelle aveva scacciato dal cuore la ferita dell'anima, al piacere aveva sostituito il dolore; quel bruciore esterno imposto volutamente per pena, aveva estinto la fiamma che ardeva all'interno, e così, mutando l'incendio, aveva vinto l'insidia del peccato. Da quel giorno in poi, come egli stesso in seguito confidava ai discepoli, fu talmente domato l'incentivo della sensualità, da non sentirlo affatto mai più. Dopo ciò, molti abbandonando la vanità del mondo, accorrevano gioiosi sotto la sua disciplina e giustamente, libero ormai dall'insidia della tentazione, egli poteva farsi per gli altri maestro di sante virtù. Del resto anche Mosè aveva avuto da Dio questo comando: che i leviti dai venticinque anni in su prestino i servizi nel tempio e dopo i cinquanta diventino custodi dei vasi sacri dell'altare.

Pietro: non capisco bene il significato del passo che hai ricordato: vorrei che me lo spiegassi un po' meglio.

Gregorio:

eppure mi sembra abbastanza chiaro, Pietro; nella gioventù le tentazioni della carne sono più impetuose, ma dopo i cinquant'anni l'ardore del sangue comincia a raffreddarsi. I vasi sacri poi sono le menti dei fedeli. Gli eletti quindi, finché sono ancora nel periodo delle tentazioni, è meglio che stiano in sott'ordine, che prestino i servizi e si affatichino nell'obbedienza e nel lavoro; quando poi nell'età più matura il calore della tentazione scompare, allora essi diventano custodi dei vasi sacri, diventano cioè guide e maestri delle anime.

Pietro: ecco, adesso la tua spiegazione mi soddisfa. Ho capito benissimo il significato della tua citazione. Ora però, giacché mi hai raccontato gli inizi della vita di questo giusto, ti dispiace di raccontarmi il resto?

 

3. Il segno della croce

 Gregorio: la tentazione dunque fu superata. Libero da quella, l'uomo di Dio, sempre con più abbondanza dava frutti vigorosi di virtù, proprio come avviene in un terreno mondato dalle spine e ben coltivato. Conduceva vita veramente santa, e per questo la sua fama si andava divulgando dovunque. Non molto lontano dallo speco viveva una piccola comunità di religiosi, il cui superiore era morto di recente. Tutti insieme questi uomini si presentarono al venerabile Benedetto e lo pregarono insistentemente perché assumesse il loro governo. Il santo uomo si rifiutò a lungo, con fermezza, soprattutto perché era convinto che i loro costumi non si sarebbero potuti mai conciliare con le sue convinzioni. Ma alla fine, quando proprio non poté più resistere alla loro insistenza, acconsentì. Li seguì dunque nel loro monastero. Cominciò subito a vigilare attentamente sulla vita regolare e nessuno si poteva permettere, come prima, di flettere a destra o a sinistra dal diritto sentiero dell'osservanza monastica. Questo li fece stancare e indispettire, e, stolti com'erano, si accusavano a vicenda di essere andati proprio loro a sceglierlo per loro abate; la loro stortura cozzava troppo contro la norma della sua rettitudine. Si resero conto che sotto la sua direzione le cose illecite non erano assolutamente permesse e d'altra parte le inveterate abitudini non se la sentivano davvero di abbandonarle: è tanto difficile voler impegnare per forza a nuovi sistemi anime di incallita mentalità! E cosa purtroppo notoria che chi si comporta male trova sempre fastidio nella vita dei buoni; e così quei malvagi si accordarono di cercar qualche mezzo per togliergli addirittura la vita. Ci furono vari pareri e infine decisero di mescolare veleno nel vino, e a mensa, secondo una loro usanza, presentarono all'abate per la benedizione il recipiente di vetro che conteneva la mortale bevanda. Benedetto alzò la mano e tracciò il segno della croce. Il recipiente era sorretto in mano ad una certa distanza: il santo segno ridusse in frantumi quel vaso di morte, come se al posto di una benedizione vi fosse stata scagliata una pietra. Comprese subito l'uomo di Dio che quel vaso non poteva contenere che una bevanda di morte, perché non aveva potuto resistere al segno che dona la vita. Si alzò sull'istante, senza alterare minimamente la mitezza del volto e la tranquillità della mente, fece radunare i fratelli e disse semplicemente così: "Io chiedo al Signore che voglia perdonarvi, fratelli cari: ma come mai vi è venuto in mente di macchinare questa trama contro di me? Vi avevo detto che i nostri costumi non si potevano accordare: vedete se è vero? Adesso dunque basta così; cercatevi pure un superiore che stia bene con la vostra mentalità, perché io, dopo questo fatto, non me la sento più di rimanere con voi". E se ne tornò alla grotta solitaria che tanto amava, ed abitava lì, solo solo con se stesso, sotto gli occhi di Colui che dall'alto vede ogni cosa.

Pietro: non capisco bene l'espressione che hai detto: "abitava solo solo con se stesso".

Gregorio:

ti spiego meglio. Se il santo uomo avesse voluto tenere per forza lungo tempo sotto il suo governo quei monaci che erano unanimi contro di lui ed avevano abitudini tanto diverse dalle sue, forse sarebbe stato spinto a sospendere la sua austerità e a perdere la sua costante tranquillità, distogliendo l'occhio della mente dalla radiosa contemplazione. Forse, esaurito dalle quotidiane riprensioni e castighi che era necessario dare, avrebbe atteso con minore slancio al suo perfezionamento, e forse avrebbe finito col perdere di vista la propria anima, senza riuscire a guadagnare quella degli altri. Certo, ogni volta che siamo fuori di noi stessi a causa di ansiose preoccupazioni, siamo con noi e non siamo con noi, perché non vedendo più bene noi stessi, ci andiamo svagando in altre vanità. Si può dire, per esempio, che era in se stesso quel tale che emigrò in lontana regione, sciupò l'eredità ricevuta, si mise a servizio di un cittadino, fu relegato a pascere porci e mentre questi mangiavano le ghiande, lui disgraziato soffriva di fame? In seguito, però, quando lo invase il ricordo dei beni perduti, di lui è scritto così: "Tornato in sé, disse: quanti mercenari in casa di mio padre abbondano di pane!". Vuol dire che prima era uscito da sé, altrimenti da dove avrebbe fatto ritorno a sé? Mi è piaciuto dunque, parlando di questo venerabile uomo, usare l'espressione "abitò con se stesso", perché sempre vigilante nel custodirsi, sempre sotto gli occhi del Creatore, esaminando e considerando unicamente se stesso, non divagò mai fuori di sé l'occhio dell'anima sua.

Pietro: e allora come si spiega quello che è scritto di Pietro Apostolo che, liberato dal carcere, "tornò in sé e disse: ora capisco che il Signore ha mandato il suo angelo e mi ha salvato dalle mani di Erode e di tutta la gente giudaica che era in attesa"?

Gregorio:

Caro Pietro, in due maniere noi possiamo uscire da noi stessi: o precipitando sotto di noi per il peccato di pensiero o innalzandoci al di sopra di noi per la grazia della contemplazione. Colui, per esempio, che invidiò i porci, cadde al di sotto di sé, a causa della sua mente svagata ed immonda. Pietro invece che dall'angelo fu sciolto dalle catene, e fu rapito nell'estasi, anche lui, certo, uscì da se stesso, ma fu innalzato al di sopra di sé. Ambedue poi ritornarono in se stessi, l'uno quando dalla sua condotta colpevole riprese padronanza del suo cuore, l'altro quando dalla sublimità della contemplazione riacquistò la comune coscienza come l'aveva prima. E' dunque esatto dire che il venerabile Benedetto in quella solitudine abitò con se stesso, perché tenne in custodia se stesso entro i limiti della propria coscienza. Quando invece lo slancio della contemplazione lo rapì in alto, allora certamente lasciò se stesso, ma al di sotto di sé.

Pietro: è proprio interessante quello che dici. Ora però vorrei forti un'altra domanda. Vorrei che mi dicessi se ha fatto bene a lasciare i fratelli, dopo aver accettato di governarli.

Gregorio:

senti, Pietro: io ritengo che se in un gruppo di persone cattive ve ne sia qualcuna cui si possa portar dell'aiuto, allora è bene che si sopportino con serena pazienza. Ma quando non si vede neanche l'ombra di un buono da cui sperare un po' di frutto, allora è proprio tempo e lavoro sprecato tutto quello che si fa per i cattivi, specialmente poi se vi siano a portata vicina altre attività che giovino maggiormente alla gloria di Dio. Su chi sarebbe rimasto a vigilare il santo, quando vedeva che tutti senza eccezione eran d'accordo a perseguitarlo? E poi dobbiamo anche tener presente questo: che spesso i santi, quando si accorgono che ove sono lavorano inutilmente, maturano nell'anima la deliberazione di andarsene altrove, in luogo più fecondo alle fatiche dell'apostolato. Persino Paolo, quel nobilissimo predicatore che bramò di morire per vivere con Cristo, per il quale la vita era Cristo e la morte un guadagno, il quale non solo bramò la sofferenza e la lotta per sé, ma ne infervorò anche gli altri, ebbene anche lui, perseguitato in Damasco, per poter evadere dalle mura cercò una fune e una sporta e di nascosto volle esser calato fuori. Avremmo il coraggio di sostenere che Paolo abbia avuto paura della morte, mentre lo sentiamo affermare di desiderarla per amore di Cristo? Certamente no. Fu invece così, che, prevedendo in quel luogo ben poco frutto con grandi fatiche, volle conservare la vita per altro luogo con fatiche più fruttuose. Quel forte campione di Dio sdegnò rimanere chiuso di dentro le mura e andò in cerca del campo di battaglia all'aperto. Ti accorgerai presto, se avrai piacere di ascoltarmi ancora, che anche il venerabile Benedetto lasciò per conto loro quei pochi indocili vivi, ma risuscitò altrove moltissimi cuori dalla morte dell'anima

.

Pietro: vedo bene che è proprio così come dici: hai fatto dei ragionamenti molto logici e li hai anche convalidati con appropriata testimonianza biblica. Adesso allora riprendiamo, ti prego, il racconto della vita di così grande Padre.

Gregorio:

Nella sua solitudine Benedetto progrediva senza interruzione sulla via della virtù e compiva miracoli. Attorno a sé aveva radunati molti al servizio di Dio onnipotente, in sì gran numero, che, con l'aiuto del Signore Gesù Cristo vi poté costruire dodici monasteri, a ciascuno dei quali prepose un Abate e destinò un gruppetto di dodici monaci. Trattenne con sé alcuni pochi ai quali credette opportuno dare personalmente una formazione più completa. Anche alcuni nobili e religiosi romani cominciarono ad accorrere a lui per affidargli i propri figli, perché li educasse al servizio di Dio onnipotente. Tra questi Eutichio gli affidò il suo Mauro e il patrizio Tertullo il suo Placido: due figlioli veramente di belle speranze. Mauro, essendo già adolescente e dotato di sante abitudini, divenne subito l'aiutante del maestro. Placido invece era ancora un bambino, con tutte le caratteristiche proprie di quell'età.

 

4. Correzione del monaco dissipato

 In uno di quei monasteri che aveva costruito nei dintorni c'era un monaco che non era mai capace di stare alla preghiera: tutte le volte che i fratelli si radunavano per fare orazione quello prendeva la via dell'uscita e con la mente svagata si occupava in faccenduole materiali di nessuna importanza. Il suo abate l'aveva già richiamato diverse volte: alla fine lo condusse dall'uomo di Dio, il quale pure lo rimproverò assai aspramente di tanta leggerezza. Ritornò al monastero, ma l'ammonizione fece presa su di lui a mala pena per un paio di giorni; il terzo giorno, ritornato alle vecchie abitudini, ripigliò nuovamente a gironzolare durante il tempo della preghiera. L'abate riferì nuovamente la cosa al servo di Dio. Questi rispose: "Adesso vengo, e ci penserò io stesso a mettergli giudizio". Giunse Benedetto in quel monastero. Nell'ora stabilita, proprio mentre i monaci, finita la recita dei salmi, si applicavano alla meditazione, egli osservò che una specie di fanciulletto, piccolo e nero, traeva fuori quel monaco che non era capace di stare in preghiera, tirandolo per il lembo del vestito. Domandò allora sottovoce all'abate del monastero che si chiamava Pompeiano e al servo di Dio Mauro: "Vi siete mica accorti chi è che tira fuori questo monaco?". Risposero: "No, Padre". Egli soggiunse: "Preghiamo, perché anche voi possiate vedere a chi egli vada dietro". Dopo due giorni di preghiera il monaco Mauro lo vide, Pompeiano invece non vide niente. Il giorno dopo, uscito dall'oratorio al termine della preghiera, il servo di Dio incontrò il monaco che stava fuori; allora lo frustò aspramente con una verga: era l'unico rimedio per la leggerezza di quella mente! Da quel giorno in poi non fu mai più influenzato dalla suggestione del piccolo negro, ma perseverò fermo e raccolto nell'orazione. E l'antico nemico non osò più influenzare sul suo pensiero, come se quelle frustate le avesse subite personalmente lui.

 

5. L'acqua dalla pietra

Tra i monasteri che aveva costruiti ce n'erano tre situati in alto tra le rupi dei monti e per i poveri fratelli era molto faticoso dover discendere tutti i giorni al lago per attingere l'acqua; tanto più che essendo il fianco della montagna tagliato a precipizio, C'era da aspettarsi prima o dopo qualche grave pericolo per chi discendeva. Si misero dunque d'accordo i monaci dei tre monasteri e si presentarono al servo di Dio. "Noi - dissero - dobbiamo scendere tutti i giorni fino al lago per prender l'acqua e questo lavoro sta diventando un po' troppo difficoltoso: noi saremmo del parere che i nostri tre monasteri siano trasferiti altrove". Egli li consolò con dolcezza e con un sorriso li congedò. Nella stessa notte, preso con sé quel piccolo Placido, di cui ho già parlato più sopra, salì su quei rapidi monti, e si fermò lungamente a pregare. Terminata la preghiera collocò in quel punto tre pietre, come segno e senza che nessuno si accorgesse di nulla, fece ritorno al suo monastero. In uno dei giorni seguenti i monaci tornarono da lui per sentire cosa avesse deciso sulla necessità dell'acqua. Rispose: "Andate qua sopra, su questi monti, e dove troverete tre pietre poste una sull'altra, lì scavate un poco. A Dio Onnipotente non manca la possibilità di far scaturire acqua anche sulla cima di questa montagna, degnandosi di liberarvi dalla fatica di un viaggio tanto pericoloso. Andate". Partirono e trovarono la rupe del monte che Benedetto aveva descritta: era già tutta trasudante acqua. Vi scavarono una buca che subito rigurgitò di acqua e questa scaturì così abbondante che fino ad oggi copiosamente scorre lungo le pendici, scendendo fino alla valle. 

