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    December 07

    Diocesi di Vicenza

    Diocesi di Vicenza sull'applicazione del M.P.

    NOTA INFORMATIVA

    Vicenza, 16.09.07

    Riguardo all’entrata in vigore con il 14 settembre del Motu Proprio "Summorum pontificum" di Papa Benedetto XVI, l’Ufficio Stampa della Diocesi - vista la richiesta da parte di alcuni organi di stampa locali – comunica che detto documento non prevede alcuna specifica e necessaria indicazione o orientamento da parte dei vescovi. Non tocca né al Vescovo, né ai sacerdoti prendere l’iniziativa, ma ai fedeli interessati, i quali potranno chiedere al singolo parroco l’attuazione del Motu proprio secondo le norme stabilite, trovando in lui la persona chiamata a gestire, con serenità e spirito di benevola accoglienza, questa precisa richiesta di alcuni fedeli.
    Si può ricordare, in particolare, l’art. 5,§1 che recita: "Nelle parrocchie in cui esiste stabilmente un gruppo di fedeli aderenti alla precedente tradizione liturgica, il parroco accolga volentieri le loro richiesteper la celebrazione della Santa Messa secondo il rito del Messale Romano edito nel 1962". "Provveda a che il bene di questi fedeli si armonizzi con la cura pastorale ordinaria della parrocchia sotto la guida del Vescovo a norma del can. 392, evitando discordia e favorendo l’unità di tutta la Chiesa".
    Nel paragrafo 2 poi si precisa che "tale celebrazione secondo il Messale del beato Giovanni XXIII può aver luogo nei giorni feriali; nelle domeniche e nelle festività si può anche avere una celebrazione di tal genere". E nel paragrafo 7 si afferma che se "un gruppo di fedeli, di cui all’art.5§1, non abbia ottenuto soddisfazione nelle sue richieste da parte delparroco,ne informi il Vescovo diocesano che è vivamente pregato di esaudire il loro desiderio". Inoltre i parroci potranno anche tenere presenti le indicazioni che ilSanto Padre offre nella lettera ai Vescovi là dove afferma: "L’uso del Messaleantico presuppone una certa misura di formazione liturgica e un accesso alla lingua latina; sia l’una che l’altro non si trovano tanto di frequente". E aggiunge: "Già da questi presupposti concreti si vede chiaramente che il nuovo Messale (di Paolo VI) rimarrà, certamente, la via ordinaria del Rito Romano, non soltanto a causa della normativa giuridica, ma anche della reale situazione in cui si trovano le comunità dei fedeli".
    La sapienza pastorale e lo spirito di comunione ecclesiale dei sacerdoti e fedeli della Diocesi saprà trovare le vie più idonee per usufruire del Motu Proprio sia come stimolo per promuovere la forma ordinaria della liturgia secondo il Concilio Vaticano II, che rimane la via primaria e usuale da seguire, sia per accogliere le richieste di celebrazione nella forma straordinaria, secondo il Messale Romano del 1962, che rispettino i requisiti del documento.
    La Commissione diocesana per la formazione del clero e l’Ufficio liturgico diocesano hanno già avviato un programma di incontri di formazione liturgica per sacerdoti e fedeli.
    L’Ufficio liturgico diocesano, inoltre, è a disposizione per ogni eventuale chiarimento e indirizzo necessari.
    L’Ufficio Stampa della Diocesi

    stenico

    Il Papa non si interpreta mai

    di Monsignor Tommaso Stenico,
    da Petrus (22 settembre 2007)




    La stampa dà conto che nel Consiglio permanente della Conferenza episcopale italiana che ha avuto luogo nei primi giorni della settimana corrente a Roma, si è discusso del Motu proprio di Benedetto XVI “Summorum Pontificum” sulla Messa tridentina e della sua applicazione.

    Alcuni dei Vescovi presenti alla riunione, infatti, avrebbero espresso le loro critiche al documento chiedendo che la CEI preparasse una Nota interpretativa delle direttive papali per l’Italia. Ma l’iniziativa non è passata. Avrebbero manifestato la loro contrarietà Carlo Ghidelli, Vescovo di Lanciano-Ortona, Bruno Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto; Benvenuto Italo Castellani, arcivescovo di Lucca; il nuovo arcivescovo di Palermo Paolo Romeo; Felice Di Molfetta, Vescovo di Cerignola e presidente della Commissione episcopale per la liturgia. Secondo questi Presuli, il Motu proprio di Benedetto XVI rischierebbe di creare disagio perché l’ecclesiologia presente nel vecchio messale sarebbe "incompatibile" con quella scaturita dal Concilio Vaticano II. Proprio per questo, hanno chiesto alla CEI una Nota interpretativa del testo pontificio.

