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La formazione intellettuale e politica di Alcide De Gasperi
 Alcide De Gasperi, primo di quattro fratelli, nacque in una famiglia non certo ricca, che il padre Amedeo, gendarme, faticava a mantenere. Amedeo De Gasperi (o meglio, Degasperi, secondo la grafia originale) cercò comunque di assicurare ai figli una adeguata istruzione, riuscendovi grazie anche a esenzioni dalle tasse scolastiche e borse di studio messe a disposizione dal governo dell'Impero Austro-Ungarico per gli alunni capaci e meritevoli. Dopo aver ricevuto i primi rudimenti dell'educazione religiosa e secolare da don Vittorio Merler, nel 1891, all'età di dieci anni, Alcide entrò nel collegio vescovile di Trento, dove frequentò il ginnasio inferiore con ottimi risultati. Nell'anno scolastico 1896/97 si iscrisse all'Imperial Regio Ginnasio superiore di Trennto. Studente attento e diligente, si dimostrò particolarmente versato nelle materie umanistiche (italiano, latino, greco, tedesco e "propedeutica filosofica"). Superato brillantemente l'esame di maturità nell'estate del 1900, si iscrisse alla facoltà di Filologia dell'Università di Vienna, dove si laureerà nel luglio 1905 con una tesi sulla fortuna in ambito germanico di un'opera di Carlo Gozzi, I pitocchi fortunati.. Benché avesse fatto già qualche esperienza politica a Trento, partecipando al Congresso Antimassonico del 1896 e ai convegni cattolici di Cles (1898) e Pergine (1899), fu l'esperienza universitaria nella capitale dell'Impero a risultare decisiva per il destino di Alcide De Gasperi. Nell'ambiente cosmopolita di Vienna frequentò le associazioni studentesche cattoliche di diverse nazionalità, entrò in contatto con gli ambienti del cattolicesimo sociale austriaco e collaborò col quotidiano cattolico di Vienna, la "Reichpost". Tra gli insegnanti che ebbero maggiore influenza su di lui si può ricordare Ernst Commer (1847-1928), docente di teologia di orientamento neo-scolastico, che gli trasmise una concezione della Chiesa come società perfetta, che non necessitava di riforme e richiedeva l'unità dei fedeli coi loro pastori. Commer volle che De Gasperi lo accompagnasse a Roma nel 1902. Fu una esperienza importantissima per il giovane trentino, che ebbe modo di incontrare diversi esponenti di primo piano del movimento cattolico, tra cui don Romolo Murri e Antonio Fogazzaro. De Gasperi rimase colpito dal risveglio culturale e sociale del cattolicesimo sotto la guida di Leone XIII e si convinse che suo compito era quello di diffondere nel Trentino l'ideale democratico cristiano. Mostrò invece ben poca attenzione alla questione romana, che gli parve cosa di un passato ormai superato. Negli anni dell'università si precisò anche la sua concezione della nazionalità. Occorreva difendere e rafforzare la coscienza nazionale dei trentini, ma senza farla diventare un valore assoluto e senza negare i diritti delle altre etnie. De Gasperi non era certamente un irredentista alla Cesare Battisti. L'importante era per lui garantire le caratteristiche fondamentali della nazione trentina, prima fra tutte la religione cattolica, poi la lingua e le tradizioni. Poco importava che questo avvenisse nel Regno d'Italia piuttosto che nell'Impero d'Austria. All'irredentismo di liberali e socialisti contrapponeva la "coscienza nazionale positiva", cioè la difesa della nazionalità italiana nell'ambito del multietnico impero asburgico. Molto maggiore interesse destava in lui la questione sociale, che poté affrontare prima come direttore del quotidiano cattolico di Trento, Il Trentino", poi come consigliere comunale di Trento (1909) e infine come deputato al Parlamento di Vienna (1911). Qui De Gasperi si preoccupò soprattutto di ottenere provvedimenti favorevoli allo sviluppo politico, economico e sociale del Trentino, manifestando quella concretezza nell'azione politica che lo faceva rifuggire da roboanti dichiarazioni di principio per puntare alla sostanza. Lo stesso atteggiamento tenne nella sua prima breve esperienza al Parlamento italiano, dove era entrato nel 1921. Anche qui cercò di ottenere la più ampia autonomia per il suo Trentino, incontrando ostacoli da parte di un ceto politico e di una burocrazia legata al centralismo risorgimentale. L'esperienza nel Partito Popolare di don Sturzo, che gli toccò di guidare dopo l'allontanamento del sacerdote siciliano dalla segreteria del partito, gli fece comprendere come la democrazia dovesse essere difesa ogni giorno, senza cedimenti verso il fascismo, che aveva individuato nel PPI e in De Gasperi uno dei più pericolosi avversari. Fu durante il forzato esilio in patria durante il regime fascista che De Gasperi, ormai più che cinquantenne, attraverso studi e letture e l'attenta osservazione della realtà internazionale, completò la sua preparazione culturale e politica. La redazione delle "quindicine internazionali" per "L'Illustrazione Vaticana" gli permise di avere una visione delle vicende mondiali che pochi altri politici italiani ebbero. Si precisò così il rifiuto dei nazionalismi totalitari, la critica del sistema sovietico, condannato però più per la lotta contro la religione che per i risvolti economici e sociali, l'attenzione per l'esperimento del New Deal di Franklin D.Roosevelt negli Stati Uniti. Alla vigilia della caduta del fascismo De Gasperi poteva presentarsi con un bagaglio culturale e politico di tutto riguardo, che si basava sulla democrazia e sulla ricerca dell'accordo con gli altri paesi europei, nel quadro della fede cristiana, che doveva sempre stare alla base del suo pensiero e della sua azione.

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