 

6. Il ferro che torna nel manico

Si era presentato a chiedere l'abito monastico un Goto. Era un povero uomo di scarsissima intelligenza, ma il servo di Dio, Benedetto, lo aveva accolto con particolare benevolenza. Un giorno il santo gli fece dare un arnese di ferro che per la somiglianza ad una falce viene chiamato falcastro, perché liberasse dai rovi un pezzo di terra che intendeva poi coltivare ad orto. Il terreno che il Goto si accinse immediatamente a sgomberare si stendeva proprio sopra la ripa del lago. Quello lavorava vigorosamente, tagliando con tutte le forze cespugli densissimi di rovi, quando ad un tratto il ferro sfuggì via dal manico e andò a piombare nel lago, proprio in un punto dove l'acqua era così profonda da non lasciare alcuna speranza di poterlo ripescare. Tutto tremante per la perdita dell'utensile, il Goto corse dal monaco Mauro, gli rivelò il danno che aveva fatto e chiese di essere punito per questa colpa. Mauro ebbe premura di far conoscere l'incidente al servo di Dio e Benedetto si recò immediatamente sul posto, tolse dalle mani del Goto il manico e lo immerse nelle acque. Sull'istante il ferro dal profondo del lago ritornò a galla e da se stesso si andò ad innestare nel manico. Rimise quindi lo strumento nelle mani del Goto, dicendogli: "Ecco qui, seguita pure il tuo lavoro e stattene contento!".

 

7. Mauro cammina sull'acqua

 Un giorno mentre il venerabile Benedetto sedeva nella sua stanza, il piccolo Placido, già altre volte nominato, usci ad attingere l'acqua nel lago. Immergendo sbadatamente il secchiello che reggeva per mano, trascinato dalla corrente cadde anche lui nell'acqua e l'onda lo travolse trasportandolo lontano da terra, quasi quanto un tiro di freccia. L'uomo di Dio benché fosse dentro la cella si accorse immediatamente del fatto. Chiamò in gran fretta Mauro e gli gridò: "Corri, fratello Mauro, corri, perché Placido, che è andato a prender l'acqua, è cascato nel lago, e le onde già se lo stanno trascinando via!". Avvenne allora un prodigio meraviglioso, che dopo Pietro apostolo non era successo mai più. Chiesta e ricevuta la benedizione, Mauro si precipitò volando ad eseguire il comando che il Padre gli aveva espresso e convinto di camminare ancora sulla terra, corse sulle acque fin là dove si trovava il fanciullo, trascinato dall'onda, lo acciuffò pei capelli e poi, a corsa veloce, ritornò indietro. Non appena toccata terra, rientrato in sé, si volse, vide e capi di aver camminato sull'acqua. Sbalordito di aver fatto una cosa che non avrebbe mai presunto di poter fare, fu preso da spavento e si affrettò a raccontare ogni cosa al Padre. Benedetto attribuì subito il prodigio alla pronta obbedienza di lui, Mauro invece insisteva che tutto era potuto accadere soltanto per il comando di lui, e che egli non era affatto responsabile di quel miracolo in cui era stato protagonista senza neanche accorgersi. In questa amichevole gara di umiltà si frappose arbitro il fanciullo che era stato salvato: "Mentre venivo salvato dall'acqua - disse - io vedevo sopra il mio capo il mantello dell'abate e sentivo che era proprio lui stesso che mi tirava fuori".

Pietro: sono veramente meraviglioso í fatti che racconti e son sicuro che gioveranno all'edificazione di tanti. Io per conto mio più sorbisco i miracoli di questo uomo tanto buono e più me ne cresce la sete.

 

8. Il pane avvelenato

 In tutte le zone circostanti alla dimora del Santo si era andato sviluppando un grande fervore religioso verso il Signore Gesù Cristo, nostro Dio; e molti abbandonavano la vita del secolo per curvare la superbia del cuore sotto il giogo leggero del Redentore. Purtroppo però c'è stato sempre il tristo costume dei cattivi di urtarsi della virtù che altri hanno e che essi non si curano minimamente di avere. Il prete di una chiesa vicina, di nome Fiorenzo - antenato di Fiorenzo suddiacono nostro - istigato dallo spirito maligno, cominciò a bruciare d'invidia per i progressi virtuosi dell'uomo di Dio, a spargere dubbi sulla sua santità e a distogliere quanti poteva dall'andarlo a trovare. Si accorse però che non solo non poteva impedirgli i progressi, ma che anzi la fama della sua santità si diffondeva sempre di più e che molti proprio per questa reputazione di santità sceglievano la via della perfezione. Per questo si rodeva sempre più per l'invidia e diventava ognor più cattivo, anche perché avrebbe voluto anche lui le lodi per una condotta lodevole, senza però vivere una vita lodevole. Reso ormai cieco da quella tenebrosa invidia, progettò infine un'orrenda decisione: inviò al servo dell'onnipotente Signore un pane avvelenato, presentandolo come pane benedetto e segno di amicizia. L'uomo di Dio lo accettò con vivi ringraziamenti, ma non gli rimase nascosta la pestifera insidia che il pane celava. All'ora della refezione veniva abitualmente dalla vicina selva un corvo e beccava poi il pane dalle mani di lui. Venne anche quel giorno; e l'uomo di Dio gli gettò innanzi il pane che aveva ricevuto in dono dal sacerdote e gli comandò: "In nome del Signore Gesù Cristo, prendi questo pane e buttalo in un luogo dove nessun uomo lo possa trovare". Il corvo, spalancato il becco e aperte le ali prese a svolazzare intorno a quel pane, e crocidando pareva volesse dire che era pronto ad eseguire il comando, ma una forza glielo impediva. Il servo di Dio dovette ripetutamente rinnovare il comando: "Prendilo, su, prendilo senza paura e vallo a gettare dove non possa trovarsi mai più". Dopo aver ancora a lungo esitato, finalmente l'afferrò col becco, lo sollevò e volò via. Tornò circa tre ore dopo, senza più il pane, e allora come sempre prese il suo cibo dalla mano dell'uomo di Dio. Il venerabile Padre comprese da questa vicenda quanto l'animo del sacerdote si accanisse contro la sua vita e ne provò un immenso dolore, non tanto per sé quanto per il povero sventurato. Intanto però Fiorenzo, visto che non era riuscito ad uccidere il Maestro nel corpo, macchinò di rovinare nell'anima i suoi discepoli. A tale scopo fece entrare nell'orto del Monastero sette fanciulle nude che, tenendosi per mano e danzando a lungo sotto i loro occhi, dovevano accendere nel loro animo impuri desideri. Si accorse di questo il santo e temette seriamente che i discepoli, ancor teneri nello spirito, avessero a cadere. Capì benissimo però che tutto questo era diretto a perseguitare lui solo. E allora credette più opportuno cedere alla gelosia altrui: sistemò ben bene l'ordinamento dei monasteri che aveva costruiti, costituendo i superiori e aggiungendo altri fratelli; poi, portando con sé solo alcuni monaci, parti, per andare ad abitare altrove. Ma l'uomo di Dio si era appena allontanato evitando umilmente l'odio di quell'uomo, che Dio Onnipotente non tardò a punire costui con un castigo spaventoso. Stava difatti questi sul suo terrazzo tutto gongolante di gioia alla notizia che Benedetto era partito, quando ad un tratto, mentre il resto dell'edificio restava in piedi, il terrazzo dov'era lui precipitò, stritolando tra le macerie il nemico di Benedetto. Il discepolo Mauro credette opportuno comunicare la notizia al venerabile Padre, che forse non era ancora lontano più di dieci miglia di strada. Gli mandò dunque a dire: "Torna indietro, Padre, perché il prete che ti perseguitava è morto". Udendo la notizia l'uomo di Dio scoppiò in direttissimo pianto, sia perché era morto il nemico, sia perché il discepolo se ne era rallegrato. Anzi allo stesso discepolo impose poi una bella penitenza, perché nel mandargli questo annunzio aveva osato essere troppo lieto per la scomparsa del suo nemico.

Pietro: Sono veramente stupende e meravigliose le tue narrazioni. Quando fa scaturire l'acqua dalla pietra io rivedo un nuovo Mosè; quando richiama il ferro dal profondo dell'acqua, un nuovo Eliseo; quando fa camminare sull'acqua, ripenso a Pietro, e quando esige obbedienza dal corvo un nuovo Elia. Quando infine lo sento piangere per la morte del nemico, non posso pensare che a David. Questo uomo fu davvero ripieno dello spirito di tutti i giusti!

Gregorio:

vedi, Pietro, questo uomo di Dio ebbe un unico spirito: quello di Colui che mediante la grazia della redenzione, riempì i cuori di tutti gli eletti. Di lui dice Giovanni: "Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo". Di lui anche è I scritto: "Dalla pienezza di lui, noi tutti abbiamo ricevuto".I santi di Dio hanno potuto ricevere da Dio questi poteri, ma non poterono trasmetterli ad altri. L'unico che concesse ai discepoli il potere di far miracoli fu Colui che promise ai suoi nemici di dare se stesso come segno di Giona: e di fatto si degnò di morire sotto lo sguardo dei superbi e risorgere sotto lo sguardo degli umili, affinché quelli vi vedessero una cosa spregevole, questi invece un oggetto di venerazione e di amore. Per questa misteriosa economia avviene che mentre i superbi vedono in lui solo l'umiliazione della morte, gli umili invece contemplano la sua gloriosa potestà sulla morte.

Pietro: vorrei adesso sapere ancora due cose: dove andò a finire il santo uomo e se diede ancora segni del suo miracoloso potere.

Gregorio:

il santo uomo dunque aveva preso la decisione di cambiare dimora, ma non poté mutare un nemico. In seguito infatti non solo dovette sostenere lotte ancora più gravi, ma si trovò davanti a combatterlo apertamente, a tu per tu, il maestro stesso del male. Il paese di Cassino è situato sul fianco di un alto monte, che aprendosi accoglie questa cittadella come in una conca, ma poi continua ad innalzarsi per tre miglia, slanciando la vetta verso il cielo. C'era in cima un antichissimo tempio, dove la gente dei campi, secondo gli usi degli antichi pagani, compiva superstiziosi riti in onore di Apollo. Intorno vi crescevano boschetti, sacri ai demoni, dove ancora in quel tempo, una fanatica folla di infedeli vi apprestava sacrileghi sacrifici. Appena l'uomo di Dio vi giunse, fece a pezzi l'idolo, rovesciò l'altare, sradicò i boschetti e dove era il tempio di Apollo eresse un Oratorio in onore di S. Martino e dove era l'altare sostituì una cappella che dedicò a S. Giovanni Battista. Si rivolse poi alla gente che abitava lì intorno e con assidua predicazione la andava invitando alla fede. L'antico nemico, però, non poté tollerare questa attività e non più occultamente o in sogno, ma con palesi apparizioni prese a disturbare la tranquillità del Padre. Con alte grida si lamentava della violenza che subiva e i suoi urli giungevano fino alle orecchie dei fratelli, pur senza vederne la figura. Egli stesso poi, il venerando Padre, raccontava ai suoi discepoli che l'antico nemico gli appariva davanti agli occhi orridissimo e furibondo, e con bocca ed occhi di fuoco faceva mossa di lanciarglisi contro. Quello poi che diceva, qualche volta poterono udirlo tutti: prima lo chiamava per nome e siccome il santo non dava risposta, si sfogava allora con furiose contumelie. Urlava a gran voce: "Benedetto! Benedetto!", ma aspettando invano una risposta, subito soggiungeva: "Maledetto, non Benedetto! Si può sapere che hai con me? Si può sapere perché mi perseguiti?". Ma di queste lotte del nemico contro il servo di Dio ne dovremo ancora vedere parecchie altre. Esso gli scatenò contro con tutte le forze una spietatissima guerra, senza accorgersi che, suo malgrado, gli prestò l'occasione di altrettante vittorie.

 

9. La pietra che diventa leggera

 Un giorno, mentre i monaci stavano costruendo gli ambienti del monastero, capitò proprio là in mezzo una grossa pietra e pensarono bene di adoperarla per la costruzione. Ci provarono prima in due poi in tre ma non riuscirono a sollevarla; ci provarono poi in parecchi, ma niente da fare: quella rimaneva lì, immobile, come se avesse radici piantate per terra. "Qui ci dev'essere seduto sopra lo spirito maligno in persona - ragionarono quei monaci -; possibile che tante braccia d'uomini non riescano a spostarla?". Visto ormai vano ogni tentativo, si pensò di mandare uno dal servo di Dio pregandolo che venisse a scacciare con una preghiera il nemico e dar così la possibilità di sollevare il macigno. Accorse subito, fece orazione, diede una benedizione e il sasso fu sollevato con tanta facilità come se non avesse avuto alcun peso.

 

10. L'incendio della cucina

 Subito dopo l'uomo di Dio ordinò che in quello stesso punto scavassero la terra. Penetrando molto in profondità, i fratelli vi scoprirono un idolo di bronzo, lo gettarono per il momento in cucina e si rimisero al lavoro. All'improvviso fu vista uscire dalla cucina una fiammata, sotto gli occhi di tutti i monaci; sembrava che bruciasse l'intero edificio. Con alte grida di spavento cominciarono a gettare acqua, tentando di spegnere il fuoco. Colpito da quel frastuono, il servo di Dio accorse sollecito. "Ma quale fuoco vedete? - sclamò - esiste soltanto nei vostri occhi: io non vedo proprio niente!". Chinò poi il capo e pregò. Invitò poi i monaci illusi da quel fuoco immaginario che guardassero un po' meglio: i muri della cucina erano intatti e solidi e le fiamme illusorie dell'antico nemico non si vedevano più.

 

11. Il piccolo monaco schiacciato

 Un'altra volta i monaci stavano sopraelevando una parete perché l'edificio lo esigeva e l'uomo di Dio se ne stava chiuso nella sua stanzetta, intento all'orazione. Gli si fece innanzi, beffardo, l'antico nemico e lo avvisò che stava per andare a fare una visitina ai monaci al lavoro. Colla massima celerità l'uomo di Dio mandò di corsa uno dei suoi ad avvisare i monaci: "Fate attenzione, fratelli: sta arrivando proprio adesso il maligno!".Il messo non aveva neanche finito di parlare che il maligno spirito, rovesciando la parete in costruzione, aveva seppellito e schiacciato sotto le macerie un piccolo monaco, figlio di un impiegato di curia. Pieni tutti di grave costernazione e tristezza, non per la parete crollata ma per il monacello schiacciato, si affrettarono a dare con lagrime di profondo dolore la notizia al venerando Padre Benedetto. "Andatelo a prendere e portatemelo qui!" ordinò il Padre. Ma non fu possibile trasportarlo se non sopra una coperta, perché i sassi della parete precipitata non solo gli avevano pestato la carne, ma anche schiacciate le ossa. L'uomo di Dio lo fece deporre nella sua stanzetta sopra la stuoia dov'egli soleva pregare; poi licenziato i fratelli chiuse la porta e si buttò in ginocchio a pregare con una insistenza come mai aveva fatto finora. Ed ecco il miracolo! Entro la stessa ora egli rimandò al lavoro il fanciullo sano e robusto come prima, perché insieme agli altri monaci terminasse la costruzione della parete. Con la morte di questo fanciullo l'antico nemico si era illuso di prendersi beffa di Benedetto!

 

12. Il cibo preso trasgredendo la Regola

 Fu in questo tempo che il Signore si degnò di insignire il suo servo col dono della profezia: prediceva avvenimenti futuri ed annunciava ai presenti cose e persone anche lontane. Era una consuetudine del suo monastero che quando i fratelli uscivano di casa per qualche commissione non dovevano prendere assolutamente nulla, né cibo né bevande: usanza regolare che veniva osservata col massimo rigore. Accadde un giorno che alcuni monaci, usciti per commissioni, furon costretti a rimaner fuori fino ad ora molto più tarda del previsto. Conoscevano la casa ospitale di una pia donna: entrarono dunque nell'abitazione di quella e vi presero cibo. Tornarono al monastero piuttosto tardi e, com'è d'uso, andarono a chiedere la benedizione del Padre. Appena li vide domandò subito premurosamente: "Dove avete mangiato?". Risposero: "In nessun posto". Egli allora disse: "Come? Su, su, non mi dite bugie! Non siete entrati forse in casa della tale signora? E avete accettato tali e tali vivande? E avete bevuto tanti e tanti bicchieri?". A questa precisa indicazione del venerabile Padre sull'ospitalità della donna, sulla qualità dei cibi e sul numero dei bicchieri, riconobbero sinceramente quel che avevano fatto a caddero tremanti ai suoi piedi confessando la loro mancanza. Egli concesse immediatamente il perdono, sicuro che quelli in sua assenza non avrebbero mancato mai più; avevan la prova che egli in spirito era sempre presente. 