    Accolgo con rispetto le osservazioni di tali illuminati Pastori, ma concordo con chi alla Nota ha manifestato opposizione e sono felice che tale Nota non ci sia stata. Non so se per eccesso di zelo o per semplice dimenticanza, ma tali Pastori illuminati non ricordano o non hanno presente che la Nota richiesta esiste e l’Autore è lo stesso Papa Benedetto.

    Ricordo che qualcuno aveva detto che la Lettera papale che accompagnava il Motu Proprio era più lunga dello stesso Motu proprio. Personalmente avevo visto in questa “maggior lunghezza” tutta la trepidazione, la sollecitudine, la preoccupazione del Papa perché il suo gesto di apertura al dialogo e alla comunione fosse rettamente inteso. E con tali sentimenti Benedetto XVI scriveva: «Con grande fiducia e speranza metto nelle vostre mani di Pastori il testo di una nuova Lettera Apostolica “Motu Proprio data” sull’uso della liturgia romana anteriore alla riforma effettuata nel 1970. Il documento è frutto di lunghe riflessioni, di molteplici consultazioni e di preghiera”. Il Papa era ben consapevole delle “reazioni molto divergenti tra loro che vanno da un’accettazione gioiosa ad un’opposizione dura». E il Vescovo di Roma cerca subito di centrare il fulcro dei dubbi: «C’è il timore che qui venga intaccata l’Autorità del Concilio Vaticano II e che una delle sue decisioni essenziali – la riforma liturgica – venga messa in dubbio. Tale timore è infondato». E con grande delicatezza il Papa ribadisce la forma ordinaria della Liturgia Eucaristica voluta dal Concilio e la forma extraordinaria del Missale Romanum, anteriore al Concilio stesso. Inoltre – dice il Papa – «non è appropriato parlare di queste due stesure del Messale Romano come se fossero “due Riti”. Si tratta, piuttosto, di un uso duplice dell’unico e medesimo Rito».

    Ma vi è un passo ulteriore che compie il Papa quando scrive che «queste Norme intendono anche liberare i Vescovi dal dover sempre di nuovo valutare come sia da rispondere alle diverse situazioni». Ma è al desiderio di «giungere ad una riconciliazione interna nel seno della Chiesa» che il Papa guarda con questo Motu proprio. E per questo nobile scopo egli invita a «fare tutti gli sforzi, affinché a tutti quelli che hanno veramente il desiderio dell’unità, sia reso possibile di restare in quest’unità o di ritrovarla nuovamente». Ai Vescovi, il Papa assicura che «queste nuove norme non diminuiscono in nessun modo la vostra autorità e responsabilità, né sulla liturgia né sulla pastorale dei vostri fedeli. Ogni Vescovo, infatti, è il moderatore della liturgia nella propria diocesi (cfr. SC 22). Nulla si toglie quindi all’autorità del Vescovo il cui ruolo, comunque, rimarrà quello di vigilare affinché tutto si svolga in pace e serenità».

    In tutta onestà mi domando: una eventuale Nota della CEI, cosa avrebbe potuto aggiungere?

    Cei Tornielli

    ALLA CEI, TRE GIORNI DI DISCUSSIONE
    SULLA MESSA ANTICA


    Da lunedì pomeriggio fino a mercoledì mattina i trenta vescovi del Consiglio permanente della Cei hanno discusso del Motu proprio. Tutti i retroscena del dibattito avvenuto a porte chiuse.
    Ci sono stati vescovi che hanno criticato la decisione papale (tra questi gli arcivescovi Bruno Forte, di Chieti-Vasto, Paolo Romeo, di Palermo, e Carlo Ghidelli, di Lanciano-Ortona), chiedendo che la Cei pubblicasse un documento interpretativo per l’Italia. Bagnasco, Ruini, Scola e Caffarra sono intervenuti in difesa del Papa e della sua decisione.
    Alla fine la proposta non è passata e dunque non ci saranno interpretazioni ufficiali (e restrittive) del Motu proprio.
    Intanto a Milano permane il divieto di celebrare col rito antico. Ma qualcosa si muove: all’Università Cattolica l’assistente, monsignor Gianni Ambrosio, celebrerà ogni settimana una messa in rito romano antico per studenti e professori…



