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il “Cammino neocatecumenale”
Il “segno” che divide
di VITTORIA PRISCIANDARO
Davide è stato battezzato la notte di Pasqua. «L'ho visto venire al mondo e quando è stato immerso nel fonte battesimale mi è sembrata una nuova nascita». È un papà ancora commosso, Alberto. Si tratta del quarto figlio, ma in questi casi non si può parlare di abitudine. Il signor Pellone ha 34 anni, una moglie, Luisa, di 31. Entrambi napoletani, da 15 anni seguono il cammino neocatecumenale e da quattro sono anche catechisti. «Sono sempre stato quello che si dice “un ragazzo di Chiesa”. Frequentavo la parrocchia, ma la mia era una fede molto vicina alla superstizione», racconta Alberto. Poi, un giorno, durante la Quaresima dell’83, l'incontro con “il Cammino”. Il parroco propone alla comunità di seguire un corso di catechesi per adulti. In tanti rispondono. «È stata la riscoperta di una liturgia viva, di una Parola non più solo ascoltata, ma che parla alla vita, di un Dio padre che mi ama così come sono». Per Alberto è l'inizio di una vita nuova. Sposa Luisa, si trasferisce a Roma e, ironia della sorte, trova lavoro come portiere in via della Conciliazione 1, nel palazzo dell'Azione cattolica italiana. Che effetto fa lavorare per la “concorrenza”? «Credo che un neocatecumenale, tempo permettendo, possa far parte dell'Ac o degli scout senza problemi: il nostro è un cammino, infatti, non un'associazione. È un itinerario per riscoprire il proprio Battesimo, per rinascere in Cristo, proprio come Davide». Alberto non ha dubbi sulla bontà del Cammino. E come lui sono tanti coloro che in ogni continente scommettono, facendo anche scelte di vita molto radicali, sulla realtà nata 35 anni fa nella baraccopoli di Palomeras Altas, alla periferia di Madrid. Eppure oggi nessuna aggregazione ecclesiale, forse, è così controversa nella Chiesa cattolica quanto questa. E mentre i detrattori del Cammino vivono quasi come un dovere morale la necessità di testimoniare contro, dall'altro lato, a parte alcune eccezioni, si fa la scelta del silenzio stampa. Anche per questo servizio alcuni responsabili dei neocatecumeni interpellati hanno opposto una grossa resistenza a rilasciare dichiarazioni. Alla fine il dottor Giampiero Donnini, referente italiano, aveva accettato di rilasciare un'intervista via fax, che però non ha mai avuto risposta. «Il Cammino attende l'approvazione dello Statuto, deve stare attento a non fare passi falsi. È un momento delicato», osserva una persona bene informata. «Già più di una bozza è stata bocciata. In realtà i neocatecumeni vorrebbero lasciare le cose così come sono, senza nessun tipo di struttura giuridica. Ma visto che l'ha chiesto il Papa...». È un giovane artista spagnolo, Kiko Argüello che, a partire dalla sua intensa esperienza di convertito in età adulta, pensa alla proposta di un itinerario di fede centrato sulla riscoperta del Battesimo. Nasce così “il Cammino”, un percorso dai tempi lunghi, anche venti anni, diviso in sei tappe, dall’”annuncio del Kerygma” alla “rinnovazione delle promesse battesimali”. Ben presto l'esperienza di Kiko, cui si aggiunge quella di Carmen Hernandez, giovane chimica, laureata in Teologia, si diffonde in tutto il mondo. Secondo gli ultimi dati le comunità esistenti, tra le 30 e le 50 persone ciascuna, sarebbero circa 15 mila in 4.500 parrocchie di 820 diocesi distribuite tra 101 nazioni dei cinque continenti. Nel ‘90 una lettera di incoraggiamento del Pontefice a monsignor Josef Cordes, incaricato ad personam per l'apostolato delle comunità neocatecumenali - («Accogliendo la richiesta rivoltami riconosco il Cammino neocatecumenale come un itinerario di formazione cattolica, valida per la società e i tempi odierni»), - viene accompagnata da una nota redazionale pubblicata su Acta Apostolicae Sedis: «L'intento del santo padre, nel riconoscere il Cammino neocatecumenale come valido itinerario di formazione cattolica, non è quello di dare indicazioni vincolanti agli ordinari del luogo, ma soltanto di incoraggiarli a considerare con attenzione le comunità neocatecumenali, lasciando tuttavia al giudizio degli stessi ordinari di agire secondo le esigenze pastorali delle singole diocesi». La nota non è casuale: il rapporto con la Chiesa locale è infatti il vero nodo del Cammino, come dimostrano alcuni episodi. Nel ‘96 in Inghilterra monsignor Mervyn Alexander, vescovo di Clifton, fa partire un'inchiesta, in seguito alla quale si forma il Pash (Parishioners against a secret church) «formato da cattolici fedeli al Vaticano Il che temono l'influsso reazionario che viene da alcuni nuovi movimenti come i Neocatecumenali», racconta uno dei promotori, Ronald Haynes. In Italia ex neocatecumeni, preti e laici, organizzano convegni, raccontano le loro esperienze e pubblicano documenti su Internet, mentre diversi vescovi tentano in qualche modo di chiarire qual è il ruolo del Cammino nelle diocesi: interviene monsignor Foresti, di Brescia; e poi i cardinali Pappalardo, Saldarini e Piovanelli che si soffermano in particolare sulla figura del parroco e sul suo coinvolgimento nel Cammino. La Conferenza episcopale