 

13. Il fratello del monaco Valentiniano

Ho fatto più sopra il nome di Valentiniano. Questo monaco aveva un fratello che viveva nel mondo ma era tanto timorato di Dio. Ogni anno partiva digiuno da casa sua e si recava a piedi al monastero per ricevere la benedizione del santo e allo stesso tempo fare una visitina al fratello. Un giorno mentre era appunto in viaggio verso il monastero, gli si accompagnò un viandante che portava qualcosa con sé da mangiare strada facendo. Ad ora abbastanza avanzata lo sconosciuto gli rivolse l'invito: "Senti, fratello, vogliamo prendere un boccone? Altrimenti le forze ci verranno meno per via". Ma egli rispose: "Mi dispiace proprio, fratello, ma non posso; ho preso l'abitudine di presentarmi sempre digiuno al venerabile Padre Benedetto".A questa risposta il compagno per il momento non osò insistere: ma fatto un altro pezzetto di strada di nuovo ripete l'invito. L'altro tenne duro perché a qualunque costo voleva arrivare digiuno al monastero. Anche questa volta il primo la smise di insistere e si adattò a seguitare digiuno anche lui ancor per un poco. Ma la via era sempre più lunga, l'ora già tarda e camminando si sentivano veramente stanchi. Ad una curva della strada si offri ai loro occhi un bel prato e una fontanella d'acqua, proprio quello che ci voleva di meglio per riposare finalmente le membra. E compagno esclamò: "Oh, guarda, guarda; qui c'è acqua, c'è un bel prato: è proprio il posto ideale per mangiar qualche cosa e riposarci un pochino. Dopo, ristorati, potremo riprender cammino". - Quelle parole erano proprio lusinga all'orecchio, come il luogo lo era per gli occhi: si lasciò quindi persuadere da questo terzo invito e acconsenti a mangiare. Verso sera giunse al monastero. Presentatosi al venerabile Padre, lo pregò che gli desse la benedizione. Ma il santo senza indugi lo rimproverò di quel che aveva fatto durante il viaggio. Gli disse: "Come mai, fratello? Ti sei fatto vincere dal maligno nemico, che ti parlava per bocca del tuo compagno di viaggio! Al primo tentativo non c'è riuscito, al secondo nemmeno, al terzo ti ha superato e, purtroppo, ti ha piegato a quello che voleva lui!". Il pio uomo riconobbe allora la sua colpevole debolezza e gettandosi ai piedi del santo, prese a piangere vergognoso e confuso, soprattutto perché aveva capito che, anche lontano, aveva commesso questa colpa sotto gli occhi del Padre Benedetto.

Pietro: ancora una volta, in questo fatto di trovarsi presente ad un discepolo assente, io vedo nell'uomo di Dio lo stesso spirito del Profeta Eliseo.

Gregorio: è

bene, Pietro, che tu per adesso non m'interrompa, perché tu possa conoscere prodigi ancor più rilevanti.

 

14. La simulazione del re Totila

 Al tempo dei Goti, il loro re Totila, avendo sentito dire che il santo era dotato di spirito di profezia, si diresse al suo monastero. Si fermò a poca distanza e mandò ad avvisare che sarebbe tra poco arrivato. Gli fu risposto dai monaci che senz'altro poteva venire. Insincero però com'era, volle far prova se l'uomo del Signore fosse veramente un profeta. Egli aveva con sé come scudiero un certo Riggo: gli fece infilare le sue calzature, lo fece rivestire di indumenti regali e gli comandò di andare dall'uomo di Dio, presentandosi come fosse il re in persona. Come seguito gli assegnò tre conti tra i più fedeli e devoti: Vul, Ruderico e Blidino, i quali, in presenza del servo di Dio, dovevano camminare ai suoi fianchi, simulando di seguire veramente il re Totila. A questi aggiunse anche altri segni onorifici ed altri scudieri, in modo che, sia per gli ossequi di costoro, sia per i vestiti di porpora, fosse giudicato veramente il re. Appena Riggo entrò nel monastero, ornato di quei magnifici indumenti, e circondato dagli onori del seguito, l'uomo di Dio era seduto in un piano superiore. Vedendolo venire avanti, appena fu giunto a portata di voce, gridò forte verso di lui: "Deponi, figliolo, deponi quel che porti addosso: non è roba tua!". Impaurito per aver presunto di ingannare un tal uomo, Riggo si precipitò immediatamente per terra e, come lui, tutti quelli che l'avevan seguito in questa gloriosa impresa. Poco dopo si rialzarono in piedi, ma di avvicinarsi al santo nessuno più ebbe il coraggio. Ritornarono al loro re e ancora sbigottiti gli raccontarono come a prima vista, con impressionante rapidità, erano stati immediatamente scoperti.

 

15. La profezia per Totila

 Totila allora si avviò in persona verso l'uomo di Dio. Quando da lontano lo vide seduto, non ebbe l'ardire di avvicinarsi: si prosternò a terra. Il servo di Dio per due volte gli gridò: "Alzati!", ma quello non osava rialzarsi davanti a lui. Benedetto allora, questo servo del Signore Gesù Cristo, spontaneamente si degnò avvicinarsi al re e lui stesso lo sollevò da terra. Dopo però lo rimproverò della sua cattiva condotta e in poche parole gli predisse quanto gli sarebbe accaduto. "Tu hai fatto molto male - gli disse - e molto- ne vai facendo ancora; sarebbe ora che una buona volta mettessi fine alle tue malvagità. Tu adesso entrerai in Roma, passerai il mare, regnerai nove anni, al decimo morirai". Lo atterrirono profondamente queste parole, chiese al santo che pregasse per lui, poi partì. Da quel giorno diminuì di molto la sua crudeltà. Non molto tempo dopo andò a Roma, poi ritornò verso la Sicilia; nel decimo anno del suo regno, per volontà del Dio onnipotente, perdette il regno e la vita. Veniva spesso a trovare il servo di Dio il vescovo di Canosa, e Benedetto lo amava molto per la sua degnissima vita. Un giorno discorreva con lui dell'entrata di Totila in Roma e della distruzione della città che per opera di quel re sarebbe stata distrutta e resa inabitabile. Il servo di Dio gli rispose: "Roma non verrà distrutta dai barbari; ma colpita dalle tempeste, uragani, fulmini e terremoti, cadrà da se stessa in rovina". Il mistero di questa profezia lo vediamo chiaramente manifesto sotto i nostri occhi, perché vediamo abbattute le mura, diroccate le case, distrutte le chiese dal turbine e gli edifici già fatiscenti per lunga vecchiaia cadere a terra in sempre crescenti rovine. Questa profezia me l'ha riferita il suo discepolo Onorato: egli però attestava di non averla mai udita dalla sua bocca ma era stata riferita a lui dai fratelli che l'avevano ascoltato parlare così.

 

June 20

Statuti

Il Papa ha approvato in via definitiva gli Statuti del Cammino Neocatecumenale, approvando quasi integralmente quanto previsto dal dettato di sei anni fa. Unica bocciatura: no alla comunione a sedere. I fedeli, pur rimanendo al proprio posto, dovranno ricevere la comunione in piedi. Concessi invece l’uso del pane azzimo per la comunione, lo spostamento del rito della pace (che avviene dopo la preghiera dei fedeli e prima della consacrazione), la comunione sotto le due specie (pane e vino), le monizioni e le risonanze. L’articolo 13 prevede inoltre che “per quanto concerne la distribuzione della Santa Comunione sotto le due specie, i neocatecumeni la ricevono in piedi, restando al proprio posto”. Tra le altre novità, l’approvazione della personalità giuridica pubblica del Cammino Neocatecumenale. “Siamo molto contenti che dopo 40 anni il Signore ci ha concesso questo atto, per noi molto importante”, ha detto Kiko Arguello, iniziatore del Cammino, incontrando i giornalisti nella prima storica conferenza stampa dei Neocatecumenali. Si è così concluso questa mattina l’iter giuridico avviato sei anni fa quando venne approvato ‘ad experimentum’ il testo degli Statuti. 35 articoli e una disposizione transitoria. “Nessun cambiamento fondamentale - scrive monsignor Juan Ignacio Arrieta, segretario del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi - è stato compiuto in questo nuovo passaggio degli Statuti, e quasi tutti gli articoli sono riproduzione esatta di quelli vecchi. Questi sei anni sono serviti, tuttavia, per fare chiarezza sull’originaria formulazione dei testi e per migliorare la norma sia dal punto di vista tecnico che da quello strutturale”.

June 16

Pio VII

Papa Pio VII, prigioniero e vicino al gregge

Pio VII, anche durante la quinquennale residenza coatta a Savona e Fontainebleau, continuò a essere vicino ai fedeli con serena fermezza e misericordia

 

Papa Pio VII in un dipinto di Jacques-Louis David, Museo del Louvre, Parigi
Papa Benedetto XVI, nella visita a Savona e Genova del 17-18 maggio scorsi, ha ricordato il lungo esilio a cui papa Pio VII fu costretto a Savona dall’estate 1809 a quella del 1812, quando, per ordine di Napoleone, fu trasferito a Fontainebleau, come nuova residenza coatta, da dove sarebbe tornato a Roma solo dopo altri due anni.
      La quinquennale prigionia di Pio VII (ma si potrebbe estendere l’affermazione all’intero suo pontificato) sconta, non solo a livello divulgativo, un deficit di conoscenza anche fra gli stessi cattolici, dovuto alla prevalente attenzione riservata nel bene e nel male alla figura di Napoleone.
      Non sarà inutile pertanto rievocare brevemente qualche aspetto di quella prigionia.
      Innanzitutto bisogna ricordare che Pio VII (eletto a Venezia dopo un lungo conclave nel 1800) era stato il Papa dei concordati con la Repubblica Francese e quella Cisalpina fra il 1801 e il 1803, nonché colui che aveva consacrato Napoleone imperatore a Parigi nel 1804. Tutto questo aveva creato l’aspettativa di averlo dalla propria parte. Di fronte, però, alle ripetute dimostrazioni di indipendenza che Pio VII dà negli anni successivi, Roma viene occupata dai francesi già all’inizio del 1808 e nel luglio dell’anno seguente il Papa stesso viene prelevato e portato a Savona dopo un viaggio di sei settimane affannoso e ondivago, perché solo strada facendo Napoleone è messo al corrente della cattura operata dai suoi venerabili generali. Già all’inizio di questo lungo viaggio appare quella «dolce tristezza e il naturale sorriso» di Pio VII (come si esprime Jean Leflon, uno dei più importanti studiosi del pontificato di Pio VII e autore del volume XX del Fliche – Martin) «che durante la sua prigionia caratterizzerà il suo consueto atteggiamento». Ma accade anche che nel tragitto da tragicommedia (il Papa stesso usò termini del genere) che si svolge fra l’Italia e la Francia, Pio VII sia accompagnato e consolato da «dimostrazioni di rispetto e di simpatia che gli tributano popolazioni silenziose e costernate». In particolare papa Benedetto XVI ha ricordato «l’amore e il coraggio con cui i savonesi sostennero il Papa nella sua residenza coatta». Il conflitto giurisdizionale e il conseguente esilio, infatti, si sviluppa parallelamente a un intenso ministero pastorale del Papa, tanto più proficuo quanto più scevro (per obbiettive condizioni di inermità) da preoccupazioni di successo. Fino magari a suscitare la grazia della conversione, come attesta la lettera recentemente ripubblicata di un soldato piemontese a guardia del Papa (vedi box). Il trasferimento a Fontainebleau, oltre che per fiaccarne la resistenza (il Papa fu sul punto di morire lungo il percorso), sembra sia stato motivato anche dalla volontà di impedire questa vicinanza del Papa ai fedeli, paradossalmente cresciuta negli anni savonesi.
      Ma quel che più colpisce è che lo stesso persecutore, diciamo così, non è estraneo all’accoglienza del pastore: più volte è attestato che il Papa chiama Napoleone «un caro figlio», «un po’ caparbio, ma sempre un figlio». Il Papa, per il bene della Chiesa, vorrebbe venire incontro alle pressioni che giungono dall’imperatore. E siccome, per sollecitare la sua propria liberazione, si era attestato sul rifiuto di concedere il mandato canonico ai vescovi scelti da Napoleone in base al concordato, Pio VII, almeno in tre occasioni negli anni savonesi e poi di Fontainebleau, fu sul punto di cedere e di dare tale mandato perché i fedeli di numerose diocesi, compresa quella parigina, non rimanessero senza i legittimi pastori, che poi voleva dire senza sacramenti.
      In questo quadro di «serena fermezza», come ha detto Benedetto XVI parlando della prigionia di Pio VII, non manca però una tenebra, una sorta di radicale tradimento proprio da parte di alcuni della cerchia più vicina al Papa, a cominciare dal medico che gli era stato messo accanto, dallo stesso vescovo di Savona (forse uno dei motivi della scelta di quella città), e da altri vescovi che a turno cercano di approfittare con inganni degli istanti di debolezza del Papa.
Pio VII viene portato prigioniero a Savona, Galleria Clementina, Biblioteca Apostolica Vaticana
      Dopo le prime severe sconfitte di Napoleone in Russia e in Sassonia, Pio VII, all’inizio del 1814, può di nuovo far rotta verso Roma, facendo una sosta nella cara Savona (non sarà l’ultima perché, durante i “cento giorni” che precedettero Waterloo, Pio VII tornò ancora a visitare quel santuario di Nostra Signora della Misericordia che era stata la sua prima meta appena arrivato là prigioniero nel 1809). Ritornato a Roma, il Papa non parteciperà alla damnatio memoriae del suo antico persecutore, di cui anzi, al momento della definitiva carcerazione a Sant’Elena, cercherà di alleviare le sofferenze, intercedendo, presso gli alleati fin troppo zelanti, per il «povero esiliato».
      Così come al momento della cattura di Pio VII, secondo le Mémoires del cardinal Pacca, «nessuna protesta si fece sentire, non una sola voce protettrice discese dai troni cattolici in favore di quest’illustre carcerato», altrettanto avvenne al momento dell’esilio a Sant’Elena di Napoleone, salvo appunto la misericordia di quello che era stato suo prigioniero. La madre del Bonaparte lo riconosceva in una lettera del 27 maggio 1818 al segretario di Stato: «La sola consolazione che mi sia concessa è quella di sapere che il Santissimo Padre dimentica il passato per ricordare solo l’affetto che dimostra per tutti i miei. Noi non troviamo appoggio ed asilo se non nel governo pontificio, e la nostra riconoscenza è grande come il beneficio che riceviamo».
      «[…] Bella Immortal! benefica / Fede ai trionfi avvezza! / Scrivi ancor questo, allegrati; / Ché più superba altezza / Al disonor del Golgota / Giammai non si chinò. // Tu dalle stanche ceneri / Sperdi ogni ria parola: / Il Dio che atterra e suscita, / Che affanna e che consola / Sulla deserta coltrice / Accanto a lui posò». Chissà che anche il Manzoni, quando scriveva di getto questa famosa ode all’indomani della morte di Napoleone, non fosse stato toccato dall’esempio di Pio VII.
     