    I VESCOVI LITIGANO SULLA MESSA IN LATINO
    MA NON PASSA LA LINEA ANTI RATZINGER

    di ANDREA TORNIELLI

    È stato un dibattito acceso, per molti versi simile a quello avvenuto la scorsa primavera sull’opportunità di pubblicare la famosa Nota sui Dico, segno che si tratta di una questione scottante: da lunedì pomeriggio fino a mercoledì mattina il Consiglio permanente della Cei ha discusso animatamente del Motu proprio di Benedetto XVI sulla messa antica e della sua applicazione. Alcuni dei vescovi presenti alla riunione, infatti, hanno manifestato le loro critiche al documento chiedendo che la Cei preparasse una Nota interpretativa delle direttive papali per l’Italia. Ma l’iniziativa non è passata.
    Il «Parlamentino» dei vescovi, al quale partecipano trenta presuli italiani, presieduto da Angelo Bagnasco, si è riunito lunedì pomeriggio. Dopo la prolusione del presidente, che conteneva un ampio paragrafo sul Motu proprio, ma anche apriva la discussione su altri argomenti, gli interventi si sono concentrati solo sulla messa tridentina. Il dibattito è avvenuto a porte chiuse, ma secondo le indiscrezioni raccolte dal Giornale alcuni dei prelati hanno manifestato la loro preoccupazione per l’applicazione del documento del Papa, entrato in vigore lo scorso 14 settembre, che liberalizza l’uso del messale antico. Tra questi Carlo Ghidelli, vescovo di Lanciano-Ortona, che ha preso la parola più volte. Insieme a lui e sulla stessa linea erano anche Bruno Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto; Benvenuto Italo Castellani, arcivescovo di Lucca; il nuovo arcivescovo (e futuro cardinale) di Palermo Paolo Romeo; Felice Di Molfetta, vescovo di Cerignola e presidente della Commissione episcopale per la liturgia. Quest’ultimo aveva appoggiato, nei mesi scorsi, la lettera inviata al Pontefice da un gruppo di liturgisti italiani per chiedergli di non procedere con la liberalizzazione dell’antico rito. Nei loro interventi hanno sottolineato come il Motu proprio di Benedetto XVI rischi di creare disagio perché l’ecclesiologia presente nel vecchio messale sarebbe «incompatibile» con quella scaturita dal Concilio Vaticano II. Proprio per questo, hanno chiesto che la Cei preparasse un documento interpretativo del testo papale. E si può ben supporre che sperassero in un’interpretazione restrittiva.
    Dopo i contrari, però, si sono levati i commenti a favore. Il presidente Bagnasco e i cardinali Camillo Ruini, Carlo Caffarra e Angelo Scola sono intervenuti difendendo il Motu proprio «Summorum Pontificum» e il gesto di riconciliazione in favore dell’unità della Chiesa sotteso alla decisione di Benedetto XVI. Si è riproposto, all’interno del Consiglio permanente della Cei, qualcosa di simile a quanto avvenuto alla fine del marzo scorso, quando, alcuni dei vescovi presenti, dubbiosi sulla Nota riguardante i Dico, avevano cercato di ammorbidirne la portata «politica». Questa volta, invece, c’era la volontà di pubblicare un testo per un’interpretazione «italiana» delle parole del Papa. Allora come oggi sono stati decisivi gli interventi di alcuni porporati, primo fra tutti l’ex presidente della Cei Ruini.
    Anche senza documento della Cei, il processo «interpretativo» del Motu proprio è in atto e le diocesi si comportano nel modo più vario. Il vescovo di Albenga Mario Oliveri, due giorni fa ha pubblicato una lettera presentando positivamente il Motu proprio e richiamando alla necessaria cura per la celebrazione di qualsiasi messa. Ribadisce invece la sua posizione - vietando l’applicazione delle direttive papali al vecchio rito ambrosiano - la diocesi di Milano guidata dal cardinale Dionigi Tettamanzi. Il suo vicario, Luigi Manganini, ha ribadito nei giorni scorsi al clero la decisione, restringendo anche l’applicazione del Motu proprio nelle zone della diocesi dove vige il rito romano in quanto non ci sarebbero gruppi stabili di fedeli (nonostante da 23 anni sessanta persone assistano ogni domenica alla messa in ambrosiano antico alla chiesa del Gentilino e a Seregno vi sia una celebrazione domenicale dei lefebvriani). Ma anche sotto la Madonnina chi può si organizza: una messa antica (in rito romano) sarà celebrata settimanalmente da monsignor Gianni Ambrosio all’interno dell’Università Cattolica.

