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October 22 Continuiamo ad assistere in questi giorni alle inopportune dichiarazioni di esponenti ebraici sulla figura di papa Pacelli. Io da parte mia non considero ormai più da anni la giornata della memoria..... sono stufo di vedere commiserato un popolo che nella storia ha solo generato danni. Chiedetevi perchè le città europee costruivano ghetti... Ve lo dico io: usura, omicidio rituale e odio alla fede cristiana. Non si possono usare due pesi e due misure... papa Pio XII che si impegnava a togliere più vittime possibili dalla carneficina nazista deve passare per diretto responsabile a causa di un suo silenzio, che effettivamente non c'è stato.... da non dimenticare i radiomessaggi contro la guerra e contro le stragi. e non vengono neppure citati gli ebrei collaborazionisti che per salvarsi, condannarono a morire i loro fratelli! oppure al giorno d'oggi si ci dimentica che in India i cristiani vengono uccisi e le Chiese bruciate.... In onore della verità presto pubblicherò notizie sui martiri cristiani infanti, (omicidio rituale) in odio al Cattolicesimo.
P. Lombardi: la didascalia su Pio XII a Yad Vashem non ostacola un viaggio papaleDichiarazione in cui parla anche della causa di beatificazione CITTA'
DEL VATICANO, domenica, 19 ottobre 2008.- La didascalia
della fotografia di Pio XII al museo di Yad Vashem di Gerusalemme non è
ciò che impedisce un viaggio di Benedetto XVI in Terra Santa, ha reso
noto padre Federico Lombardi, S.I., portavoce della Sala Stampa della
Santa Sede. In una dichiarazione emessa questo sabato sera, il
sacerdote gesuita ha commentato "alcuni dispacci di agenzia" relativi
alla didascalia e alla causa di beatificazione di Papa Pacelli. La
scritta che accompagna la foto di Pio XII nel museo israeliano,
definendolo responsabile del "silenzio" e "dell'assenza di linee guida"
per denunciare l'Olocausto , è già stata in passato oggetto di
obiezioni da parte del rappresentante della Santa
Sede in Israele (cfr. ZENIT, 15 aprile 2007). "E'
auspicabile quindi che sia oggetto di una nuova obiettiva e
approfondita considerazione da parte dei responsabili del museo",
spiega padre Lombardi. "Tuttavia - per quanto rilevante - non
si può considerare questo fatto come determinante per una decisione su
un eventuale viaggio del Santo Padre nella Terra Santa, viaggio che -
com'è noto - è nei desideri del Papa, ma per ora non è stato ancora
concretamente programmato", ha aggiunto nella sua dichiarazione. Quanto
alla causa di beatificazione, il portavoce vaticano ha ripetuto "quanto
detto ancora recentemente", ovvero "che il Papa non ha a tutt'oggi
firmato il decreto sulle virtù eroiche del Servo di Dio Pio XII, firma
che è la premessa per la prosecuzione dell'iter della causa". "Ciò
-
ha concluso - è oggetto da parte sua di approfondimento e di
riflessione, e in questa situazione non è opportuno cercare di
esercitare su di lui pressioni in un senso o nell'altro". La fotografia di Pio XII è stata esposta per la prima volta con l'apertura del nuovo museo Yad Vashem nel 2005. Padre
Peter Gumpel, relatore nella causa di beatificazione di Pio XII, ha
detto in passato a ZENIT che "Pio XII conta su milioni di persone che
lo stimano e lo venerano, anche tra gli ebrei, e che considerano
offensivo e contrario ai fatti storici quanto scritto e riportato nella
didascalia in questione".
"E' quantomai evidente e dimostrato
dalle stesse fonti ebraiche che è stato proprio l'allora Cardinale
Eugenio Pacelli e poi Pontefice Pio XII a mettere in piedi e gestire
una rete di assistenza per proteggere e salvare gli ebrei perseguitati.
La bibliografia pubblicata a tal proposito è vastissima".
"Che
dire di Golda Meir, di Albert Einstein, di Israel Zolli, di tutti i
dirigenti delle maggiori associazioni ebraiche mondiali che hanno
ringraziato Pio XII alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Sono tutti
apologeti?".