     
     
     
     
      La lettera di un soldato
     
      «Io che ero nemico dei preti...»
     
      Riportiamo uno stralcio della lettera di un soldato piemontese a guardia di Pio VII in esilio a Savona. La lettera, conservata nell’Archivio vescovile di Alba, è pubblicata all’interno degli Atti del Congresso storico internazionale (Cesena – Venezia, 15-19 settembre 2000).
     
      «Savona, 12 gennaio 1810
      […] Io che ero nemico dei preti bisogna che confessi la verità, che costretto sono. […] Pel tempo che il Papa è cui rilegato in questo palazzo vescovile e guardato a vista non solo da noi ma nell’interno della casa, vi posso dire che questo sant’uomo è il modello dell’umanità e della moderazione e di tutte le virtù sociali, che innamora tutti, che addolcisce gli spiriti più forti e fa diventare amici quelli istessi che sono gli più acerrimi nemici. Il Papa sta quasi sempre in orazione, spesso prostrato con la faccia a terra ed il tempo che li rimane si occupa a scrivere o a dar udienza nell’anticamera piena, e a dare la benedizione all’immenso popolo che accorre da tutte le parti, dalla Francia, dalla Svizzera e dal Piemonte, dalla Savoja e dal Genovesato. Non essendovi più abitazioni per dormire in questa città si sono fatte baracche nella piazza del vescovado ove stanno notte e giorno ad onta delli rigori della stagione per poterlo vedere e ricevere la benedizione. Fa veramente tenerezza nel sentire le grida di un immenso popolo di ogni sesso, di ogni età e persino i protestanti colle ginocchia a terra gridano Santo Padre benedite le nostre anime, li nostri figli; sappiamo che siete perseguitato ingiustamente, ma anche fu perseguitato ingiustamente il nostro Signore Gesù Cristo, esso vi salverà e saranno confusi i nostri nemici. […]».
June 10

Cardinal Giuseppe Siri

 
 
resourcessiri
La vita del Card. Siri Giuseppe
Siri nacque a Genova il 20 maggio 1906 da Nicolò Siri e Giulia Bellavista.
Il 16 ottobre 1916 entrò nel Seminario Minore genovese. Passato a quello
Maggiore nel 1917, nel 1926 divenne alunno della Pontificia Università
Gregoriana e del Pontificio Seminario Lombardo in Roma.

Sacerdote e maestro
Il 22 settembre 1928 ricevette l’ordinazione sacerdotale dal Card. Carlo
Dalmazio Minoretti nella cattedrale genovese; il giorno seguente celebrò la
Prima Messa nella chiesa parrocchiale del suo Battesimo e della sua infanzia, la
Basilica di S. Maria Immacolata. Nel luglio 1929 terminò gli studi con il
conseguimento della laurea in Sacra Teologia.
Rientrato a Genova, divenne cappellano nella parrocchia cittadina di S. Zita e
presso l’Opera “Giosuè Signori”. Dal 1931 al 1946 fu professore di teologia
dogmatica ed eloquenza sacra nel Seminario Maggiore genovese; inoltre, insegnò
religione presso i Licei “D’Oria” e “Mazzini”. La crisi economica dei primi anni
‘30 lo spronò ad iniziare l’attività che porterà alla creazione dell’Auxilium.
Nel 1936 fu nominato esaminatore prosinodale e l’anno seguente divenne Rettore
del Collegio Teologico S. Tommaso d’Aquino. In questi anni svolse anche
un’intensa attività di conferenziere e predicatore, fra l’altro, collaborando
con l’Opera di Villa Maria - poi Opera S. Giovanni Battista - e nell’ambito
dell’Azione Cattolica, ad esempio, come vice assistente della FUCI genovese,
docente nella Scuola di Apostolato per la GIAC e relatore alle “Settimane di
Camaldoli”. Fra le pubblicazioni di quegli anni vi sono i due volumi “La
Rivelazione” (1941) e “La Chiesa” (1938) del “Corso di teologia per laici” e lo
studio “La ricostruzione della vita sociale” (1944).

Vescovo a Genova
L’11 marzo 1944 Pio XII elesse don Giuseppe Siri Vescovo titolare di Liviade,
deputandolo Ausiliare del Card. Pietro Boetto, Arcivescovo di Genova. Questi gli
conferì l’ordinazione episcopale nella cattedrale di S. Lorenzo il 7 maggio
1944. L’8 settembre 1944 fu nominato Pro-Vicario Generale.
Alla morte del Card. Boetto (31 gennaio 1946), Pio XII lo promosse Arcivescovo
di Genova il 14 maggio 1946. Il Presule prese possesso dell’Arcidiocesi il 29
maggio 1946, compiendo il giorno seguente il solenne ingresso. Subito diede
inizio alla sua prima Visita Pastorale.
Quello stesso anno divenne Consulente morale dell’Unione Cristiana Imprenditori
e Dirigenti (U.C.I.D.). Nel maggio 1947 tenne il Primo Congresso Catechistico
Diocesano e il 26 ottobre 1947 eresse il Centro diocesano per gli Studi
religiosi “Didascaleion”. Dal 23 al 25 novembre 1950 presiedette il VII Concilio
Provinciale Ligure. L'anno seguente divenne Presidente del Comitato Permanente
delle Settimane Sociali. Nel maggio 1952 si tenne a Genova il Congresso Mariano
diocesano.

Per la Chiesa universale
Il 29 novembre 1952 venne annunciata la sue elevazione alla porpora; fu creato
da Pio XII cardinale prete del titolo di S. Maria della Vittoria nel concistoro
del 12 gennaio 1953.
Nel 1955 gli vennero affidati anche gli incarichi di Presidente dell’Apostolato
del Mare e di Presidente della Commissione Episcopale per l’Alta Direzione
dell’Azione Cattolica Italiana, mentre nel 1957 divenne assistente spirituale
dell'Union International des Association Patronals Catholiques (U.N.I.A.P.A.C.).
Quello stesso anno Pio XII lo inviò come Legato Pontificio in Spagna per il IV
centenario della morte di S. Ignazio di Loyola; nell’agosto 1958 svolgerà la
stessa funzione a Bruxellles per l’Esposizione Internazionale.
Dal 25 al 28 ottobre 1958 prese parte al Conclave che elesse Giovanni XXIII, il
quale il 12 ottobre 1959 nominò il Card. Siri Presidente della Conferenza
Episcopale Italiana. Lo stesso Pontefice lo inviò come Legato Pontificio per il
matrimonio del Re Baldovino del Belgio (15 dicembre 1960).
Gli incarichi nazionali e all'estero non lo distolsero dall'attenzione per la
sua Diocesi. Dal 1953 al 1960 il Cardinale tenne la seconda Visita Pastorale
dell'Arcidiocesi, e nel 1962 iniziò la terza. Durante il 1955 si svolse
nell’Arcidiocesi di Genova l’ “Anno del Culto del Signore”, mentre dal 29
novembre al 1° dicembre 1956 si tenne il Sinodo diocesano. Nell’aprile 1959 si
era tenuto a Genova il Congresso Liturgico diocesano e quello stesso anno iniziò
ufficialmente la sua attività il primo Serra Club italiano.

Il Vaticano II
Con l’indizione del Concilio Vaticano II, dal 1960 fu membro della Commissione
preparatoria centrale; fece anche parte della Sotto-Commissione degli
emendamenti (1961). Il 6 settembre 1962 Giovanni XXIII lo volle fra i membri del
Segretariato per gli affari  straordinari del Concilio Vaticano II e lo confermò
Presidente della Conferenza Episcopale Italiana (22 settembre 1962).
Dal 19 al 21 giugno 1963 partecipò al Conclave che elesse Paolo VI, il quale lo
nominò membro del Consiglio di Presidenza del Concilio Vaticano II. Durante le 4
sessioni del Concilio intervenne 11 volte durante le Congregazioni generali. Nel
1965 lasciò la presidenza della Conferenza Episcopale Italiana.

Dopo il Concilio
Eletto dai Vescovi italiani, partecipò alle Assemblee ordinarie del Sinodo dei
Vescovi svoltesi nel 1967, 1971 e 1973. Nel 1968 fu annoverato fra i componenti
della Commissione per la revisione del Codice di Diritto Canonico. Fra le
iniziative svoltesi a Genova in quegli anni vi furono l’inaugurazione della
nuova sede del Seminario Maggiore "Benedetto XV" a Righi (1965) e quella del
“Quadrivium” (1967), il suo XXV di Episcopato (1969), il Congresso Eucaristico
diocesano (1971), il Congresso Nazionale di Musica Sacra (1973), l'Anno
diocesano della Catechesi e l'inizio della quarte Visita Pastorale (1977).
Intanto, gli era stata affidata l’Amministrazione Apostolica della Diocesi di
Bobbio (1973), per la quale gli venne assegnato come Vescovo Ausiliare Mons.
Giacomo Barabino, già suo segretario. Negli anni ‘70 compì anche alcuni viaggi
all’estero: Senegal (1973), Polonia (1973), Unione Sovietica (1974), Turchia
(1975), Venezuela (1976), Austria e Ungheria (1977).

Gli ultimi anni
Dal 25 al 26 agosto 1978 partecipò al Conclave che elesse Giovanni Paolo I e dal
14 al 16 ottobre 1978 a quello per l’elezione di Giovanni Paolo II. Nel 1979 e
nel 1982 prese parte alle Riunioni Plenarie del Collegio Cardinalizio, di cui
dal 18 settembre 1982 egli era il membro più anziano per creazione, oltre che
primo dell’ordine dei preti.
Anche nei primi anni ‘80 compì vari viaggi in vari Paesi: Irlanda (1979),
Germania Orientale e Cecoslovacchia (1980), Francia (1981 e 1984), Polonia
(1985) e Spagna (1986). Il 21 e 22 settembre 1985 accolse Giovanni Paolo II in
visita a Genova, che poi lo volle ospite speciale alla II Assemblea
Straordinaria del Sinodo dei Vescovi dello stesso anno.
Fra le iniziative svoltesi a Genova in quegli anni vi furono l’Anno della
catechesi per il mondo del lavoro (1979), la Settimana Liturgica Nazionale
(1981), il XXX di Cardinalato (1983). Il 30 settembre 1986 la Diocesi di Bobbio
fu unita a quella di Genova, per cui egli assunse il titolo di Arcivescovo di
Genova-Bobbio.
Verso il tramonto
Il 6 luglio 1987 vennero accolte le sue dimissioni dal governo pastorale
dell’Arcidiocesi di Genova-Bobbio, che resse ancora fino ad ottobre come
Amministratore Apostolico.
Il 2 maggio 1989 morì a Villa Campostano a Genova. Le solenni esequie si
svolsero il 5 maggio in cattedrale, dove le sue spoglie sono sepolte.  
February 25

S'Alessandro d'Alessandria

250 - 328

Eletto patriarca d’Alessandria d’Egitto, rinnovò il clero scegliendo uomini di provata rettitudine e costruì la grande Chiesa di S. Theonas. Lottò contro Ario dopo aver tentato di convincerlo paternamente. La sua vita e la fermezza con cui condusse la lotta contro l’arianesimo sono tuttora testimonianza del suo senso di giustizia, della sua forza spirituale e della sua integrità morale.

Patronato: Patrono di Bergamo

Etimologia: Alessandro = protettore di uomini, dal greco

Martirologio Romano: Commemorazione di sant’Alessandro, vescovo: anziano glorioso e dal fervido zelo per la fede, divenuto dopo san Pietro capo della Chiesa di Alessandria, separò dalla comunione ecclesiale il suo sacerdote Ario, pervertito dalla sua insana eresia e confutato dalla verità divina, che egli poi condannò quando entrò a far parte dei trecentodiciotto Padri del Concilio di Nicea I.


Tra i numerosi santi con questo nome, il patriarca Alessandro, nato verso il 250, merita un posto di primissimo piano nell'elenco dei grandi campioni della fede, essendo stato uno dei protagonisti nella lotta all'eresia ariana. Uomo di profonda cultura unita a zelo e bontà, Alessandro fu eletto nel 313 alla importante sede patriarcale di Alessandria d'Egitto. Pare che lo stesso Ario, ordinato sacerdote dal predecessore S. Achilla forse dietro indicazione di Alessandro, sia stato tra i promotori della sua elezione.
Il sessantenne patriarca rivolse le prime cure alla formazione e alla scelta dei chierici tra uomini di comprovata virtù e diede inizio alla costruzione della chiesa di S. Theonas, la più grande della città. Ma il suo nome resterà legato alla edificazione di quel grande baluardo della ortodossia, costruito per sua iniziativa, al primo concilio ecumenico di Nicea, contro il dilagare di un concentrato di eresie propagate da uno dei suoi sacerdoti, Ario, un vero precursore dei moderni metodi pubblicitari. Per diffondere le sue teorie (l'incomunicabilità di Dio alle creature, la posizione subordinata e intermediaria di Cristo tra Dio e il mondo, quindi la negazione della consustanzialità del Figlio col Padre), Ario ricorse infatti perfino alle canzoni, che il popolo cantava senza rendersi conto degli errori dottrinali che vi si celavano. Alessandro cercò di riportarlo all'ovile con dolcezza e paternamente, ma, visto inutile ogni tentativo, il santo patriarca convocò un sinodo di vescovi, durante il quale le tesi di Ario vennero esaminate e respinte. Ario non si sottomise e riparò in Palestina, dove ebbe modo di farsi accogliere come perseguitato e cercò di screditare Alessandro. Nella controversia si inserì lo stesso imperatore Costantino, il quale, poco esperto in questioni teologiche, finì per dare un colpo alla botte e uno al cerchio: Alessandro e Ario ebbero in uguale misura severi richiami all'ordine. La disputa non poteva finire così e allora Costantino, per le stesse insistenza di Alessandro, convocò il concilio a Nicea di Bitinia.
In questa prima grande assise ecumenica troviamo accanto all'anziano e malato Alessandro il suo battagliero diacono Atanasio, che gli succederà nella sede episcopale e porterà a fondo la lotta all'eresia ariana. Alessandro venne accolto trionfalmente al suo ritorno ad Alessandria, dove si rimise al lavoro per sanare le ferite prodotte dallo scisma. La morte lo colse cinque mesi più tardi. La data è incerta: quella del 26 febbraio del 328 è suffragata da maggiori testimonianze.

January 27

Giornata della memoria

Rinnovo l'omaggio alle vittime dei poveri ebrei.....
 