    Diocesi di Albenga imperia

    Documento del Vescovo di Albenga-Imperia Mons. Oliveri

    19/09/2007

    Presentazione del Motu Proprio “Summorum Pontificum”
    indicazioni per l’applicazione in Diocesi

    La riflessione che abbiamo compiuto questa mattina sulla natura immutabile della Liturgia rende facile ed agevole la comprensione del significato e del valore del Motu Proprio “Summorum Pontificum” circa la celebrazione della Santa Messa in forma ordinaria secondo la riforma del Messale promulgata dal Papa Paolo VI, ed in forma straordinaria secondo il Messale del 1962 di Giovanni XXIII, che ha apportato semplici variazioni rispetto al Messale di San Pio V, o meglio, che ha introdotto le variazioni avvenute sotto il Pontificato di Pio XII.
    Il significato ed il valore – a mio giudizio di fondamentale importanza – del Motu Proprio di Benedetto XVI consiste nell’aver ricordato, implicitamente e sebbene “non expressis verbis” che la riforma liturgica, voluta e chiesta dalla Costituzione Conciliare “Sacrosanctum Concilium”, e quindi attuata sotto il Pontificato di Papa Paolo VI, non ha mutato la natura o la sostanza della Divina Liturgia, non ha toccato – non ha voluto farlo né lo poteva fare – ciò che appartiene all’essenza del Divin Sacrificio della Santa Messa: intatta è rimasta la Santa Messa in ciò che essa è per istituzione divina, intatta è rimasta la sua natura sacrificale (di vero Sacrificio, di vera ri-presentazione sacramentale del Sacrificio del Calvario, come anticipato da Cristo stesso nell’Ultima Cena, della Santa Cena sacrificale di Cristo con i suoi Discepoli, con quelli che Egli aveva scelti perché fossero i suoi Apostoli, con coloro che per sua volontà aveva chiamati a diventare capaci di rendere presente il Mistero di Cristo Salvatore, nel tempo e nello spazio, “donec veniat”, fino al compimento del Regno.
    Intatto dunque, e del tutto indispensabile affinché si realizzi sacramentalmente il Sacrificio di Cristo, è rimasto il ministero voluto dal Signore Gesù, il ministero del Sacerdozio santo, partecipazione del suo Sacerdozio, attraverso il quale soltanto può rendersi presente il Mistero di Cristo, può costituirsi la Nuova ed Eterna Alleanza, può costituirsi il Popolo della Nuova ed Eterna Alleanza, può attuarsi il culto spirituale gradito a Dio.
    Intatta, la riforma liturgica, ha lasciato la necessità che tutti i riti ed i segni liturgici manifestino il vero contenuto e la vera natura di ogni autentica azione liturgica, manifestino cioè che la Liturgia, ed in maniera eminente e suprema la Santa Messa, è azione di Cristo, è azione che avviene per mezzo del ministero sacerdotale, è azione tutta rivolta a Dio, alla Trinità Santissima, è azione che prende tutti coloro che rigenerati dalla Grazia della Redenzione diventano capaci di diventare, in Cristo, offerta gradita al Padre, diventano addirittura oggetto del compiacimento del Padre (il Quale pone nel Figlio tutto il suo compiacimento, compiacimento che si riversa su tutti quelli che sono del Figlio, che sono di Cristo).
    Chi potrebbe ragionevolmente negare che tutte queste caratteristiche emergevano con evidenza nella Celebrazione della Divina Liturgia prima della riforma liturgica?
    Sono esse diventate meno evidenti con la riforma liturgica? Se qui e là è, ahimè, avvenuto non è certamente in forza della volontà del Concilio e dell’Autorità della Sede di Pietro che ha approvato la riforma liturgica, ma è perché l’interpretazione e l’applicazione concreta delle variazioni generate dalla riforma liturgica, qui e là, da parte di non pochi, non sono state attuate secondo la lettera, né secondo la “mens” della Costituzione Conciliare, sono avvenute sotto l’influsso e la spinta di una visione liturgica incompleta e talvolta anche errata (quasi come se si fosse davvero cambiata la concezione di che cosa è la Liturgia, di che cosa è la Santa Messa). Non ha forse dovuto il Papa Giovanni Paolo II, con l’Enciclica “Ecclesia de Eucharistia” richiamare con forza il carattere sacrificale della Santa Messa, la verità della mirabile “transustanziazione”, e quindi della verità della presenza nell’Eucaristia, vera, reale e sostanziale del vero Corpo e del vero Sangue di Cristo, dunque di Gesù Cristo vivo e vero, dunque del suo vero Sacrificio, dunque del vero Pane di Vita eterna?
    Per quale ragione, secondo la vera riforma liturgica, sarebbe - per esempio - diventato necessario celebrare anche la parte più specificamente eucaristica della Santa Messa, cioè la parte consacratoria e sacrificale, in modo che il Sacerdote celebrante abbia il volto verso l’assemblea? In base a quale giustificazione, di testi conciliari e post-conciliari, chi avesse continuato a celebrare quella parte della Messa non rivolto al popolo veniva considerato di agire contro la riforma del Concilio? Contro il Concilio?