October 21
Il ruolo del giovane Andreotti tra il 1940 e il 1943
Pio XII
e la Sinistra cristiana
Andreotti. La vita di un uomo politico, la storia di un'epoca (Milano 2008) scritto dal notista politico
del "Corriere della Sera". Ne pubblichiamo uno stralcio tratto dal
secondo capitolo.
"Andreottino" aveva una freccia d'oro nel
proprio arco: era stimatissimo da Pio XII. E per il pontefice lui
nutriva un'autentica venerazione.
Era affascinato da quella figura alta e sottile, ieratica, severa.
Eugenio Pacelli ricambiava la disponibilità e la devozione del
presidente della Fuci accordandogli grande fiducia e trattandolo con
una confidenza invidiatissima (...) Era il leader dei giovani cattolici
affiliati all'associazione che veniva definita "la pupilla del papa".
Ed era anche un ragazzo attento a quanto si muoveva ai margini dei
gruppi religiosi ufficiali. Costituiva un'antenna preziosa,
intelligente e discreta, per captare i fermenti che affioravano nel
mondo cattolico romano.
Ce n'erano. C'era soprattutto la saldatura, avvenuta nel 1940,
tra gli iscritti al circolo "Dante e Leonardo", come Adriano Ossicini e
Paolo Pecoraro, futuro sacerdote, e gli ex studenti del liceo Visconti
che gravitavano intorno alla "Scaletta". Erano schegge dell'Azione
cattolica, che però tendevano a rifiutare l'atteggiamento della Chiesa
verso il fascismo. Non volevano condannare moralmente il regime, ma
sparargli addosso. Non erano marxisti, ma li attirava l'idea di un
abbraccio tra cattolici e comunisti per buttar giù Mussolini. Si
definivano movimento della Sinistra cristiana, avevano dato vita a un
"Partito cooperativista sinarchico". E rappresentavano un assillo
costante per il papa, terrorizzato all'idea che la malattia del
comunismo contagiasse la gioventù cattolica.
Franco Rodano, Fedele D'Amico, Marisa Cinciari, Luciano Barca, Tonino
Tatò, Silvia Pintor (sorella di Luigi, futuro fondatore del quotidiano
"il manifesto") non nascondevano di avere contatti con il movimento
comunista clandestino. E Andreotti cercò di cucire una tela di dialogo
per non farli precipitare nell'inferno ideologico. Diventò non solo il
loro interlocutore, ma di fatto il tramite fra la Santa Sede e quei
ragazzi "in errore grave", ma che il papa considerava "in buona fede".
In Vaticano, quel suo ruolo di mediazione gli procurò l'accusa tipica
della curia, di "comunisteggiare". Giulio il papalino si sta
corrompendo - si malignava sottovoce -, scivola a sinistra.
Forse avevano letto un paio di suoi articoli di fondo usciti su
"Azione Fucina" il 25 luglio e il 25 ottobre 1942. Erano editoriali sul
magistero sociale della Chiesa. Si delineava una terza posizione
cattolica fra marxismo e capitalismo: ma con una forte critica verso
l'egoismo dei ricchi e un larvato nostra culpa per
i ritardi culturali del mondo cattolico. Andreotti ricordava "la
propaganda bolscevica (...) quella figura - riprodotta in giornali e
riviste - del Cristo posto tra un gruppo di minimizzati "proletari" e
un manipolo di "capitalisti"" scriveva il 25 luglio in un articolo
intitolato Verso i poveri. "Gesù", faceva notare Andreotti "era
rappresentato in atto di coprire gli occhi dei poveri per dar modo ai
ricchi di togliere dalle loro tasche anche l'ultimo soldo; sotto, la
scritta "Il Paravento"". La cosa singolare è che Andreotti sembrava in
qualche modo giustificare quella propaganda. "Non ci siamo resi conto
che molto tardi di questo aspetto più strettamente sociale del problema
della evangelizzazione nel mondo (...) osserviamo solo" aggiungeva "che
accanto al socialismo ateo c'è, senza dubbio, anche un ateismo - non
meno accentuato - del capitalismo egoista, di fronte al quale la
condanna è parimenti netta e severa". Era una vera filippica contro le
deviazioni filocapitaliste di una parte del mondo cattolico, e una
difesa appassionata delle ragioni dei poveri. "La dottrina della
proprietà assoluta è un'offesa all'ordine della natura ed è
storicamente non secondaria causa del sorgere del comunismo" scriveva.