ELENCO CRONOLOGICO DEGLI ASSASSINII PIÙ CONOSCIUTI COMMESSI DAI GIUDEI
- Anno 1071. A Blois, un bambino crocefisso poi buttato nel fiume. Il Conte Teobaldo fa bruciare gli ebrei colpevoli.
- 1114. A Norwich in Inghilterra, Guglielmo, fanciullo di dodici anni, è attirato in una casa ebrea, e colà crocifisso in mezzo a mille oltraggi il dì di Pasqua, e perché meglio rappresentasse Gesù Cristo sulla Croce, vennegli ferito al fianco.
- 1160. A Glocester, gli ebrei crocifiggono un bambino.
- 1179. A Parigi, il fanciullo Riccardo viene immolato nel Castello di Pontoise il Giovedì Santo; ed è onorato come Santo a Parigi.
- 1181. A Parigi, San Rodberto, fanciullo, viene ucciso dagli ebrei verso le feste di Pasqua.
- 1182. I giudei a Pontoise crocifiggono un giovanetto dodicenne, per cui vengono espulsi dalla Francia. A Saragozza, accade lo stesso a Domenico del Val.
- 1236. Presso Hagenau, tre fanciulli di sette anni sono immolati dagli ebrei in odio a Gesù Cristo.
- 1244. A Londra, un fanciullo cristiano viene martirizzato dagli ebrei; e si venera nella Chiesa di S. Paolo.
- 1250. In Aragona, un fanciullo di sette anni viene crocefisso circa nel tempo della Pasqua ebraica.
- 1255. A Lincoln, Ugo fanciullo rapito dagli ebrei viene nutrito fino al giorno del sacrifizio. Molti ebrei convengono da varie parti dell’Inghilterra, e lo crocifiggono, rinnovando in lui tutte le scene della Passione di N. S. come ci narrano Mathieu Paris e Capgrave. Weever ci fa sapere ancora che i giudei delle principali città d’Inghilterra rapivano fanciulli maschi per circonciderli, poscia in onta a Cristo coronavanli di spine, flagellavanli e crocifiggevanli.
- 1257. A Londra, un fanciullo cristiano immolato da’ giudei.
- 1260. A Wessemburg, un fanciullo ucciso dagli ebrei.
- 1261. A Pfortzeim Bade, una bambina settenne strozzata poi dissanguata ed annegata.
- 1283. A Magonza, un bambino venduto dalla sua balia agli ebrei e da questi UCCISO.
- 1285. A Monaco, un fanciullo viene dissanguato. Il suo sangue serve di rimedio agli ebrei. Il popolo brucia la casa dove gli ebrei si erano rifugiati.
- 1286. A Oberwesel sul Reno, Wernher quattordicenne martirizzato per tre giorni con ripetute incisioni.
- 1287. A Berna, Rodolfo giovanetto ucciso nella Pasqua dagli ebrei.
- 1292. A Colmar, un fanciullo ucciso come sopra.
- 1293. A Crems, un fanciullo immolato dagli ebrei, due degli uccisori sono puniti, gli altri si salvano a forza d’oro.
- 1294. A Berna, un altro fanciullo svenato dai giudei. - 1302. A Remken, lo stesso.
- 1303. A Weissensee di Turingia, Corrado Scolaro, figliuolo di un soldato, dissanguato con incisioni alle vene.
- 1345. A Monaco, il Beato Enrico crudelmente ucciso.
- 1401. A Diessenhofen di Wurtemberg, un fanciullo di quattro anni comprato per tre fiorini e dissanguato dagli ebrei. Qui notasi che nel processo fattosi per cotesto assassinio, l’ebreo accusato confessò «che ogni sette anni tutti gli ebrei hanno bisogno di sangue cristiano. Un altro rivelò che il cristiano assassinato doveva essere minore di tredici anni. Un terzo disse che si servivano di quel sangue nella Pasqua; che ne facevano seccare una parte per ridurla in polvere; e che se ne servivano pei loro riti religiosi: È cosa notevole che le stesse confessioni e rivelazioni siano state fatte dagli ebrei a distanza di molti secoli ed in paesi lontanissimi: a Trento, in Moldavia, in Svizzera nei secoli XIV e XVIII; secondo che già si vide più sopra.
- 1407. Quivi pure un altro fanciullo ucciso; donde una sommossa popolare e lo scacciamento degli ebrei.
- 1410. In Turingia, sono cacciati gli ebrei per delitti contro fanciulli cristiani.
- 1429. A Rovensbourg, Luigi Von Bruck, giovanetto cristiano, viene sacrificato dai giudei mentre li serviva a tavola tra la Pasqua e la Pentecoste: il suo corpo viene trovato ed onorato dai cristiani.
- 1454. In Castiglia, un fanciullo è fatto a pezzi ed il suo cuore cotto per cibo. Per questo ed altri simili delitti gli ebrei vengono poi cacciati dalla Spagna nel 1459.
- 1457. A Torino, un giudeo è colto nell’istante medesimo, in cui sta per iscannare un fanciullo.
-1462. Presso Inspruk, il Beato fanciullo Andrea nato a Rinn, viene immolato il 9 luglio dagli ebrei che ne raccolgono il sangue.
- 1475. A Trento, il celebre martirio del B. Simoncino, di cui esistono i processi originali; dai quali apparisce che gli ebrei di Trento, rei dell’assassinio rituale del B. Simoncino, ne rivelarono molte altre dozzine da loro e dai loro correligionari commessi allo stesso scopo rituale nel Tirolo, nella Lombardia, nel Veneto ed altrove in Italia, Germania, Polonia, ecc. ecc.
- 1480. A Treviso, si commette un delitto simile al precedente di Trento.
- 1480. Assassinio del B. Sebastiano da Porto Buffole nel Bergamasco.
- 1480. A Motta di Venezia, un fanciullo viene immolato il Venerdì Santo. 
- 1486. A Ratisbona, sei fanciulli vittime degli ebrei. - 1490. A Guardia presso Toledo, un fanciullo crocefisso.
- 1494. A Tyrman in Ungheria, un fanciullo rapito e dissanguato.
- 1503. A Waltkirch in Alsazia, un fanciullo di quattro anni, venduto da suo padre agli ebrei per dieci fiorini, col patto che gli fosse restituito vivo dopo averne cavato sangue. Gli ebrei lo uccisero dissanguandolo.  - 1505. A Budweys, fatto simile.
- 1520. A Tyrnau ed a Biring, due fanciulli dissanguati. Perciò furono allora cacciati gli ebrei dall’Ungheria.
- 1540. A Suppenfeld in Baviera, Michele di quattro anni torturato per tre giorni.
- 1547. A Rave in Polonia, il figlio di un sarto sacrificato da due ebrei.
- 1569. A Witow in Polonia, Giovanni di due anni venduto per due marchi all'ebreo Giacomo di Leizyka, è da lui crudelmente ucciso. Altri fatti simili accaduti a Bielko ed altrove.
- 1574. A Punia in Lituania, Elisabetta di sette anni assassinata dall’ebreo Gioachino Smerlowiez il martedì prima della domenica delle Palme, il suo sangue vien raccolto in un vaso.
- 1590. A Szydlow, un fanciullo scomparso, trovossone il cadavere dissanguato con incisioni e punture.
- 1595. A Gostin, un fanciullo venduto agli ebrei per essere dissanguato.
- 1597. Presso Sryalow, un fanciullo ucciso. Col suo sangue gli ebrei aspergono la nuova Sinagoga per consacrarla.
- 1650. A Caaden, un fanciullo di cinque anni e mezzo chiamato Mattia Tillich vi è assassinato l’11 marzo. Questo storico annovera altri fatti simili accaduti a Steyermarck, Karnten, Crain, ecc.
- 1655. A Tunguch in Germania, un fanciullo assassinato.
- 1669. A Metz, un fanciullo di tre anni rubato dal giudeo Raffaele Levi, è crudelmente assassinato. Il suo cadavere fu trovato orribilmente mutilato. Il reo venne arso vivo per sentenza del Parlamento di Metz il 16 giugno 1670.
- 1778. Di parecchi fanciulli uccisi dagli ebrei nel decimottavo secolo fa menzione il Journal historique et litteraire del 5 gennaio 1778 a pag. 88 e del 15 ottobre del medesimo anno, a pag. 258.
- 1803. Possiamo a buona ragione porre qui in primo luogo questa data 1803, poiché in quest’anno uscì la prima volta alla luce il libretto di Teofito o Neofito. Esso vale storicamente più di molte altre autorità per dimostrare che gli ebrei sempre usarono, usano e debbono usare (se pure sono ebrei osservanti) il sangue cristiano nei loro riti.
- 1810. Negli atti del Processo di Damasco, esiste una lettera di John Barcker ex-Console inglese in Aleppo dove si parla di una povera cristiana scomparsa da Aleppo. Tutti accusavano un ebreo, Raffaele d’Ancona, di averla scannata per raccoglierne il sangue.
- 1827. A Varsavia, scompare un bambino cristiano nell’occasione della Pasqua ebrea.
- 1831. A Pietroburgo, un fanciullo assassinato dagli ebrei per iscopo rituale. Così sentenziarono quattro giudici.
- 1839. A Damasco, si scopre alla dogana una bottiglia di sangue portata da un ebreo, il quale offre diecimila piastre perché si sopisca la cosa.
- 1840. A Damasco il celebre processo sopra l’assassinio del Padre Tommaso da Calangiano Cappuccino e del suo servo cristiano uccisi dagli ebrei per scopo rituale. Gli ebrei furono convinti e condannati, benché poi graziati per danari. Quegli ebrei assassini erano quasi tutti italiani e livornesi. Il processo originale è negli Archivi di Parigi, e venne poi stampato dal Laurent nel vol. II des Affaires de Syrie.
- 1843. A Rodi, Corfù ed altrove assassinio ebreo di bambini cristiani.
- 1881. Ad Alessandria d’Egitto l’assassinio del giovane greco Fornarachi, di cui si occuparono tutti i giornali del 1881-1882. Il cadavere fu trovato dissanguato, tutto punzecchiato, e simile a statua di cera. - 1882. A Tisza Eszlar in Ungheria, una giovinetta di 14 anni è scannata nella Sinagoga dal sacrificatore ebreo. Più recentemente ancora nel 1891 fu trovato presso l'ebreo Buschoff in Xanten della Prussia Renana il cadavere del fanciullo cattolico Giovanni Hegmann senza una goccia di sangue. Il Buschoff venne processato, ma poi assolto, tant'è a dì nostri la potenza dell’oro ebraico! Abbiam letto gli atti di quel processo, tradotti dalla Verona fedele, e sfidiamo chiunque li leggerà a non vedervi per entro il fine prestabilito di salvare ad ogni patto il reo. È un processo che si può definire: Monumento eterno o d’insipienza giuridica o di corruzione giudaica»!.
 
 
Requiem aeternam dona eis, domine, et lux perpetua luceat eis requiescant in pace. Amen
 
x S.Simonino di Trento 1475
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January 10

Intervista Andrea Gemma, vescovo emerito di Isernia-venafro

Esclusivo - Parla Monsignor Andrea Gemma, il Vescovo esorcista: “Satana teme Benedetto XVI perché sa che è il Papa giusto per la lotta agli inferi”



«È una tragedia: Benedetto XVI è ancora più forte, è ancora peggio di Giovanni Paolo II». È stata questa l’accoglienza riservata da Satana al Cardinale Joseph Ratzinger poche ore dopo la sua elevazione alla Cattedra di Pietro, nell’aprile del 2005. Il Diavolo, per l’esattezza, parlò per bocca di una donna - posseduta - sottoposta ad esorcismo da Monsignor Andrea Gemma, Arcivescovo Emerito di Isernia-Venafro, uno dei pochi prelati, se non il solo, ad esercitare il ministero della liberazione dal Maligno, che ha raccontato l’aneddoto in questa intervista esclusiva concessa a Petrus di ritorno da un pellegrinaggio a Lourdes.

Monsignor Gemma, il Diavolo non sembra proprio aver gradito l’elezione di Benedetto XVI.
Esatto. Me lo confermò lui stesso, il "signor malefico". E questa sua espressione non mi meravigliò. Non bisogna dimenticare, infatti, che il Cardinale Ratzinger ha sempre combattuto il Maligno e messo in guardia l’umanità dai pericoli del Demonio.

Eccellenza, a conferma di quanto Lei dice, si parla con insistenza di una possibile istruzione del Santo Padre per obbligare i Vescovi a nominare un numero stabile di esorcisti diocesani.
Volesse il cielo che il Papa preparasse questo documento, ce n’è davvero bisogno! Quando ho appreso la notizia, ho gioito. Ed ho avuto la conferma che Benedetto XVI è il Papa giusto per affrontare in questa epoca la battaglia contro Satana. Che Dio lo conservi a lungo sul trono di Pietro! Avevamo proprio bisogno di Lui. Basti pensare già al fatto che è stato l’unico Papa in tutta la storia a lodare e ad incoraggiare pubblicamente gli esorcisti per il ministero loro affidato.

Qualcuno ha però manifestato scetticismo verso l’istruzione…
Si tratta di ignoranti! Chiederò personalmente un’udienza privata al Santo Padre per sollecitare la pubblicazione di questa nota e per chiedergli di continuare ad essere al nostro fianco. Sì, c’è bisogno che i Vescovi nominino almeno un esorcista fisso per ogni Diocesi! Sono certo che il Santo Padre non deluderà le attese di chi si attende questa forte iniziativa.

Il fatto che si parli di un richiamo all’obbedienza da parte di Benedetto XVI ai Vescovi perché deleghino stabilmente degli esorcisti, denota una grande carenza in materia.
Purtroppo è così. Devo dire che ha ragione il mio amico Padre Gabriele Amorth quando sostiene che molti Vescovi sono i primi a non credere all’esistenza del Demonio. Lo posso testimoniare anch’io: da 16 anni, da quando mi è stata conferita la dignità episcopale, mi avvalgo della facoltà di esorcizzare in prima persona, ed ho ricevuto poveretti provenienti da ogni parte d’Italia per essere liberati dal Maligno perché nelle loro Diocesi il Vescovo è scettico o eccessivamente prudente e non nomina nessun esorcista. E il Diavolo se la ride. Pensi, quasi sempre mi dice: "Sei solo, sei l’unico, gli altri Vescovi non credono neanche all’inferno, se tutti facessero come te, se tutti esorcizzassero, noi spiriti maligni saremmo spacciati. E anche il Papa è isolato in questa lotta". Credo non ci sia nulla da aggiungere...

Monsignor Gemma, una bella soddisfazione personale per Lei, ma per la Chiesa è allarmante: Satana è soddisfatto dell’assenza di esorcisti e dell’incredulità del Clero.
Già. Veda, io non voglio giudicare i miei confratelli Vescovi, ma mi chiedo: dove è andato a finire il Catechismo della Chiesa Cattolica (la cui ultima versione è stata peraltro curata proprio da Benedetto XVI quando era ancora Cardinale)? In esso è scritto chiaramente che Satana esiste in tutta la sua pericolosità e chi non crede nella sua esistenza è fuori dalla Chiesa. Mi domando: questi Vescovi, e i sacerdoti che come loro non credono nel Demonio, hanno letto il Catechismo? Possibile che non ricordino neanche il capitolo 12 dell’Apocalisse, quello in cui San Giovanni parla del dragone rosso? Sarà ignoranza, sarà distrazione, ma certe omissioni contribuiscono a disorientare e a far essere la Chiesa sempre più esposta agli attacchi delle potenze infernali. E poi, come è attuale quel grido d’allarme lanciato negli anni ’70 da Paolo VI: «Il fumo di Satana è entrato» anche nella Chiesa, la Casa di Dio.

Intanto la gente corre dai maghi…
Ed è proprio così, lo scriva a chiare lettere, che si diffondono principalmente le possessioni diaboliche. I maghi - io non faccio distinzione tra magia bianca o nera - invocano Satana per esaudire le richieste dei loro clienti. Ma, sempre, prima o poi, il Diavolo presenta il conto. Cosicché chi è andato da un mago, inizia ad essere vessato, ossessionato o addirittura posseduto dal Maligno. E nel frattempo i maghi, quelli veri, quelli dediti all’occultismo, incuranti del fatto che si dannano l’anima, si riempiono i portafogli con la complicità del Maligno e le sofferenze di poveri sventurati.

