Andreotti. La vita di un uomo politico, la storia di un'epoca (Milano 2008) scritto dal notista politico
del "Corriere della Sera". Ne pubblichiamo uno stralcio tratto dal
secondo capitolo.
"Andreottino" aveva una freccia d'oro nel
proprio arco: era stimatissimo da Pio XII. E per il pontefice lui
nutriva un'autentica venerazione.
Era affascinato da quella figura alta e sottile, ieratica, severa.
Eugenio Pacelli ricambiava la disponibilità e la devozione del
presidente della Fuci accordandogli grande fiducia e trattandolo con
una confidenza invidiatissima (...) Era il leader dei giovani cattolici
affiliati all'associazione che veniva definita "la pupilla del papa".
Ed era anche un ragazzo attento a quanto si muoveva ai margini dei
gruppi religiosi ufficiali. Costituiva un'antenna preziosa,
intelligente e discreta, per captare i fermenti che affioravano nel
mondo cattolico romano.
Ce n'erano. C'era soprattutto la saldatura, avvenuta nel 1940,
tra gli iscritti al circolo "Dante e Leonardo", come Adriano Ossicini e
Paolo Pecoraro, futuro sacerdote, e gli ex studenti del liceo Visconti
che gravitavano intorno alla "Scaletta". Erano schegge dell'Azione
cattolica, che però tendevano a rifiutare l'atteggiamento della Chiesa
verso il fascismo. Non volevano condannare moralmente il regime, ma
sparargli addosso. Non erano marxisti, ma li attirava l'idea di un
abbraccio tra cattolici e comunisti per buttar giù Mussolini. Si
definivano movimento della Sinistra cristiana, avevano dato vita a un
"Partito cooperativista sinarchico". E rappresentavano un assillo
costante per il papa, terrorizzato all'idea che la malattia del
comunismo contagiasse la gioventù cattolica.
Franco Rodano, Fedele D'Amico, Marisa Cinciari, Luciano Barca, Tonino
Tatò, Silvia Pintor (sorella di Luigi, futuro fondatore del quotidiano
"il manifesto") non nascondevano di avere contatti con il movimento
comunista clandestino. E Andreotti cercò di cucire una tela di dialogo
per non farli precipitare nell'inferno ideologico. Diventò non solo il
loro interlocutore, ma di fatto il tramite fra la Santa Sede e quei
ragazzi "in errore grave", ma che il papa considerava "in buona fede".
In Vaticano, quel suo ruolo di mediazione gli procurò l'accusa tipica
della curia, di "comunisteggiare". Giulio il papalino si sta
corrompendo - si malignava sottovoce -, scivola a sinistra.
Forse avevano letto un paio di suoi articoli di fondo usciti su
"Azione Fucina" il 25 luglio e il 25 ottobre 1942. Erano editoriali sul
magistero sociale della Chiesa. Si delineava una terza posizione
cattolica fra marxismo e capitalismo: ma con una forte critica verso
l'egoismo dei ricchi e un larvato nostra culpa per
i ritardi culturali del mondo cattolico. Andreotti ricordava "la
propaganda bolscevica (...) quella figura - riprodotta in giornali e
riviste - del Cristo posto tra un gruppo di minimizzati "proletari" e
un manipolo di "capitalisti"" scriveva il 25 luglio in un articolo
intitolato Verso i poveri. "Gesù", faceva notare Andreotti "era
rappresentato in atto di coprire gli occhi dei poveri per dar modo ai
ricchi di togliere dalle loro tasche anche l'ultimo soldo; sotto, la
scritta "Il Paravento"". La cosa singolare è che Andreotti sembrava in
qualche modo giustificare quella propaganda. "Non ci siamo resi conto
che molto tardi di questo aspetto più strettamente sociale del problema
della evangelizzazione nel mondo (...) osserviamo solo" aggiungeva "che
accanto al socialismo ateo c'è, senza dubbio, anche un ateismo - non
meno accentuato - del capitalismo egoista, di fronte al quale la
condanna è parimenti netta e severa". Era una vera filippica contro le
deviazioni filocapitaliste di una parte del mondo cattolico, e una
difesa appassionata delle ragioni dei poveri. "La dottrina della
proprietà assoluta è un'offesa all'ordine della natura ed è
storicamente non secondaria causa del sorgere del comunismo" scriveva.
Tra i rimedi indicava la predicazione del pensiero sociale della
Chiesa, "l'obbedienza alla Chiesa e al papa" e "un grande amore per i
poveri". Citando L'appello ai ricchi apparso su "L'Osservatore
romano" e firmato da Giorgio La Pira, propugnava un "programma
rivoluzionario ma non riservato a pochi eletti".