    Se pertanto la riforma liturgica non può essere espressiva di cambiamento di fede e di dottrina (circa il Sacrificio della Messa, circa la vera natura della Liturgia, circa la differenza essenziale del Sacerdozio ministeriale dal sacerdozio battesimale o comune a tutti i fedeli, a tutto il Popolo di Dio, circa l’adorazione dovuta all’Eucaristia nella celebrazione e fuori della celebrazione, circa – in una parola – a tutto ciò che la Chiesa ha creduto, professato ed insegnato sino al Concilio Vaticano II), se la riforma liturgica non può non essere espressiva di cambiamento radicale e sostanziale (NB. Che il Concilio Vaticano II non abbia voluto mutare, né abbia di fatto mutato, la Dottrina della Chiesa sulla Chiesa, e perciò su tutto ciò che appartiene alla sua vera realtà, è stato ribadito dalle risposte ai quesiti, riguardanti soprattutto la giusta interpretazione dell’espressione della Costituzione “Lumen Gentium”: “Ecclesia Christi subsistit in Ecclesia catholica”, pubblicati in data 29 Giugno 2007 dalla Congregazione per la Dottrina della Fede), allora è legittimo e doveroso chiedersi e ben comprendere qual è il fine per cui il Concilio Vaticano II ha voluto la riforma liturgica, ha voluto che ai riti, all’insieme dei segni e delle azioni liturgiche, fossero apportate delle variazioni (variazioni non sostanziali, non tali da toccare il contenuto immutabile della Divina Liturgia).
    Le variazioni e gli adattamenti voluti dal Concilio dovevano essere idonei a favorire la comprensione di ciò che veramente avviene nella Liturgia e la fruttuosa partecipazione di tutti i fedeli ai frutti sacramentali, spirituali e divini, della Liturgia. Dovevano, le correzioni, essere tali da raggiungere e muovere l’animo dei fedeli cosicché potessero accogliere con tutto l’animo l’azione divina che si attua nella Liturgia per mezzo dei segni sacramentali, per mezzo del mistero sacro, “per mano dei ministri” (come dice una bella delle espressioni della Tradizione Liturgica della Chiesa).
    Era certamente opportuno che le variazioni mostrassero alcune caratteristiche dell’azione liturgica, (soprattutto della Santa Messa), in verità non cancellate dal modo con cui la Liturgia era celebrata sino allora, ma che erano divenute meno percepibili, se non con l’ausilio di buona catechesi e di accorgimenti adeguati (come quello di provvedere messalini tradotti nella lingua parlata dal popolo). Soprattutto era opportuno che le variazioni sottolineassero che l’azione liturgica, azione divina che si rende presente attraverso il ministero sacerdotale, deve coinvolgere e rendere partecipi la mente e il cuore di tutta l’assemblea, che diventa non solo spiritualmente, ma anche visibilmente attiva.
    La riforma liturgica non ha avuto altra vera intenzione se non quella di avvicinare il più possibile tutti i fedeli alla ricchezza soprannaturale, immutabile, della Divina Liturgia, della celebrazione dei Divini Misteri, come la Chiesa l’aveva sempre custodita e proposta per la salvezza eterna di chi per mezzo della fede e dei sacramenti può davvero divenire nuova creatura in Cristo, membro del Popolo della Nuova ed Eterna Alleanza, figlio adottivo di Dio, erede della vita eterna.
    Ma è ovvio che tale processo di vera partecipazione ai Divini Misteri non si raggiunge soltanto per mezzo delle variazioni al rito liturgico, ma richiede catechesi adeguata, richiede il ricorso a tutto ciò che favorisce la fede e la consapevolezza nel popolo cristiano circa quello che veramente si realizza nella celebrazione della Divina Liturgia.
    L’avvicinamento della Liturgia alla vita del Popolo di Dio non avviene se essa sposa gesti e parole e modi di espressione più simili a quanto è in uso nella vita profana dell’uomo, nella sua vita nel secolo, ma se il Popolo coglie meglio che il vero contenuto di essa è tale da rendere nuova la sua vita, da rendere santa la sua vita, da rendere la sua vita conforme al disegno salvifico di Dio, da renderlo dunque capace di trascendere la vita nel tempo e nello spazio, immettendolo all’interno dell’adempimento dell’Eterno Mistero della Volontà di Dio. La Liturgia, e dunque la Chiesa stessa, è viva quando fa vivere i fedeli della vita divina, quando trasmette i doni soprannaturali della Grazia Divina, quando attraverso i suoi segni e parole (segni e parole desunti dalla Divina Rivelazione e dalla vita della Chiesa e dalla sua saggezza soprannaturale) raggiunge l’animo dell’uomo, lo afferra, lo possiede elevandolo sì che egli raggiunga il compimento della sua divina vocazione.
    Le variazioni in materia così grave e così vitale per la fede e per la vita cristiana, da sostenere e da nutrire, vanno sempre introdotte ed applicate con timore e tremore, mai alla leggera, mai superficialmente, mai dando la benché minima impressione di voler imitare ciò che avviene nella vita del mondo, ciò che appartiene alla vita profana.
    Albenga 19 settembre 2007
    + Mario Oliveri
    Vescovo di Albenga - Imperia