Tra i rimedi indicava la predicazione del pensiero sociale della
Chiesa, "l'obbedienza alla Chiesa e al papa" e "un grande amore per i
poveri". Citando L'appello ai ricchi apparso su "L'Osservatore
romano" e firmato da Giorgio La Pira, propugnava un "programma
rivoluzionario ma non riservato a pochi eletti".
Andreotti fu costretto a scegliere molto presto, però. Nel 1943
il Movimento dei cattolici comunisti stringeva i propri rapporti con il
Pci, al punto che molti dei suoi membri venivano considerati una sorta
di corrente esterna di quel partito. Rodano e i suoi manifestavano
l'intenzione di far proseliti proprio in ambienti come quello della
Fuci: e questo per il Vaticano era ancora più pericoloso. Sul giornale
del gruppo, "Pugno chiuso", una testata emblematica, Rodano rivolse un
appello ai cattolici. La polizia arrestò tutti i redattori. Ma Rodano
si salvò grazie all'ospitalità di Sergio Paronetto, un dirigente
dell'Iri che Andreotti aveva conosciuto tramite De Gasperi: erano
stati insieme a casa sua, in via Reno, al quartiere Trieste. La rete
delle amicizie e delle solidarietà teneva ancora, a dispetto delle
crescenti divergenze.
Fu chiaro quando, nella primavera di quell'anno, i giovani della
Sinistra cristiana tentarono una manifestazione in piazza San Pietro e
furono di nuovo arrestati. Ossicini non venne rilasciato come gli
altri: rimase a Regina Coeli, in segregazione. E Andreotti, il
"giovane vecchio" malato di prudenza, fece per lui una cosa
imprevedibile: corse al Viminale per chiedere che fosse scarcerato,
senza riuscire neanche a farsi ricevere. Non era ancora nessuno. E per
tutto il periodo in cui Ossicini rimase in prigione, gli portò le torte
di frutta che gli preparava la madre Rosa. "Sono stato l'unico a godere
in contemporanea del Soccorso rosso e del Soccorso vaticano" raccontava
Ossicini mezzo secolo dopo.
Ma il "Soccorso vaticano" lo doveva sorprendere di nuovo per il
tempismo con il quale gli fece arrivare 6.000 lire il 24 luglio 1943,
appena uscito da Regina Coeli. Giulio aveva fatto funzionare i suoi
buoni rapporti col papa. E non soltanto in quell'occasione: era
riuscito anche a evitare una condanna papale in pubblico contro i
cattolici comunisti. Sapeva che Pio XII avrebbe parlato a un gruppo di
operai, e lo cercò senza riuscirci. Gli lasciò un bigliettino
chiedendogli di non toccare l'argomento. Papa Pacelli lo accontentò.
Vedendolo alcune settimane dopo a un'udienza, fissò negli occhi
Andreotti e gli chiese: "Andava bene?".
Andava bene, ma era l'ultima volta. La frattura con il movimento
della Sinistra cristiana stava per subire un'accelerazione. Il progetto
politico democristiano prendeva forma man mano che si intuiva il
tramonto fascista. Pio XII era meno incline a fare lo spettatore di
fronte a un dialogo semieretico fra il presidente della Fuci e quella
razza ibrida e inquietante di marxisti-cristiani. E poi, Andreotti
aveva tirato un colpo gobbo che aveva fatto irritare il papa: una
lettera apparsa su "Azione Fucina" nell'estate del 1943. Era firmata
Rino Cameracanna: un nome fittizio, pare, dietro il quale si
nascondeva "Giulietto" in persona.