Andreotti fu costretto a scegliere molto presto, però. Nel 1943
il Movimento dei cattolici comunisti stringeva i propri rapporti con il
Pci, al punto che molti dei suoi membri venivano considerati una sorta
di corrente esterna di quel partito. Rodano e i suoi manifestavano
l'intenzione di far proseliti proprio in ambienti come quello della
Fuci: e questo per il Vaticano era ancora più pericoloso. Sul giornale
del gruppo, "Pugno chiuso", una testata emblematica, Rodano rivolse un
appello ai cattolici. La polizia arrestò tutti i redattori. Ma Rodano
si salvò grazie all'ospitalità di Sergio Paronetto, un dirigente
dell'Iri che Andreotti aveva conosciuto tramite De Gasperi: erano
stati insieme a casa sua, in via Reno, al quartiere Trieste. La rete
delle amicizie e delle solidarietà teneva ancora, a dispetto delle
crescenti divergenze.
Fu chiaro quando, nella primavera di quell'anno, i giovani della
Sinistra cristiana tentarono una manifestazione in piazza San Pietro e
furono di nuovo arrestati. Ossicini non venne rilasciato come gli
altri: rimase a Regina Coeli, in segregazione. E Andreotti, il
"giovane vecchio" malato di prudenza, fece per lui una cosa
imprevedibile: corse al Viminale per chiedere che fosse scarcerato,
senza riuscire neanche a farsi ricevere. Non era ancora nessuno. E per
tutto il periodo in cui Ossicini rimase in prigione, gli portò le torte
di frutta che gli preparava la madre Rosa. "Sono stato l'unico a godere
in contemporanea del Soccorso rosso e del Soccorso vaticano" raccontava
Ossicini mezzo secolo dopo.
Ma il "Soccorso vaticano" lo doveva sorprendere di nuovo per il
tempismo con il quale gli fece arrivare 6.000 lire il 24 luglio 1943,
appena uscito da Regina Coeli. Giulio aveva fatto funzionare i suoi
buoni rapporti col papa. E non soltanto in quell'occasione: era
riuscito anche a evitare una condanna papale in pubblico contro i
cattolici comunisti. Sapeva che Pio XII avrebbe parlato a un gruppo di
operai, e lo cercò senza riuscirci. Gli lasciò un bigliettino
chiedendogli di non toccare l'argomento. Papa Pacelli lo accontentò.
Vedendolo alcune settimane dopo a un'udienza, fissò negli occhi
Andreotti e gli chiese: "Andava bene?".
Andava bene, ma era l'ultima volta. La frattura con il movimento
della Sinistra cristiana stava per subire un'accelerazione. Il progetto
politico democristiano prendeva forma man mano che si intuiva il
tramonto fascista. Pio XII era meno incline a fare lo spettatore di
fronte a un dialogo semieretico fra il presidente della Fuci e quella
razza ibrida e inquietante di marxisti-cristiani. E poi, Andreotti
aveva tirato un colpo gobbo che aveva fatto irritare il papa: una
lettera apparsa su "Azione Fucina" nell'estate del 1943. Era firmata
Rino Cameracanna: un nome fittizio, pare, dietro il quale si
nascondeva "Giulietto" in persona.
E il contenuto puzzava di eresia. Cameracanna chiedeva quale
atteggiamento dovessero tenere i cattolici davanti a una rivoluzione.
Notava che l'elevazione sociale ed economica delle classi povere
equivaleva a un'ascesa del "quarto stato, il popolo, al potere". Si
spingeva a dire che l'enciclica Rerum Novarum forse
era "condizionata e motivata dal manifesto dei comunisti".
Contrapponeva al gradualismo della dottrina sociale della Chiesa e dei
messaggi pontifici la forza della rivoluzione. Era solo una lettera, ma
la sua pubblicazione rappresentava una scelta precisa. E nella risposta
Andreotti si limitò a invitare il misterioso Cameracanna a leggere il
quindicinale. Per il resto, "nessuno dei due darà del lavoro ai padri
del Santo Uffizio". In realtà, i Cameracanna che con altri nomi
militavano nel gruppo dei cattolici comunisti erano già all'indice.
L'ombra del Pci ormai si allungava sull'esperienza della Sinistra
cristiana. Il 16 ottobre 1943 Andreotti scrisse a Rodano, ed era un
congedo dal dialogo di quegli anni. Un congedo amichevole, nel quale
Giulio faceva notare con tono di rimprovero che gli era stato fatto
credere che si trattasse di un movimento culturale; che aveva difeso
Rodano, Ossicini e gli altri al punto che "a qualcuno è sorto finanche
il sospetto che io appoggiassi una causa nella quale ero coinvolto".
Gli avevano procurato non poche grane, inutile nasconderlo. E adesso
era il momento di guardarsi in faccia, di ricapitolare e di salutarsi
da buoni amici, ma anche da avversari politici. Lo ordinava il papa, e
lo chiedeva la futura Dc degasperiana.