    Documento diocesi genova prima del motu proprio

    Precisazioni in merito ad una eventuale promulgazione di "Motu proprio" per facilitare l‘applicazione dell’Indulto sull’uso del Messale così detto di San Pio V

    29 novembre 2006

    Poiché recentemente nell'Arcidiocesi sono circolati commenti anche fuorvianti, a proposito di una eventuale promulgazione di Motu proprio per

    facilitare l'applicazione dell'Indulto sull'uso del Messale, così detto di San Pio V, si ritiene pastoralmente utile chiarificare quanto segue:

     

     

    1)     il Papa, in forza della sua suprema autorità, ha la facoltà di porre in essere atti giuridici e pastorali universalmente validi e vincolanti;

     

    2)     la celebrazione legittima e fruttuosa dell'Eucaristia richiede la piena comunione ecclesiale, di cui - in ultima istanza - è garante il Sommo Pontefice che personalmente ha ricevuto dal Signore Gesù Cristo la missione di confermare i fratelli nella fede (cfr. Lc. 22, 32; Mt 16, 17-19; Gv 21,15-18); quindi, è proprio il Vescovo di Roma a presiedere, con grande misericordia e gioia, la carità universale, non smettendo mai di cercare l'unità di tutti coloro che credono in Cristo;

     

    3)     il Concilio Vaticano II non ha abolito o chiesto di abolire la Messa di San Pio V; piuttosto ne ha chiesto la riforma dell'ordinamento come risulta in modo chiaro dalla lettura della Costituzione sulla Sacra Liturgia, capitolo III, numeri 50-58 (cfr. EV 1/86-106);

     

    4)     l'ampliamento dell'indulto riguardante la liturgia cosiddetta di San Pio V, non equivale in alcun modo a sconfessare il Concilio Ecumenico Vaticano II, né il Magistero dei Papi Giovanni XXIII e Paolo VI;