Eccellenza, anche le sette sataniche sono in netto aumento e coinvolgono particolarmente i giovani.
Tutta colpa della perdita dei valori alti. Ormai la gente, e in particolar modo i giovani, non crede più all’esistenza del giudizio finale, del Paradiso, del Purgatorio e dell’Inferno. Si vive come non si dovesse mai morire o come se tutto dovesse finire con la morte. La Fede si è raffreddata, non ci sono più valori: anziché andare dai sacerdoti si va dai maghi, si predilige il profano al sacro, l’occultismo alla preghiera. È bene che si sappia che anche con l’adesione alle sette sataniche si rischia di essere posseduti dal Demonio, con tutto ciò che ne deriva in termini di patimenti fisici e spirituali. Non bisogna dimenticare, infatti, che chi è posseduto o vessato dal Diavolo va incontro ad atroci sofferenze.

Monsignor Gemma, cosa stiamo vivendo? Quest’epoca sembra degenerata. Genitori che uccidono i figli e viceversa, violenze di ogni tipo, guerre…
Siamo tutti in lotta contro Satana. Questo perfido essere sta tentando in maniera disperata e spregiudicata di conquistare il mondo e chi lo abita; nulla di nuovo, Gesù stesso ci dice che la battaglia durerà sino alla fine dei tempi. Ma noi non dobbiamo scoraggiarci o demordere, ma reagire pregando, affidandoci al Signore e proclamando la Verità.

Proprio come ci esorta a fare il Santo Padre Benedetto XVI.
Il fatto che Satana abbia paura del Papa, vuol dire che è sulla strada giusta. Che Dio guardi e protegga il Santo Padre Benedetto XVI! Non tutti sanno che Giovanni Paolo II è molto invocato negli esorcismi, e il Diavolo soffre molto all’udire il suo nome. È dunque confortante che Benedetto XVI venga considerato dagli spiriti maligni un avversario addirittura più pericoloso, letale e potente del suo venerato predecessore.
January 07

racconto di Natale

Visitatrice

Comparve una vecchia velata, rugosissima, di cui ogni passo, nell’avvicinarsi alla culla, «sembrava lungo come i secoli». Maria ebbe paura, come se avesse visto «una sorta di fata malevola». Ma non l’asino e il bue, che continuarono tranquillamente a ruminare. Gesù dormiva. «Ma si dorme la notte di Natale?». Quando la vecchia si chinò su di lui, aprì gli occhi «e sua madre fu molto stupita nel vedere che gli occhi della donna e quelli del suo bambino erano esattamente uguali e brillavano della stessa speranza».

La vecchia si mise a frugare tra le pieghe dei suoi stracci e «sembrò metterci dei secoli». Finalmente trasse qualcosa che Maria non vide perché era nascosto nella mano chiusa. Vedeva solo il dorso della vecchia, curvo sulla culla. Capì, dai movimenti, che ciò che la donna teneva in mano era stato consegnato al Bambino. «Poi la vecchia si drizzò, come alleggerita dal peso gravosissimo che l’aveva piegata verso terra». Si volse: «il suo viso aveva ritrovato miracolosamente la giovinezza».

Maria la vide uscire silenziosamente com’era venuta e vide cos’era il misterioso dono che aveva portato. Una piccola mela rossa. Maria comprese: Eva aveva restituito al Bambino «la mela del primo peccato». E «la piccola mela rossa nelle mani del Neonato brillava come il globo del mondo nuovo che era appena nato con Lui».
December 07

Diocesi di Vicenza

Diocesi di Vicenza sull'applicazione del M.P.

NOTA INFORMATIVA

Vicenza, 16.09.07

Riguardo all’entrata in vigore con il 14 settembre del Motu Proprio "Summorum pontificum" di Papa Benedetto XVI, l’Ufficio Stampa della Diocesi - vista la richiesta da parte di alcuni organi di stampa locali – comunica che detto documento non prevede alcuna specifica e necessaria indicazione o orientamento da parte dei vescovi. Non tocca né al Vescovo, né ai sacerdoti prendere l’iniziativa, ma ai fedeli interessati, i quali potranno chiedere al singolo parroco l’attuazione del Motu proprio secondo le norme stabilite, trovando in lui la persona chiamata a gestire, con serenità e spirito di benevola accoglienza, questa precisa richiesta di alcuni fedeli.
Si può ricordare, in particolare, l’art. 5,§1 che recita: "Nelle parrocchie in cui esiste stabilmente un gruppo di fedeli aderenti alla precedente tradizione liturgica, il parroco accolga volentieri le loro richiesteper la celebrazione della Santa Messa secondo il rito del Messale Romano edito nel 1962". "Provveda a che il bene di questi fedeli si armonizzi con la cura pastorale ordinaria della parrocchia sotto la guida del Vescovo a norma del can. 392, evitando discordia e favorendo l’unità di tutta la Chiesa".
Nel paragrafo 2 poi si precisa che "tale celebrazione secondo il Messale del beato Giovanni XXIII può aver luogo nei giorni feriali; nelle domeniche e nelle festività si può anche avere una celebrazione di tal genere". E nel paragrafo 7 si afferma che se "un gruppo di fedeli, di cui all’art.5§1, non abbia ottenuto soddisfazione nelle sue richieste da parte delparroco,ne informi il Vescovo diocesano che è vivamente pregato di esaudire il loro desiderio". Inoltre i parroci potranno anche tenere presenti le indicazioni che ilSanto Padre offre nella lettera ai Vescovi là dove afferma: "L’uso del Messaleantico presuppone una certa misura di formazione liturgica e un accesso alla lingua latina; sia l’una che l’altro non si trovano tanto di frequente". E aggiunge: "Già da questi presupposti concreti si vede chiaramente che il nuovo Messale (di Paolo VI) rimarrà, certamente, la via ordinaria del Rito Romano, non soltanto a causa della normativa giuridica, ma anche della reale situazione in cui si trovano le comunità dei fedeli".
La sapienza pastorale e lo spirito di comunione ecclesiale dei sacerdoti e fedeli della Diocesi saprà trovare le vie più idonee per usufruire del Motu Proprio sia come stimolo per promuovere la forma ordinaria della liturgia secondo il Concilio Vaticano II, che rimane la via primaria e usuale da seguire, sia per accogliere le richieste di celebrazione nella forma straordinaria, secondo il Messale Romano del 1962, che rispettino i requisiti del documento.
La Commissione diocesana per la formazione del clero e l’Ufficio liturgico diocesano hanno già avviato un programma di incontri di formazione liturgica per sacerdoti e fedeli.
L’Ufficio liturgico diocesano, inoltre, è a disposizione per ogni eventuale chiarimento e indirizzo necessari.
L’Ufficio Stampa della Diocesi

stenico

Il Papa non si interpreta mai

di Monsignor Tommaso Stenico,
da Petrus (22 settembre 2007)




La stampa dà conto che nel Consiglio permanente della Conferenza episcopale italiana che ha avuto luogo nei primi giorni della settimana corrente a Roma, si è discusso del Motu proprio di Benedetto XVI “Summorum Pontificum” sulla Messa tridentina e della sua applicazione.

Alcuni dei Vescovi presenti alla riunione, infatti, avrebbero espresso le loro critiche al documento chiedendo che la CEI preparasse una Nota interpretativa delle direttive papali per l’Italia. Ma l’iniziativa non è passata. Avrebbero manifestato la loro contrarietà Carlo Ghidelli, Vescovo di Lanciano-Ortona, Bruno Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto; Benvenuto Italo Castellani, arcivescovo di Lucca; il nuovo arcivescovo di Palermo Paolo Romeo; Felice Di Molfetta, Vescovo di Cerignola e presidente della Commissione episcopale per la liturgia. Secondo questi Presuli, il Motu proprio di Benedetto XVI rischierebbe di creare disagio perché l’ecclesiologia presente nel vecchio messale sarebbe "incompatibile" con quella scaturita dal Concilio Vaticano II. Proprio per questo, hanno chiesto alla CEI una Nota interpretativa del testo pontificio.

Accolgo con rispetto le osservazioni di tali illuminati Pastori, ma concordo con chi alla Nota ha manifestato opposizione e sono felice che tale Nota non ci sia stata. Non so se per eccesso di zelo o per semplice dimenticanza, ma tali Pastori illuminati non ricordano o non hanno presente che la Nota richiesta esiste e l’Autore è lo stesso Papa Benedetto.

Ricordo che qualcuno aveva detto che la Lettera papale che accompagnava il Motu Proprio era più lunga dello stesso Motu proprio. Personalmente avevo visto in questa “maggior lunghezza” tutta la trepidazione, la sollecitudine, la preoccupazione del Papa perché il suo gesto di apertura al dialogo e alla comunione fosse rettamente inteso. E con tali sentimenti Benedetto XVI scriveva: «Con grande fiducia e speranza metto nelle vostre mani di Pastori il testo di una nuova Lettera Apostolica “Motu Proprio data” sull’uso della liturgia romana anteriore alla riforma effettuata nel 1970. Il documento è frutto di lunghe riflessioni, di molteplici consultazioni e di preghiera”. Il Papa era ben consapevole delle “reazioni molto divergenti tra loro che vanno da un’accettazione gioiosa ad un’opposizione dura». E il Vescovo di Roma cerca subito di centrare il fulcro dei dubbi: «C’è il timore che qui venga intaccata l’Autorità del Concilio Vaticano II e che una delle sue decisioni essenziali – la riforma liturgica – venga messa in dubbio. Tale timore è infondato». E con grande delicatezza il Papa ribadisce la forma ordinaria della Liturgia Eucaristica voluta dal Concilio e la forma extraordinaria del Missale Romanum, anteriore al Concilio stesso. Inoltre – dice il Papa – «non è appropriato parlare di queste due stesure del Messale Romano come se fossero “due Riti”. Si tratta, piuttosto, di un uso duplice dell’unico e medesimo Rito».

Ma vi è un passo ulteriore che compie il Papa quando scrive che «queste Norme intendono anche liberare i Vescovi dal dover sempre di nuovo valutare come sia da rispondere alle diverse situazioni». Ma è al desiderio di «giungere ad una riconciliazione interna nel seno della Chiesa» che il Papa guarda con questo Motu proprio. E per questo nobile scopo egli invita a «fare tutti gli sforzi, affinché a tutti quelli che hanno veramente il desiderio dell’unità, sia reso possibile di restare in quest’unità o di ritrovarla nuovamente». Ai Vescovi, il Papa assicura che «queste nuove norme non diminuiscono in nessun modo la vostra autorità e responsabilità, né sulla liturgia né sulla pastorale dei vostri fedeli. Ogni Vescovo, infatti, è il moderatore della liturgia nella propria diocesi (cfr. SC 22). Nulla si toglie quindi all’autorità del Vescovo il cui ruolo, comunque, rimarrà quello di vigilare affinché tutto si svolga in pace e serenità».

In tutta onestà mi domando: una eventuale Nota della CEI, cosa avrebbe potuto aggiungere?

Cei Tornielli

ALLA CEI, TRE GIORNI DI DISCUSSIONE
SULLA MESSA ANTICA


Da lunedì pomeriggio fino a mercoledì mattina i trenta vescovi del Consiglio permanente della Cei hanno discusso del Motu proprio. Tutti i retroscena del dibattito avvenuto a porte chiuse.
Ci sono stati vescovi che hanno criticato la decisione papale (tra questi gli arcivescovi Bruno Forte, di Chieti-Vasto, Paolo Romeo, di Palermo, e Carlo Ghidelli, di Lanciano-Ortona), chiedendo che la Cei pubblicasse un documento interpretativo per l’Italia. Bagnasco, Ruini, Scola e Caffarra sono intervenuti in difesa del Papa e della sua decisione.
Alla fine la proposta non è passata e dunque non ci saranno interpretazioni ufficiali (e restrittive) del Motu proprio.
Intanto a Milano permane il divieto di celebrare col rito antico. Ma qualcosa si muove: all’Università Cattolica l’assistente, monsignor Gianni Ambrosio, celebrerà ogni settimana una messa in rito romano antico per studenti e professori…



I VESCOVI LITIGANO SULLA MESSA IN LATINO
MA NON PASSA LA LINEA ANTI RATZINGER

di ANDREA TORNIELLI

È stato un dibattito acceso, per molti versi simile a quello avvenuto la scorsa primavera sull’opportunità di pubblicare la famosa Nota sui Dico, segno che si tratta di una questione scottante: da lunedì pomeriggio fino a mercoledì mattina il Consiglio permanente della Cei ha discusso animatamente del Motu proprio di Benedetto XVI sulla messa antica e della sua applicazione. Alcuni dei vescovi presenti alla riunione, infatti, hanno manifestato le loro critiche al documento chiedendo che la Cei preparasse una Nota interpretativa delle direttive papali per l’Italia. Ma l’iniziativa non è passata.
Il «Parlamentino» dei vescovi, al quale partecipano trenta presuli italiani, presieduto da Angelo Bagnasco, si è riunito lunedì pomeriggio. Dopo la prolusione del presidente, che conteneva un ampio paragrafo sul Motu proprio, ma anche apriva la discussione su altri argomenti, gli interventi si sono concentrati solo sulla messa tridentina. Il dibattito è avvenuto a porte chiuse, ma secondo le indiscrezioni raccolte dal Giornale alcuni dei prelati hanno manifestato la loro preoccupazione per l’applicazione del documento del Papa, entrato in vigore lo scorso 14 settembre, che liberalizza l’uso del messale antico. Tra questi Carlo Ghidelli, vescovo di Lanciano-Ortona, che ha preso la parola più volte. Insieme a lui e sulla stessa linea erano anche Bruno Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto; Benvenuto Italo Castellani, arcivescovo di Lucca; il nuovo arcivescovo (e futuro cardinale) di Palermo Paolo Romeo; Felice Di Molfetta, vescovo di Cerignola e presidente della Commissione episcopale per la liturgia. Quest’ultimo aveva appoggiato, nei mesi scorsi, la lettera inviata al Pontefice da un gruppo di liturgisti italiani per chiedergli di non procedere con la liberalizzazione dell’antico rito. Nei loro interventi hanno sottolineato come il Motu proprio di Benedetto XVI rischi di creare disagio perché l’ecclesiologia presente nel vecchio messale sarebbe «incompatibile» con quella scaturita dal Concilio Vaticano II. Proprio per questo, hanno chiesto che la Cei preparasse un documento interpretativo del testo papale. E si può ben supporre che sperassero in un’interpretazione restrittiva.
Dopo i contrari, però, si sono levati i commenti a favore. Il presidente Bagnasco e i cardinali Camillo Ruini, Carlo Caffarra e Angelo Scola sono intervenuti difendendo il Motu proprio «Summorum Pontificum» e il gesto di riconciliazione in favore dell’unità della Chiesa sotteso alla decisione di Benedetto XVI. Si è riproposto, all’interno del Consiglio permanente della Cei, qualcosa di simile a quanto avvenuto alla fine del marzo scorso, quando, alcuni dei vescovi presenti, dubbiosi sulla Nota riguardante i Dico, avevano cercato di ammorbidirne la portata «politica». Questa volta, invece, c’era la volontà di pubblicare un testo per un’interpretazione «italiana» delle parole del Papa. Allora come oggi sono stati decisivi gli interventi di alcuni porporati, primo fra tutti l’ex presidente della Cei Ruini.
Anche senza documento della Cei, il processo «interpretativo» del Motu proprio è in atto e le diocesi si comportano nel modo più vario. Il vescovo di Albenga Mario Oliveri, due giorni fa ha pubblicato una lettera presentando positivamente il Motu proprio e richiamando alla necessaria cura per la celebrazione di qualsiasi messa. Ribadisce invece la sua posizione - vietando l’applicazione delle direttive papali al vecchio rito ambrosiano - la diocesi di Milano guidata dal cardinale Dionigi Tettamanzi. Il suo vicario, Luigi Manganini, ha ribadito nei giorni scorsi al clero la decisione, restringendo anche l’applicazione del Motu proprio nelle zone della diocesi dove vige il rito romano in quanto non ci sarebbero gruppi stabili di fedeli (nonostante da 23 anni sessanta persone assistano ogni domenica alla messa in ambrosiano antico alla chiesa del Gentilino e a Seregno vi sia una celebrazione domenicale dei lefebvriani). Ma anche sotto la Madonnina chi può si organizza: una messa antica (in rito romano) sarà celebrata settimanalmente da monsignor Gianni Ambrosio all’interno dell’Università Cattolica.