E il contenuto puzzava di eresia. Cameracanna chiedeva quale
atteggiamento dovessero tenere i cattolici davanti a una rivoluzione.
Notava che l'elevazione sociale ed economica delle classi povere
equivaleva a un'ascesa del "quarto stato, il popolo, al potere". Si
spingeva a dire che l'enciclica Rerum Novarum forse
era "condizionata e motivata dal manifesto dei comunisti".
Contrapponeva al gradualismo della dottrina sociale della Chiesa e dei
messaggi pontifici la forza della rivoluzione. Era solo una lettera, ma
la sua pubblicazione rappresentava una scelta precisa. E nella risposta
Andreotti si limitò a invitare il misterioso Cameracanna a leggere il
quindicinale. Per il resto, "nessuno dei due darà del lavoro ai padri
del Santo Uffizio". In realtà, i Cameracanna che con altri nomi
militavano nel gruppo dei cattolici comunisti erano già all'indice.
L'ombra del Pci ormai si allungava sull'esperienza della Sinistra
cristiana. Il 16 ottobre 1943 Andreotti scrisse a Rodano, ed era un
congedo dal dialogo di quegli anni. Un congedo amichevole, nel quale
Giulio faceva notare con tono di rimprovero che gli era stato fatto
credere che si trattasse di un movimento culturale; che aveva difeso
Rodano, Ossicini e gli altri al punto che "a qualcuno è sorto finanche
il sospetto che io appoggiassi una causa nella quale ero coinvolto".
Gli avevano procurato non poche grane, inutile nasconderlo. E adesso
era il momento di guardarsi in faccia, di ricapitolare e di salutarsi
da buoni amici, ma anche da avversari politici. Lo ordinava il papa, e
lo chiedeva la futura Dc degasperiana.
October 20
Papa Pacelli difese la pace e preparò il concilio Vaticano II
Benedetto XVI ha presieduto giovedì mattina, 9
ottobre, nella basilica vaticana, la concelebrazione eucaristica nel
cinquantesimo anniversario della morte del servo di Dio Pio XII. La
Sede del Papa è stata collocata al pilone di fronte alla statua di san
Pietro, sotto la quale era stato sistemato il pulpito ornato con rose
rosse.
Signori Cardinali,
venerati Fratelli nell'Episcopato e nel Sacerdozio,
cari fratelli e sorelle!
Il brano del libro del Siracide ed il prologo della Prima Lettera
di san Pietro, proclamati come prima e seconda lettura, ci offrono
significativi spunti di riflessione in questa celebrazione eucaristica,
durante la quale facciamo memoria del mio venerato predecessore, il
Servo di Dio Pio XII. Sono passati esattamente cinquant'anni dalla sua
morte, avvenuta nelle prime ore del 9 ottobre 1958. Il Siracide, come
abbiamo ascoltato, ha ricordato a quanti intendono seguire il Signore
che devono prepararsi ad affrontare prove, difficoltà e sofferenze. Per
non soccombere ad esse - egli ammonisce - occorre un cuore retto e
costante, occorre fedeltà a Dio e pazienza unite a inflessibile
determinazione nel proseguire nella via del bene. La sofferenza affina
il cuore del discepolo del Signore, come l'oro viene purificato nella
fornace. "Accetta quanto ti capita - scrive l'autore sacro - e sii
paziente nelle vicende dolorose, perché l'oro si prova con il fuoco e
gli uomini ben accetti nel crogiolo del dolore" (2,4-5).
San Pietro, per parte sua, nella pericope che ci è stata
proposta, rivolgendosi ai cristiani delle comunità dell'Asia Minore che
erano "afflitti da varie prove", va anche oltre: chiede loro di
essere, ciò nonostante, "ricolmi di gioia" (1 Pt
1, 6). La prova è infatti necessaria, egli osserva, "affinché il valore
della vostra fede, assai più preziosa dell'oro - destinato a perire e
tuttavia purificato col fuoco -, torni a vostra lode, gloria e onore
quando Gesù Cristo si manifesterà" (1 Pt 1, 7). E poi, per la
seconda volta, li esorta ad essere lieti, anzi ad esultare "di gioia
indicibile e gloriosa" (v. 8). La ragione profonda di questo gaudio
spirituale sta nell'amore per Gesù e nella certezza della sua
invisibile presenza. È Lui a rendere incrollabile la fede e la speranza
dei credenti anche nelle fasi più complicate e dure dell'esistenza.