     

    5)     lo stesso Papa Paolo VI - che nel 1970 promulgò il Messale Romano, secondo le indicazioni del Concilio Vaticano II -, concesse personalmente a Padre Pio da Pietrelcina l'Indulto per continuare a celebrare, anche pubblicamente, la Santa Messa secondo il rito di San Pio V, sebbene, dalla Quaresima del 1965 fosse in attuazione la riforma liturgica;

     

    6)     già il Papa Giovanni Paolo II aveva offerto, il 3 ottobre 1984, con la Lettera "Quattuor abhinc annos" - della Congregazione per il Culto Divino (cfr. EV 9/1034-1035) -, la possibilità ai Vescovi Diocesani di usufruire di un Indulto, onde poter celebrare la Santa Messa usando il Messale Romano secondo l'edizione del 1962, promulgato da Papa Giovanni XXIII. Inoltre lo stesso Pontefice, col Motu Proprio: Ecclesia Dei adflicta, (2 luglio 1988 cfr. EV 11/1197-1205), stabiliva, tra le altre cose, in forza della sua autorità apostolica: "... dovrà essere ovunque rispettato l'animo di tutti coloro che si sentono legati alla tradizione liturgica latina, mediante un'ampia e generosa applicazione delle direttive, già da tempo emanate dalla Sede Apostolica, per l'uso del Messale Romano secondo l'edizione tipica del 1962";

     

    7)     nella Chiesa sono in vigore - ad incominciare dal IV secolo -, differenti liturgie o riti che, pur rispondendo a tradizioni e sensibilità diverse, esprimono la stessa fede cattolica; tale varietà è segno tangibile della vitalità della Chiesa cattolica;

     

    8)     il Concilio di Trento non volle unificare con atto d'imperio i riti allora esistenti nella Chiesa latina; infatti, in base al principio stabilito dallo stesso San Pio V - che su richiesta del Concilio attuava la riforma -, le chiese e gli ordini religiosi che da almeno due secoli avevano il loro proprio rito di veneranda tradizione, poterono conservarlo. Col passare degli anni, di fatto, il Rito romano si affermò ma mai in modo esclusivo; emblematico il caso del Rito ambrosiano diffuso in alcune valli del Ticino (denominate "Valli Ambrosiane"), in tutta l'Arcidiocesi di Milano ma, anche qui, con eccezioni: Monza, Trezzo, Treviglio;

     

    9)     due espressioni valide della stessa fede cattolica  - quella di San Pio V e quella di Paolo VI - non possono essere presentate come "esprimenti visioni opposte" e, quindi, tra loro inconciliabili;

     

    10)  in ambito liturgico, le decisioni e l'operato dei Papi - segnatamente Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI - e dei Concili - Tridentino e Vaticano II - non possono essere presentati in modo conflittuale e, tanto meno, alternativo fra loro.

    reazione vescovo di Como

    Il vescovo di Como: maggiore comunione

    di Mattia Bianchi/ 10/08/2007

    "L'obiettivo del Motu proprio del papa è offrire una maggiore comunione". Il vescovo di Como, monsignor Diego Coletti, interviene così nel dibattito sulla liberalizzazione del rito tridentino, voluta da Benedetto XVI.

    L'obiettivo del Motu proprio del papa è offrire una maggiore comunione. Il vescovo di Como, monsignor Diego Coletti, interviene così nel dibattito sulla liberalizzazione del rito tridentino, voluta da Benedetto XVI. Parlando nei giorni scorsi con i giornali locali, il prelato, per anni vescovo di Livorno, ha spiegato che “il vero cambiamento non è l'utilizzo del latino, ma la possibilità di richiedere di seguire il rito pre-conciliare” e che quindi, da settembre, “i parroci della nostra diocesi come di tutte le altre dovranno acconsentire a questa eventuale richiesta dei fedeli ove ci fossero le condizioni”.