Diocesi di Albenga imperia

Documento del Vescovo di Albenga-Imperia Mons. Oliveri

19/09/2007

Presentazione del Motu Proprio “Summorum Pontificum”
indicazioni per l’applicazione in Diocesi

La riflessione che abbiamo compiuto questa mattina sulla natura immutabile della Liturgia rende facile ed agevole la comprensione del significato e del valore del Motu Proprio “Summorum Pontificum” circa la celebrazione della Santa Messa in forma ordinaria secondo la riforma del Messale promulgata dal Papa Paolo VI, ed in forma straordinaria secondo il Messale del 1962 di Giovanni XXIII, che ha apportato semplici variazioni rispetto al Messale di San Pio V, o meglio, che ha introdotto le variazioni avvenute sotto il Pontificato di Pio XII.
Il significato ed il valore – a mio giudizio di fondamentale importanza – del Motu Proprio di Benedetto XVI consiste nell’aver ricordato, implicitamente e sebbene “non expressis verbis” che la riforma liturgica, voluta e chiesta dalla Costituzione Conciliare “Sacrosanctum Concilium”, e quindi attuata sotto il Pontificato di Papa Paolo VI, non ha mutato la natura o la sostanza della Divina Liturgia, non ha toccato – non ha voluto farlo né lo poteva fare – ciò che appartiene all’essenza del Divin Sacrificio della Santa Messa: intatta è rimasta la Santa Messa in ciò che essa è per istituzione divina, intatta è rimasta la sua natura sacrificale (di vero Sacrificio, di vera ri-presentazione sacramentale del Sacrificio del Calvario, come anticipato da Cristo stesso nell’Ultima Cena, della Santa Cena sacrificale di Cristo con i suoi Discepoli, con quelli che Egli aveva scelti perché fossero i suoi Apostoli, con coloro che per sua volontà aveva chiamati a diventare capaci di rendere presente il Mistero di Cristo Salvatore, nel tempo e nello spazio, “donec veniat”, fino al compimento del Regno.
Intatto dunque, e del tutto indispensabile affinché si realizzi sacramentalmente il Sacrificio di Cristo, è rimasto il ministero voluto dal Signore Gesù, il ministero del Sacerdozio santo, partecipazione del suo Sacerdozio, attraverso il quale soltanto può rendersi presente il Mistero di Cristo, può costituirsi la Nuova ed Eterna Alleanza, può costituirsi il Popolo della Nuova ed Eterna Alleanza, può attuarsi il culto spirituale gradito a Dio.
Intatta, la riforma liturgica, ha lasciato la necessità che tutti i riti ed i segni liturgici manifestino il vero contenuto e la vera natura di ogni autentica azione liturgica, manifestino cioè che la Liturgia, ed in maniera eminente e suprema la Santa Messa, è azione di Cristo, è azione che avviene per mezzo del ministero sacerdotale, è azione tutta rivolta a Dio, alla Trinità Santissima, è azione che prende tutti coloro che rigenerati dalla Grazia della Redenzione diventano capaci di diventare, in Cristo, offerta gradita al Padre, diventano addirittura oggetto del compiacimento del Padre (il Quale pone nel Figlio tutto il suo compiacimento, compiacimento che si riversa su tutti quelli che sono del Figlio, che sono di Cristo).
Chi potrebbe ragionevolmente negare che tutte queste caratteristiche emergevano con evidenza nella Celebrazione della Divina Liturgia prima della riforma liturgica?
Sono esse diventate meno evidenti con la riforma liturgica? Se qui e là è, ahimè, avvenuto non è certamente in forza della volontà del Concilio e dell’Autorità della Sede di Pietro che ha approvato la riforma liturgica, ma è perché l’interpretazione e l’applicazione concreta delle variazioni generate dalla riforma liturgica, qui e là, da parte di non pochi, non sono state attuate secondo la lettera, né secondo la “mens” della Costituzione Conciliare, sono avvenute sotto l’influsso e la spinta di una visione liturgica incompleta e talvolta anche errata (quasi come se si fosse davvero cambiata la concezione di che cosa è la Liturgia, di che cosa è la Santa Messa). Non ha forse dovuto il Papa Giovanni Paolo II, con l’Enciclica “Ecclesia de Eucharistia” richiamare con forza il carattere sacrificale della Santa Messa, la verità della mirabile “transustanziazione”, e quindi della verità della presenza nell’Eucaristia, vera, reale e sostanziale del vero Corpo e del vero Sangue di Cristo, dunque di Gesù Cristo vivo e vero, dunque del suo vero Sacrificio, dunque del vero Pane di Vita eterna?
Per quale ragione, secondo la vera riforma liturgica, sarebbe - per esempio - diventato necessario celebrare anche la parte più specificamente eucaristica della Santa Messa, cioè la parte consacratoria e sacrificale, in modo che il Sacerdote celebrante abbia il volto verso l’assemblea? In base a quale giustificazione, di testi conciliari e post-conciliari, chi avesse continuato a celebrare quella parte della Messa non rivolto al popolo veniva considerato di agire contro la riforma del Concilio? Contro il Concilio?
Se pertanto la riforma liturgica non può essere espressiva di cambiamento di fede e di dottrina (circa il Sacrificio della Messa, circa la vera natura della Liturgia, circa la differenza essenziale del Sacerdozio ministeriale dal sacerdozio battesimale o comune a tutti i fedeli, a tutto il Popolo di Dio, circa l’adorazione dovuta all’Eucaristia nella celebrazione e fuori della celebrazione, circa – in una parola – a tutto ciò che la Chiesa ha creduto, professato ed insegnato sino al Concilio Vaticano II), se la riforma liturgica non può non essere espressiva di cambiamento radicale e sostanziale (NB. Che il Concilio Vaticano II non abbia voluto mutare, né abbia di fatto mutato, la Dottrina della Chiesa sulla Chiesa, e perciò su tutto ciò che appartiene alla sua vera realtà, è stato ribadito dalle risposte ai quesiti, riguardanti soprattutto la giusta interpretazione dell’espressione della Costituzione “Lumen Gentium”: “Ecclesia Christi subsistit in Ecclesia catholica”, pubblicati in data 29 Giugno 2007 dalla Congregazione per la Dottrina della Fede), allora è legittimo e doveroso chiedersi e ben comprendere qual è il fine per cui il Concilio Vaticano II ha voluto la riforma liturgica, ha voluto che ai riti, all’insieme dei segni e delle azioni liturgiche, fossero apportate delle variazioni (variazioni non sostanziali, non tali da toccare il contenuto immutabile della Divina Liturgia).
Le variazioni e gli adattamenti voluti dal Concilio dovevano essere idonei a favorire la comprensione di ciò che veramente avviene nella Liturgia e la fruttuosa partecipazione di tutti i fedeli ai frutti sacramentali, spirituali e divini, della Liturgia. Dovevano, le correzioni, essere tali da raggiungere e muovere l’animo dei fedeli cosicché potessero accogliere con tutto l’animo l’azione divina che si attua nella Liturgia per mezzo dei segni sacramentali, per mezzo del mistero sacro, “per mano dei ministri” (come dice una bella delle espressioni della Tradizione Liturgica della Chiesa).
Era certamente opportuno che le variazioni mostrassero alcune caratteristiche dell’azione liturgica, (soprattutto della Santa Messa), in verità non cancellate dal modo con cui la Liturgia era celebrata sino allora, ma che erano divenute meno percepibili, se non con l’ausilio di buona catechesi e di accorgimenti adeguati (come quello di provvedere messalini tradotti nella lingua parlata dal popolo). Soprattutto era opportuno che le variazioni sottolineassero che l’azione liturgica, azione divina che si rende presente attraverso il ministero sacerdotale, deve coinvolgere e rendere partecipi la mente e il cuore di tutta l’assemblea, che diventa non solo spiritualmente, ma anche visibilmente attiva.
La riforma liturgica non ha avuto altra vera intenzione se non quella di avvicinare il più possibile tutti i fedeli alla ricchezza soprannaturale, immutabile, della Divina Liturgia, della celebrazione dei Divini Misteri, come la Chiesa l’aveva sempre custodita e proposta per la salvezza eterna di chi per mezzo della fede e dei sacramenti può davvero divenire nuova creatura in Cristo, membro del Popolo della Nuova ed Eterna Alleanza, figlio adottivo di Dio, erede della vita eterna.
Ma è ovvio che tale processo di vera partecipazione ai Divini Misteri non si raggiunge soltanto per mezzo delle variazioni al rito liturgico, ma richiede catechesi adeguata, richiede il ricorso a tutto ciò che favorisce la fede e la consapevolezza nel popolo cristiano circa quello che veramente si realizza nella celebrazione della Divina Liturgia.
L’avvicinamento della Liturgia alla vita del Popolo di Dio non avviene se essa sposa gesti e parole e modi di espressione più simili a quanto è in uso nella vita profana dell’uomo, nella sua vita nel secolo, ma se il Popolo coglie meglio che il vero contenuto di essa è tale da rendere nuova la sua vita, da rendere santa la sua vita, da rendere la sua vita conforme al disegno salvifico di Dio, da renderlo dunque capace di trascendere la vita nel tempo e nello spazio, immettendolo all’interno dell’adempimento dell’Eterno Mistero della Volontà di Dio. La Liturgia, e dunque la Chiesa stessa, è viva quando fa vivere i fedeli della vita divina, quando trasmette i doni soprannaturali della Grazia Divina, quando attraverso i suoi segni e parole (segni e parole desunti dalla Divina Rivelazione e dalla vita della Chiesa e dalla sua saggezza soprannaturale) raggiunge l’animo dell’uomo, lo afferra, lo possiede elevandolo sì che egli raggiunga il compimento della sua divina vocazione.
Le variazioni in materia così grave e così vitale per la fede e per la vita cristiana, da sostenere e da nutrire, vanno sempre introdotte ed applicate con timore e tremore, mai alla leggera, mai superficialmente, mai dando la benché minima impressione di voler imitare ciò che avviene nella vita del mondo, ciò che appartiene alla vita profana.
Albenga 19 settembre 2007
+ Mario Oliveri
Vescovo di Albenga - Imperia

Documento diocesi genova prima del motu proprio

Precisazioni in merito ad una eventuale promulgazione di "Motu proprio" per facilitare l‘applicazione dell’Indulto sull’uso del Messale così detto di San Pio V

29 novembre 2006

Poiché recentemente nell'Arcidiocesi sono circolati commenti anche fuorvianti, a proposito di una eventuale promulgazione di Motu proprio per

facilitare l'applicazione dell'Indulto sull'uso del Messale, così detto di San Pio V, si ritiene pastoralmente utile chiarificare quanto segue:

 

 

1)     il Papa, in forza della sua suprema autorità, ha la facoltà di porre in essere atti giuridici e pastorali universalmente validi e vincolanti;

 

2)     la celebrazione legittima e fruttuosa dell'Eucaristia richiede la piena comunione ecclesiale, di cui - in ultima istanza - è garante il Sommo Pontefice che personalmente ha ricevuto dal Signore Gesù Cristo la missione di confermare i fratelli nella fede (cfr. Lc. 22, 32; Mt 16, 17-19; Gv 21,15-18); quindi, è proprio il Vescovo di Roma a presiedere, con grande misericordia e gioia, la carità universale, non smettendo mai di cercare l'unità di tutti coloro che credono in Cristo;

 

3)     il Concilio Vaticano II non ha abolito o chiesto di abolire la Messa di San Pio V; piuttosto ne ha chiesto la riforma dell'ordinamento come risulta in modo chiaro dalla lettura della Costituzione sulla Sacra Liturgia, capitolo III, numeri 50-58 (cfr. EV 1/86-106);

 

4)     l'ampliamento dell'indulto riguardante la liturgia cosiddetta di San Pio V, non equivale in alcun modo a sconfessare il Concilio Ecumenico Vaticano II, né il Magistero dei Papi Giovanni XXIII e Paolo VI;

 

5)     lo stesso Papa Paolo VI - che nel 1970 promulgò il Messale Romano, secondo le indicazioni del Concilio Vaticano II -, concesse personalmente a Padre Pio da Pietrelcina l'Indulto per continuare a celebrare, anche pubblicamente, la Santa Messa secondo il rito di San Pio V, sebbene, dalla Quaresima del 1965 fosse in attuazione la riforma liturgica;

 

6)     già il Papa Giovanni Paolo II aveva offerto, il 3 ottobre 1984, con la Lettera "Quattuor abhinc annos" - della Congregazione per il Culto Divino (cfr. EV 9/1034-1035) -, la possibilità ai Vescovi Diocesani di usufruire di un Indulto, onde poter celebrare la Santa Messa usando il Messale Romano secondo l'edizione del 1962, promulgato da Papa Giovanni XXIII. Inoltre lo stesso Pontefice, col Motu Proprio: Ecclesia Dei adflicta, (2 luglio 1988 cfr. EV 11/1197-1205), stabiliva, tra le altre cose, in forza della sua autorità apostolica: "... dovrà essere ovunque rispettato l'animo di tutti coloro che si sentono legati alla tradizione liturgica latina, mediante un'ampia e generosa applicazione delle direttive, già da tempo emanate dalla Sede Apostolica, per l'uso del Messale Romano secondo l'edizione tipica del 1962";

 

7)     nella Chiesa sono in vigore - ad incominciare dal IV secolo -, differenti liturgie o riti che, pur rispondendo a tradizioni e sensibilità diverse, esprimono la stessa fede cattolica; tale varietà è segno tangibile della vitalità della Chiesa cattolica;

 

8)     il Concilio di Trento non volle unificare con atto d'imperio i riti allora esistenti nella Chiesa latina; infatti, in base al principio stabilito dallo stesso San Pio V - che su richiesta del Concilio attuava la riforma -, le chiese e gli ordini religiosi che da almeno due secoli avevano il loro proprio rito di veneranda tradizione, poterono conservarlo. Col passare degli anni, di fatto, il Rito romano si affermò ma mai in modo esclusivo; emblematico il caso del Rito ambrosiano diffuso in alcune valli del Ticino (denominate "Valli Ambrosiane"), in tutta l'Arcidiocesi di Milano ma, anche qui, con eccezioni: Monza, Trezzo, Treviglio;

 

9)     due espressioni valide della stessa fede cattolica  - quella di San Pio V e quella di Paolo VI - non possono essere presentate come "esprimenti visioni opposte" e, quindi, tra loro inconciliabili;

 

10)  in ambito liturgico, le decisioni e l'operato dei Papi - segnatamente Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI - e dei Concili - Tridentino e Vaticano II - non possono essere presentati in modo conflittuale e, tanto meno, alternativo fra loro.

reazione vescovo di Como

Il vescovo di Como: maggiore comunione

di Mattia Bianchi/ 10/08/2007

"L'obiettivo del Motu proprio del papa è offrire una maggiore comunione". Il vescovo di Como, monsignor Diego Coletti, interviene così nel dibattito sulla liberalizzazione del rito tridentino, voluta da Benedetto XVI.