Alla luce di questi testi biblici possiamo leggere la vicenda
terrena di Papa Pacelli e il suo lungo servizio alla Chiesa iniziato
nel 1901 sotto Leone XIII, e proseguito con san Pio X, Benedetto XV e
Pio XI. Questi testi biblici ci aiutano soprattutto a comprendere quale
sia stata la sorgente da cui egli ha attinto coraggio e pazienza nel
suo ministero pontificale, svoltosi negli anni travagliati del secondo
conflitto mondiale e nel periodo susseguente, non meno complesso, della
ricostruzione e dei difficili rapporti internazionali passati alla
storia con la qualifica significativa di "guerra fredda".
"Miserere mei Deus, secundum magnam misericordiam tuam":
con questa invocazione del Salmo 50/51 Pio XII iniziava il suo
testamento. E continuava: "Queste parole, che, conscio di essere
immeritevole e impari, pronunciai nel momento in cui diedi, tremando,
la mia accettazione alla elezione a Sommo Pontefice, con tanto maggior
fondamento le ripeto ora". Mancavano allora due anni alla sua morte.
Abbandonarsi nelle mani misericordiose di Dio: fu questo
l'atteggiamento che coltivò costantemente questo mio venerato
Predecessore, ultimo dei Papi nati a Roma ed appartenente ad una
famiglia legata da molti anni alla Santa Sede. In Germania, dove svolse
il compito di Nunzio Apostolico, prima a Monaco di Baviera e poi a
Berlino sino al 1929, lasciò dietro di sé una grata memoria,
soprattutto per aver collaborato con Benedetto xv al tentativo di
fermare "l'inutile strage" della Grande Guerra, e per aver colto fin
dal suo sorgere il pericolo costituito dalla mostruosa ideologia
nazionalsocialista con la sua perniciosa radice antisemita e
anticattolica. Creato Cardinale nel dicembre 1929, e divenuto poco dopo
Segretario di Stato, per nove anni fu fedele collaboratore di Pio xi,
in un'epoca contrassegnata dai totalitarismi: quello fascista, quello
nazista e quello comunista sovietico, condannati rispettivamente dalle
Encicliche Non abbiamo bisogno, Mit brennender Sorge e Divini Redemptoris.
"Chi ascolta la mia parola e crede... ha la vita eterna" (Gv
5, 24). Questa assicurazione di Gesù, che abbiamo ascoltato nel
Vangelo, ci fa pensare ai momenti più duri del pontificato di Pio XII
quando, avvertendo il venir meno di ogni umana sicurezza, sentiva forte
il bisogno, anche attraverso un costante sforzo ascetico, di aderire a
Cristo, unica certezza che non tramonta. La Parola di Dio diventava
così luce al suo cammino, un cammino nel quale Papa Pacelli ebbe a
consolare sfollati e perseguitati, dovette asciugare lacrime di dolore
e piangere le innumerevoli vittime della guerra. Soltanto Cristo è vera
speranza dell'uomo; solo fidando in Lui il cuore umano può aprirsi
all'amore che vince l'odio. Questa consapevolezza accompagnò Pio XII
nel suo ministero di Successore di Pietro, ministero iniziato proprio
quando si addensavano sull'Europa e sul resto del mondo le nubi
minacciose di un nuovo conflitto mondiale, che egli cercò di evitare in
tutti i modi: "Imminente è il pericolo, ma è ancora tempo. Nulla è
perduto con la pace. Tutto può esserlo con la guerra", aveva gridato
nel suo radiomessaggio del 24 agosto 1939 (AAS, XXXI, 1939, p. 334).