pugliese scrive una lettera sottolineando il ruolo dei catechisti («in occasione degli scrutini per i vari passaggi devono astenersi dall'entrare nel campo più intimo delle coscienze»), il problema dell'eucaristia settimanale («le comunità ritengono indispensabile una celebrazione a esse riservate»), la veglia pasquale («uno dei punti di frizione più frequenti»). Un equivoco di base, secondo alcuni, è che i neocatecumeni rischiano di considerare “il Cammino” non una realtà tra le altre, ma “la” nuova Chiesa. «Il Cammino neocatecumenale va riconosciuto come un dono dello Spirito alla sua Chiesa, ma l'inserimento del Cammino nella vita delle parrocchie va seguito con grande attenzione», dice monsignor Pietro Nonis, vescovo di Vicenza, che nel novembre '96 indirizzò una lettera ai parroci e ai superiori religiosi di comunità in cui è presente il Cammino. Oggi, dichiara Nonis «la mia posizione rimane immutata. Nella nostra situazione, fatta di parrocchie piccole, con un tessuto pastorale delicato e ricco di varie esperienze, quella del Cammino deve restare una della proposte di fede, e non diventare di fatto la scelta prevalente o addirittura totalizzante. Su questo tema non ho mai trovato l'opposizione di principio dei responsabili del Cammino. Quello che poi accade nelle singole situazioni dipende in gran parte dall'equilibrio pastorale dei parroci e dalla loro capacità di procedere in armonia con la Chiesa diocesana e di sviluppare effettivamente la partecipazione di tutti, nella comunione e nella corresponsabilità». Abbiamo chiesto ai parroci di raccontare la loro esperienza. Numerosi sacerdoti interpellati «per opportunità», tacciono o preferiscono l'anonimato. Don Renato De Simone, di Napoli, parla invece senza problemi. A Santa Maria Apparente il Cammino è nato durante il terremoto dell'80. «Oggi abbiamo sei comunità che hanno prodotto vocazioni sacerdotali e operatori pastorali». Don Renato conviene che, «proprio perché questa esperienza arriva anche ai cosiddetti lontani, è reale il rischio che alcuni neocatecumeni abbiano una visione un po' fanatica, tipica del neofita». Ma, secondo De Simone, tutto sta al parroco che «deve “perdere” il suo tempo con queste persone e non può lasciare che vadano avanti da sole». Ma non c'è il rischio che il parroco venga monopolizzato da questa realtà? «Il rischio c'è, e sta al sacerdote riuscire a mantenere un certo equilibrio». Per quanto riguarda l'accusa di una lettura fondamentalista della Bibbia. De Simone sostiene che «il metodo è quello dei Padri, la Parola che parla alla vita. E poi i catechisti vanno aiutati, il parroco deve accompagnarli nell'esegesi biblica. Perché all'inizio non sono particolarmente formati, ma durante il Cammino acquisiscono conoscenze di Teologia biblica, dogmatica, patristica». Insomma dopo vent'anni, nonostante alcuni limiti, don Renato non ha dubbi: «in quel personaggio stranissimo che è Kiko veramente passa l'esperienza del Signore». Di tutt'altro tenore il tono di un parroco della provincia di Roma, che preferisce l'anonimato «per non danneggiare ulteriormente i miei parrocchiani che stanno tentando di uscire dalla situazione drammatica provocata dal Cammino». Agli inizi degli anni '80, racconta, «cercavo una realtà che mi aiutasse a evangelizzare. Un altro parroco mi magnificò il Cammino e così invitai alcuni catechisti». Dopo i primi due anni, però, scatta un campanello di allarme: «Stava nascendo una comunità parallela. I catechisti facevano affermazioni teologicamente sbagliate e soprattutto erano loro a gestire la vita dei singoli, intervenendo nella sfera intima, senza nessun riguardo per la coscienza». L'incontro con i libri di padre Enrico Zoffoli e don Gino Conti, due sacerdoti che «hanno speso tutte le loro energie a confutare le eresie del movimento neocatecumenale», trasformano le impressioni del parroco in accuse circostanziate. «C'è una manipolazione delle persone che avviene lentamente, ma soprattutto durante gli “scrutini”, le confessioni pubbliche dei peccati, il pagamento della decima, che a un certo punto del Cammino i neocatecumeni sono tenuti a versare». Un altro punto “scottante” è la segretezza dei testi di formazione. Si tratta delle registrazioni delle catechesi fatte da Kiko e Carmen negli anni '70. Essendo in mano a tutti i catechisti, in forma di dattiloscritto, i testi hanno ormai una segretezza relativa, ma è pur vero che non sono reperibili per vie normali. «Non le pubblicano perché si tratta di eresie, lontane dal catechismo della Chiesa cattolica», sostiene la signora .... , uscita dal Cammino dopo 20 anni. I neocatecumeni sostengono invece che i testi servono a mo' di traccia e sono accessibili solo alle guide perché indicano un itinerario molto impegnativo: fatto conoscere anzitempo potrebbero spaventare le “matricole”, le quali, invece, al momento giusto affronteranno tranquillamente ogni tappa. Dove andrà a finire il Cammino neocatecumenale? Per capirlo, dice qualcuno, bisogna avere pazienza. E affidare alla sapienza millenaria di santa madre Chiesa la definizione di una realtà che comunque “lascia il segno”, suscitando forti passioni di segno opposto. |