L'obiettivo del Motu proprio del papa è offrire una maggiore comunione. Il vescovo di Como, monsignor Diego Coletti, interviene così nel dibattito sulla liberalizzazione del rito tridentino, voluta da Benedetto XVI. Parlando nei giorni scorsi con i giornali locali, il prelato, per anni vescovo di Livorno, ha spiegato che “il vero cambiamento non è l'utilizzo del latino, ma la possibilità di richiedere di seguire il rito pre-conciliare” e che quindi, da settembre, “i parroci della nostra diocesi come di tutte le altre dovranno acconsentire a questa eventuale richiesta dei fedeli ove ci fossero le condizioni”.

“La richiesta non può essere avanzata da singoli credenti o persone che all'improvviso maturano la scelta di voler partecipare a una messa secondo il rito pre-conciliare; - spiega il vescovo - si deve trattare di un consistente gruppo di fedeli che dimostri di avere un costante riferimento a questa spiritualità e liturgia”. Quindi, “si esclude la legittimità di una richiesta fatta nell'immediato, in base a motivi di tipo ideologico o di schieramento a favore della tradizione”. Obiettivo: “Offrire una maggiore comunione e il rispetto fraterno fra questi gruppi tradizionalisti” e aprire “spazi di rispetto e di accoglienza per sensibilità che non vanno immotivatamente castigate, favorendo sempre di più l'unità e la concordia fra i cristiani”.

Mons. Coletti insiste molto sulla dimensione del rito, paragonando la richiesta del messale preconciliare alle esigenze “dei cristiani di rito orientale, cattolici non solo ortodossi”, ai quali “si farà di tutto per poter consentire la celebrazione dell'Eucaristia nel loro rito”. “Perché non è soltanto questione di lingua, - spiega - è una questione di gesti, di struttura del rituale, di calendario, di sottolineature spirituali. Questo non dovrebbe scandalizzare nessuno, perché la Chiesa cattolica è bella proprio perché è varia”.

reazione allla summorum pontificum del vescovo di frosinone

Carissimi fratelli di questa amata Diocesi di Frosinone - Veroli - Ferentino,

ho ricevuto lo scorso 19 luglio, il testo del Motu proprio "Summorum Pontificum" con cui il Santo Padre Benedetto XVI ha promulgato la opportunità di celebrare la S. Messa
secondo il rituale di S. Pio V nella edizione voluta dal B. Giovanni XXIII.

Ciò che mi ha colpito in questa pubblicazione sono alcune pagine che, sono pubblicate in appendice al Motu proprio, con le quali il Santo Padre si rivolge direttamente a noi Vescovi, chiedendoci di condividere la sua ansia pastorale e il suo amore per l'unità della Chiesa.

Ho ritenuto perciò importante rispondere al Santo Padre a nome di tutta la Chiesa
di Frosinone - Veroli - Ferentino, con il testo che qui di seguito viene pubblicato.

Vi esorto ad accogliere di buon animo le indicazioni del nostro Pastore,
nella ricerca del bene comune e della comunione tra tutti noi e vi benedico dal profondo del cuore.

Frosinone 25 luglio 2007

+ Salvatore Boccaccio




Frosinone 25 luglio 2007

Beatissimo Padre, a nome mio personale e a nome di questa Chiesa di Frosinone - Veroli - Ferentino che mi è affidata, sento il bisogno di esprimere i più devoti ringraziamenti per il Motu proprio "Summorum Pontificum" con cui Vostra Santità ha voluto offrire alla Chiesa l'opportunità di utilizzare nella celebrazione della S. Messa il venerabile rito in lingua latina promulgato da San Pio V e nuovamente edito nel 1962 dal Beato Giovanni XXIII.
Comprendo pienamente lo sforzo di Vostra Santità di operare, anche per mezzo del Motu Proprio, una riconciliazione interna nel seno della Chiesa attraverso una illuminata disposizione che, mentre nulla rinnega della ricchezza apportata alla Liturgia dal Concilio Vaticano II, ribadisce la sacralità e la dignità di una forma celebrativa che costituisce un intramontabile patrimonio a cui sarebbe insano rinunciare.
Condivido poi senza riserve, l'intuizione di Vostra Santità circa le due forme di celebrazione della Liturgia romana che, laddove vissute in piena comunione ecclesiale e senza pericolosi preconcetti e chiusure, potranno arricchirsi a vicenda favorendo uno stile celebrativo che, senza cedere al formalismo, salvaguardi, insieme all'attiva partecipazione di tutti i fedeli, la dignità delle celebrazioni. Voglio poi esprimerLe, Santo Padre, tutta la mia riconoscenza per il tono affettuosissimo e paterno con cui si è rivolto a noi Vescovi nella lettera che ha accompagnato il documento.
Ho interpretato questa confidenza come una commovente espressione di quella Collegialità che ci rende unum in Christo.
In piena unione con il mio Presbiterio Le garantisco, Padre Santo, che nelle situazioni concrete sapremo far tesoro delle preziose indicazioni offerteci dal Motu Proprio, e nello spirito vero del Concilio Vaticano II, sapremo unire nova et vetera nel canto d'amore eterno che è la Liturgia.
Nel porgere a Vostra Santità i miei filiali saluti, invoco per questa mia Chiesa particolare l'apostolica benedizione come sostegno ed incoraggiamento ad essere sempre più nel nostro agire e nel nostro essere "un Sacrificio vivente gradito a Dio", una Lode vivente al Signore!

+ Salvatore Boccaccio
Vescovo
November 29

Card. Merry Del Val

S.E.R. RAPHAEL MERRY DEL VAL, SEGRETARIO DI STATO
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S.E.R. CARDINALE MERRY DEL VAL (+1930), SEGRETARIO DI STATO DI SAN PIO X FU UNA DELLE TRE "TORRI" (INSIEME AL CARDINAL VIVES Y TUTO E AL CARDINAL GAETANO DE LAI) DELLA LOTTA ANTIMODERNISTICA DURANTE QUEL PROVVIDO PONTIFICATO. NON TUTTI RICORDANO CHE IL SERVO DI DIO SI IMPEGNò MOLTO, DOPO LA MORTE DI SAN PIO X, PER ARGINARE I CONATI ANTI-ANTI MODERNISTICI CHE ATTRAVERSARONO CON VEEMENTE SLANCIO IL PONTIFICATO DI S.S. BENEDETTO XV E NEL CONCLAVE DEL 1922 SOSTENNE CON VIGORE LA CANDIDATURA DI S.E.R. IL CARDINAL PIETRO LA FONTAINE, PATRIARCA DI VENEZIA, GIA' ATTIVISSIMO INQUISITORE DEL SANTO UFFIZIO, CHE PURTROPPO NON RISULTò ELETTO. ALLA SCUOLA DEL CARDINAL MERRY DEL VAL, SI FORMò IL "PASTOR ANGELICUS", ALLORA GIOVANE MONSIGNOR EUGENIO PACELLI, CHE FU ESALTATO ALLA GLORIA DELLA CATTEDRA DI SAN PIETRO NEL 1939. IL CARDINAL MERRY DEL VAL, DISCENDENTE DI SAN DOMENICHINO DEL VAL, PIO BAMBINO MARTIRIZZATO DAGLI EBREI NEL 1182 A SARAGOZZA, EBBE UNA NOTEVOLE PARTE, PUR MOLTO GIOVANE, NELLA PROMULGAZIONE DELLA BOLLA "APOSTOLICAE CURAE" DI S.S. LEONE XIII CHE DICHIARò "IN AETERNUM" INVALIDE DA SEMPRE LE "ORDINAZIONI" ANGLICANE, FACENDO CESSARE DI FATTO (DI DIRITTO NON ERA MAI ESISTITA) LA SEDICENTE "CHIESA" ANGLICANA CHE DIVENNE UNA DELLE TANTE SETTE PROTESTANTI. UN PRETE, UN VESCOVO, UN CARDINALE ESEMPLARE SOTTO OGNI PUNTO DI VISTA: ALLA NOBILTà DELLA CASATA SAPEVA UNIRE SODA PREPARAZIONE TEOLOGICA, FINEZZA DI TRATTO, CARITà VERSO TUTTI, FERMEZZA INESORABILE NELLA DIFESA DELLA FEDE. IL TREMEBONDO E MODERNIZZANTE CARDINAL FERRARI, ARCIVESCOVO DI MILANO, CHE TENTò IN VARI MODI DI INCEPPARE LA "RIPULITURA" ANTIMODERNISTICA DELLA SUA DIOCESI, EBBE A PROVARE SULLA SUA PELLE QUELLA "FERMEZZA INESORABILE".  APPARE PROBABILE, QUANDO LA SEDE APOSTOLICA SARà RIOCCUPATA AUTORITATIVAMENTE, LA RIAPERTURA DEL SUO PROCESSO DI BEATIFICAZIONE.

Card. Alfredo Ildefonso Schuster

S.e.r. il Card. Alfredo Ildefonso Schuster
Schuster
Nato a Roma il 18 gennaio 1880 da Giovanni, caposarto degli zuavi pontifici, e da Maria Anna Tutzer, fu battezzato il 20 gennaio. Rimasto all’età di undici anni orfano di padre, e viste le sue doti per studio e la sua pietà, fu fatto entrare dal barone Pfiffer d’Altishofen nello studentato di S. Paolo fuori le mura. Ebbe come maestri il Beato Placido Riccardi e don Bonifacio Oslander che l’educarono alla preghiera , all’ascesi e allo studio (si laureò in filosofia al Collegio Pontificio di Sant’Anselmo a Roma).
Fu monaco esemplare e il 19 marzo 1904 venne ordinato sacerdote in San Giovanni in Laterano. Gli furono affidati incarichi gravosi, che manifestavano però in se la stima e la fiducia nei suoi confronti. A soli 28 anni era maestro dei novizi, poi procuratore generale della Congregazione Cassinese, successivamente priore claustrale e infine abate ordinario di San Paolo fuori le mura (1918). L’amore per lo studio, che fanno di lui un vero figlio di San Benedetto, non verrà meno a causa dei suoi innumerevoli impegni che sempre più occuperanno il suo tempo e il suo ministero. Grande infatti fu la sua passione per l’archeologia, l’arte sacra, la storia monastica e liturgica. Gli infiniti impegni lo porteranno dalla cattedra di insegnante alla visita, come Visitatore Apostolico, dei Seminari. Il 26 giugno 1929 fu nominato da papa Pio XI arcivescovo di Milano; il 15 luglio lo nomina cardinale e il 21 luglio lo consacra vescovo nella suggestiva cornice della Cappella Sistina. Ebbe inizio così il suo ministero di vescovo nella Chiesa Ambrosiana. Prese come modello il suo predecessore il Santo vescovo Carlo Borromeo e di lui imitò anzitutto lo zelo nel difendere la purezza della fede, nel promuovere la salvezza delle anime, incrementandone la pietà attraverso la vita sacramentale e la conoscenza della dottrine cristiana. A testimonianza di ciò sono le numerose lettere al clero e al popolo, le assidue visite pastorali, le minuziose e dettagliate prescrizioni specialmente in ordine al decoro del culto divino, i frequenti sinodi diocesani e i due congressi eucaristici. La sua presenza tra il popolo fu continua e costante. Per questo non mancò mai ai riti festivi in Duomo, moltiplicò le consacrazioni di chiese e altari, le traslazioni di sacre reliquie, eccetera. Allo stremo delle forze si era lasciato persuadere dai medici di trascorrere un periodo di riposo. Scelse come luogo il seminario di Venegono, da lui fatto costruire come un’abbazia in cima ad un colle, mistica cittadella di preghiera e studio. Qui si spense il 30 agosto 1954 congedandosi dai suoi seminaristi con queste parole: “ Voi desiderate un ricordo da me. Altro ricordo non ho da darvi che un invito alla santità. La gente pare che non si lasci più convincere dalla nostra predicazione, ma di fronte alla santità, ancora crede, ancora si inginocchia e prega. La gente pare che viva ignara delle realtà soprannaturali, indifferente ai problemi della salvezza. Ma se un Santo autentico, o vivo o morto, passa, tutti accorrono al suo passaggio. Ricordate le folle intorno alla bara di don Orione? Non dimenticate che il diavolo non ha paura dei nostri campi sportivi e dei nostri cinematografi. ha paura, invece, della nostra santità”. Pochi giorni dopo, l’impressionante corteo che accompagnava la salma del cardinale Schuster da Venegono a Milano confermava che “ quando passa un Santo, tutti accorrono al suo passaggio”.

Card. Joseph Mindszenty

Card. Joseph Mindszenty - L'intrepido Pastore
Mindszritratto

Nulla di falso e vile poteva resistere al fulgore di questo sguardo, che al tempo stesso risplendeva di mitezza e bontà. Guai a noi se lo dimentichiamo

Date e Fatti



Anno

1892 29 marzo: nasce a Mindszent

1915 12 giugno: ordinazione sacerdotale

1919 9 febbraio: il governo di Karoly lo mette agli arresti domiciliari

1937 nominato prelato pontificio

1944 4 marzo: Vescovo di Veszprem

7 giungo: protesta contro la persecuzione degli Ebrei

31 ottobre: presenta al governo un memorandum per porre fine alle operazioni belliche

inizio di novembre: arresto

1945 Domenica di Pasqua: lascia il carcere

7 ottobre: insediato come Arcivescovo di Esztergom e Primate di Ungheria

17 ottobre: lettera pastorale in difesa delle minoranze tedesche

4 novembre: i comunisti ottengono alle elezioni solo il 17% dei voti

1946 8 febbraio: Pio XII gli conferisce a Roma la dignità cardinalizia

1947 1947 giugno: i comunisti ottengono il 22% dei voti, ma esercitano l'effettivo potere con l'appoggio sovietico

1948 26 dicembre: i comunisti lo arrestano

1948-49 dal 26 dicembre al 2 febbraio: interrogatori e torture

1949 3-5 febbraio: processo-farsa

8 febbraio: condannato all'ergastolo

1956 23 ottobre: scoppia l'insurrezione

30 ottobre: in libertà

31 ottobre: in trionfo verso Budapest

3 novembre: appello radiofonico alla nazione

4 novembre: le truppe sovietiche soffocano l'insurrezione; trova rifugio nell'ambasciata statunitense

1958 9 ottobre: Pio XII muore, suo successore é Giovanni XXIII

1960 5 febbraio: muore sua madre

1971 rifiuta di accettare le condizioni per il suo rilascio

28 settembre: lascia Budapest per obbedienza a Paolo VI; ricevuto a Roma dal Papa e trasferimento a Vienna

1972 Inizia i suoi viaggi pastorali in tutto il mondo

1973 luglio: invia a Paolo VI le sue Memorie

1 novembre: il Papa gli propone di dimettersi; egli declina l'invito.

1974 5 febbraio: Paolo VI dichiara vacante la sede di Esztergom

ottobre: pubblica le Memorie

1975 6 maggio: muore a Vienna

15 maggio: è sepolto a Mariazell. Da tutto il mondo giungono pellegrini per pregare sulla tomba dell'intrepido Pastore. Anche Giovanni Paolo II gli tributò omaggio a Mariazell.
 
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