La guerra mise in evidenza l'amore che nutriva per la sua "diletta
Roma", amore testimoniato dall'intensa opera di carità che promosse in
difesa dei perseguitati, senza alcuna distinzione di religione, di
etnia, di nazionalità, di appartenenza politica. Quando, occupata la
città, gli fu ripetutamente consigliato di lasciare il Vaticano per
mettersi in salvo, identica e decisa fu sempre la sua risposta: "Non
lascerò Roma e il mio posto, anche se dovessi morire" (cfr. Summarium,
p.186). I familiari ed altri testimoni riferirono inoltre delle
privazioni quanto a cibo, riscaldamento, abiti, comodità, a cui si
sottopose volontariamente per condividere la condizione della gente
duramente provata dai bombardamenti e dalle conseguenze della guerra
(cfr. A. Tornielli, Pio XII, Un uomo sul trono di Pietro). E
come dimenticare il radiomessaggio natalizio del dicembre 1942? Con
voce rotta dalla commozione deplorò la situazione delle "centinaia di
migliaia di persone, le quali, senza veruna colpa propria, talora solo
per ragione di nazionalità o di stirpe, sono destinate alla morte o ad
un progressivo deperimento" (AAS, XXXV, 1943, p. 23), con un
chiaro riferimento alla deportazione e allo sterminio perpetrato contro
gli ebrei. Agì spesso in modo segreto e silenzioso proprio perché, alla
luce delle concrete situazioni di quel complesso momento storico, egli
intuiva che solo in questo modo si poteva evitare il peggio e salvare
il più gran numero possibile di ebrei. Per questi suoi interventi,
numerosi e unanimi attestati di gratitudine furono a lui rivolti alla
fine della guerra, come pure al momento della morte, dalle più alte
autorità del mondo ebraico, come ad esempio, dal Ministro degli Esteri
d'Israele Golda Meir, che così scrisse: "Quando il martirio più
spaventoso ha colpito il nostro popolo, durante i dieci anni del
terrore nazista, la voce del Pontefice si è levata a favore delle
vittime", concludendo con commozione: "Noi piangiamo la perdita di un
grande servitore della pace".
Purtroppo il dibattito storico sulla figura del Servo di Dio Pio
XII, non sempre sereno, ha tralasciato di porre in luce tutti gli
aspetti del suo poliedrico pontificato. Tantissimi furono i discorsi,
le allocuzioni e i messaggi che tenne a scienziati, medici, esponenti
delle categorie lavorative più diverse, alcuni dei quali conservano
ancora oggi una straordinaria attualità e continuano ad essere punto di
riferimento sicuro. Paolo vi, che fu suo fedele collaboratore per molti
anni, lo descrisse come un erudito, un attento studioso, aperto alle
moderne vie della ricerca e della cultura, con sempre ferma e coerente
fedeltà sia ai principi della razionalità umana, sia all'intangibile
deposito delle verità della fede. Lo considerava come un precursore del
Concilio Vaticano II (cfr. Angelus
del 10 marzo 1974). In questa prospettiva, molti suoi documenti
meriterebbero di essere ricordati, ma mi limito a citarne alcuni. Con
l'Enciclica Mystici Corporis, pubblicata il 29 giugno 1943
mentre ancora infuriava la guerra, egli descriveva i rapporti
spirituali e visibili che uniscono gli uomini al Verbo incarnato e
proponeva di integrare in questa prospettiva tutti i principali temi
dell'ecclesiologia, offrendo per la prima volta una sintesi dogmatica e
teologica che sarebbe stata la base per la Costituzione
dogmatica conciliare Lumen gentium.
Pochi mesi dopo, il 20 settembre 1943, con l'Enciclica Divino afflante Spiritu
stabiliva le norme dottrinali per lo studio della Sacra Scrittura,
mettendone in rilievo l'importanza e il ruolo nella vita cristiana. Si
tratta di un documento che testimonia una grande apertura alla ricerca
scientifica sui testi biblici. Come non ricordare quest'Enciclica,
mentre sono in svolgimento i lavori del Sinodo che ha come tema proprio
"La Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa"? Si
deve all'intuizione profetica di Pio XII l'avvio di un serio studio
delle caratteristiche della storiografia antica, per meglio comprendere
la natura dei libri sacri, senza indebolirne o negarne il valore
storico. L'approfondimento dei "generi letterari", che intendeva
comprendere meglio quanto l'autore sacro aveva voluto dire, fino al
1943 era stato visto con qualche sospetto, anche per gli abusi che si
erano verificati. L'Enciclica ne riconosceva la giusta applicazione,
dichiarandone legittimo l'uso per lo studio non solo dell'Antico
Testamento, ma anche del Nuovo. "Oggi poi quest'arte - spiegò il Papa -
che suol chiamarsi critica testuale e nelle edizioni degli autori
profani s'impiega con grande lode e pari frutto, con pieno diritto si
applica ai Sacri Libri appunto per la riverenza dovuta alla parola di
Dio". Ed aggiunse: "Scopo di essa infatti è restituire con tutta la
possibile precisione il sacro testo al suo primitivo tenore, purgandolo
dalle deformazioni introdottevi dalle manchevolezze dei copisti e
liberandolo dalle glosse e lacune, dalle trasposizioni di parole, dalle
ripetizioni e da simili difetti d'ogni genere, che negli scritti
tramandati a mano pei molti secoli usano infiltrarsi" (AAS, XXXV, 1943, p. 336).
La terza Enciclica che vorrei menzionare è la Mediator Dei,
dedicata alla liturgia, pubblicata il 20 novembre 1947. Con questo
Documento il Servo di Dio dette impulso al movimento liturgico,
insistendo sull'"elemento essenziale del culto", che "deve essere
quello interno: è necessario, difatti, - egli scrisse - vivere sempre
in Cristo, tutto a Lui dedicarsi, affinché in Lui, con Lui e per Lui si
dia gloria al Padre. La sacra Liturgia richiede che questi due elementi
siano intimamente congiunti... Diversamente, la religione diventa un
formalismo senza fondamento e senza contenuto". Non possiamo poi non
accennare all'impulso notevole che questo Pontefice impresse
all'attività missionaria della Chiesa con le Encicliche Evangelii praecones (1951) e Fidei donum
(1957), ponendo in rilievo il dovere di ogni comunità di annunciare il
Vangelo alle genti, come il Concilio Vaticano II farà con coraggioso
vigore. L'amore per le missioni, peraltro, Papa Pacelli lo aveva
dimostrato sin dall'inizio del pontificato quando nell'ottobre 1939
aveva voluto consacrare personalmente dodici Vescovi di Paesi di
missione, tra i quali un indiano, un cinese, un giapponese, il primo
Vescovo africano e il primo Vescovo del Madagascar. Una delle sue
costanti preoccupazioni pastorali fu infine la promozione del ruolo dei
laici, perché la comunità ecclesiale potesse avvalersi di tutte le
energie e le risorse disponibili. Anche per questo la Chiesa e il mondo
gli sono grati. Cari fratelli e sorelle, mentre preghiamo perché prosegua
felicemente la causa di beatificazione del Servo di Dio Pio XII, è
bello ricordare che la santità fu il suo ideale, un ideale che non
mancò di proporre a tutti. Per questo dette impulso alle cause di
beatificazione e canonizzazione di persone appartenenti a popoli
diversi, rappresentanti di tutti gli stati di vita, funzioni e
professioni, riservando ampio spazio alle donne. Proprio Maria, la
Donna della salvezza, egli additò all'umanità quale segno di sicura
speranza proclamando il dogma dell'Assunzione durante l'Anno Santo del
1950. In questo nostro mondo che, come allora, è assillato da
preoccupazioni e angosce per il suo avvenire; in questo mondo, dove,
forse più di allora, l'allontanamento di molti dalla verità e dalla
virtù lascia intravedere scenari privi di speranza, Pio XII ci invita a
volgere lo sguardo verso Maria assunta nella gloria celeste. Ci invita
ad invocarla fiduciosi, perché ci faccia apprezzare sempre più il
valore della vita sulla terra e ci aiuti a volgere lo sguardo verso la
meta vera a cui siamo tutti destinati: quella vita eterna che, come
assicura Gesù, possiede già chi ascolta e segue la sua parola. Amen!
In memoria di Pio XII
Nelle prime ore di giovedì 9 ottobre 1958, mezzo secolo fa, si spegneva
Pio XII. La morte arrivò, dopo una malattia lunga e intermittente,
quando stava per compiersi il ventesimo anno del suo pontificato, un
pontificato difficile e grande che seppe attraversare il periodo più
buio del Novecento - quello dell'affermazione dei totalitarismi, dello
sterminio del popolo ebraico nel cuore dell'Europa, della più
spaventosa tragedia bellica mai vissuta e della successiva divisione
del mondo in campi duramente contrapposti durante la guerra fredda. Il
Papa romano, la cui figura alta e ieratica era divenuta familiare al
mondo grazie ai nuovi mezzi di comunicazione, morì invece nella
solitudine notturna della residenza pontificia di Castel Gandolfo,
tradito dal suo medico che ignobilmente vendette le immagini
dell'agonia.
Eugenio Pacelli era nato il 2 marzo 1876, nella Roma appena
divenuta italiana, mentre si stava concludendo il lunghissimo
pontificato di Pio ix, e giovane prete entrò al servizio, secondo la
tradizione familiare, della Santa Sede. Da allora, la sua vita fu ancor
più strettamente legata alla Chiesa di Roma, alla diplomazia pontificia
e alla sua opera di pace: negli organismi vaticani, poi nelle
nunziature tedesche durante il tempo oscuro che - accanto a prove di
rivoluzione comunista - vide nascere e maturare il nazionalsocialismo,
e ancora una volta, definitivamente, a Roma. Qui fu cardinale
segretario di Stato di Pio xi, qui fu eletto come suo successore in un
conclave brevissimo, primo romano (e primo segretario di Stato) dopo
oltre due secoli a divenire Papa.
Uomo di pace, Pio XII fu costretto dal precipitare degli eventi a
essere Pontefice in tempo di guerra, inerme vescovo di Roma. E affrontò
la tragedia bellica come nessun leader del suo tempo fece. Anche di
fronte alla mostruosa persecuzione degli ebrei, in un silenzio
consapevole e sofferto che fu finalizzato all'efficacia di un'opera di
carità e di soccorso indiscutibile. Come scrisse su "The Tablet" il
cardinale Montini commentando l'ormai montante denigrazione del
Pontefice rilanciata da un drammaturgo tedesco: "Un atteggiamento di
condanna e di protesta, quale costui rimprovera al Papa di non avere
adottato, sarebbe stato, oltre che inutile, dannoso; questo è tutto". E
il governo della Chiesa doveva continuare: la Divino afflante Spiritu,
l'enciclica che autorizzò il rinnovamento degli studi biblici, venne
pubblicata - basti ricordare solo questo - in piena guerra.
L'opera di pace e di guida del cattolicesimo continuò
instancabile dopo il conflitto, espressa simbolicamente dall'anno santo
che cadde a metà del secolo - con la proclamazione del dogma
dell'Assunzione di Maria - e dai due grandi concistori che avviarono
l'internazionalizzazione di una Chiesa ormai sempre più mondiale,
mentre importanti riforme procedevano in ambito dottrinale, liturgico,
ecumenico. Parallelamente, il Papa sosteneva, da una parte, la
democrazia e l'opposizione al totalitarismo comunista e, dall'altra,
l'incipiente costruzione europea.
Il peso della guerra e il desiderio di cancellarne anche il
ricordo gravarono presto sull'immagine di Pio XII, facilitando dopo la
morte il diffondersi della leggenda nera di un Papa insensibile di
fronte alla Shoah o addirittura filonazista, costruzione inconsistente
dal punto di vista storico prima ancora che denigratoria. Analogamente,
la diversità innegabile con il suo successore non autorizza - nemmeno
dal punto di vista storico - la contrapposizione con Giovanni XXIII che
venne costruita artificiosamente e che pesa tuttora sulla Chiesa,
minandone la continuità. Quella Chiesa che Pio XII seppe servire fino
all'ultimo e che ha il dovere di conservarne la memoria.
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