    “La richiesta non può essere avanzata da singoli credenti o persone che all'improvviso maturano la scelta di voler partecipare a una messa secondo il rito pre-conciliare; - spiega il vescovo - si deve trattare di un consistente gruppo di fedeli che dimostri di avere un costante riferimento a questa spiritualità e liturgia”. Quindi, “si esclude la legittimità di una richiesta fatta nell'immediato, in base a motivi di tipo ideologico o di schieramento a favore della tradizione”. Obiettivo: “Offrire una maggiore comunione e il rispetto fraterno fra questi gruppi tradizionalisti” e aprire “spazi di rispetto e di accoglienza per sensibilità che non vanno immotivatamente castigate, favorendo sempre di più l'unità e la concordia fra i cristiani”.

    Mons. Coletti insiste molto sulla dimensione del rito, paragonando la richiesta del messale preconciliare alle esigenze “dei cristiani di rito orientale, cattolici non solo ortodossi”, ai quali “si farà di tutto per poter consentire la celebrazione dell'Eucaristia nel loro rito”. “Perché non è soltanto questione di lingua, - spiega - è una questione di gesti, di struttura del rituale, di calendario, di sottolineature spirituali. Questo non dovrebbe scandalizzare nessuno, perché la Chiesa cattolica è bella proprio perché è varia”.

    reazione allla summorum pontificum del vescovo di frosinone

    Carissimi fratelli di questa amata Diocesi di Frosinone - Veroli - Ferentino,

    ho ricevuto lo scorso 19 luglio, il testo del Motu proprio "Summorum Pontificum" con cui il Santo Padre Benedetto XVI ha promulgato la opportunità di celebrare la S. Messa
    secondo il rituale di S. Pio V nella edizione voluta dal B. Giovanni XXIII.

    Ciò che mi ha colpito in questa pubblicazione sono alcune pagine che, sono pubblicate in appendice al Motu proprio, con le quali il Santo Padre si rivolge direttamente a noi Vescovi, chiedendoci di condividere la sua ansia pastorale e il suo amore per l'unità della Chiesa.

    Ho ritenuto perciò importante rispondere al Santo Padre a nome di tutta la Chiesa
    di Frosinone - Veroli - Ferentino, con il testo che qui di seguito viene pubblicato.

    Vi esorto ad accogliere di buon animo le indicazioni del nostro Pastore,
    nella ricerca del bene comune e della comunione tra tutti noi e vi benedico dal profondo del cuore.

    Frosinone 25 luglio 2007

    + Salvatore Boccaccio




    Frosinone 25 luglio 2007

    Beatissimo Padre, a nome mio personale e a nome di questa Chiesa di Frosinone - Veroli - Ferentino che mi è affidata, sento il bisogno di esprimere i più devoti ringraziamenti per il Motu proprio "Summorum Pontificum" con cui Vostra Santità ha voluto offrire alla Chiesa l'opportunità di utilizzare nella celebrazione della S. Messa il venerabile rito in lingua latina promulgato da San Pio V e nuovamente edito nel 1962 dal Beato Giovanni XXIII.
    Comprendo pienamente lo sforzo di Vostra Santità di operare, anche per mezzo del Motu Proprio, una riconciliazione interna nel seno della Chiesa attraverso una illuminata disposizione che, mentre nulla rinnega della ricchezza apportata alla Liturgia dal Concilio Vaticano II, ribadisce la sacralità e la dignità di una forma celebrativa che costituisce un intramontabile patrimonio a cui sarebbe insano rinunciare.
    Condivido poi senza riserve, l'intuizione di Vostra Santità circa le due forme di celebrazione della Liturgia romana che, laddove vissute in piena comunione ecclesiale e senza pericolosi preconcetti e chiusure, potranno arricchirsi a vicenda favorendo uno stile celebrativo che, senza cedere al formalismo, salvaguardi, insieme all'attiva partecipazione di tutti i fedeli, la dignità delle celebrazioni. Voglio poi esprimerLe, Santo Padre, tutta la mia riconoscenza per il tono affettuosissimo e paterno con cui si è rivolto a noi Vescovi nella lettera che ha accompagnato il documento.
    Ho interpretato questa confidenza come una commovente espressione di quella Collegialità che ci rende unum in Christo.
    In piena unione con il mio Presbiterio Le garantisco, Padre Santo, che nelle situazioni concrete sapremo far tesoro delle preziose indicazioni offerteci dal Motu Proprio, e nello spirito vero del Concilio Vaticano II, sapremo unire nova et vetera nel canto d'amore eterno che è la Liturgia.
    Nel porgere a Vostra Santità i miei filiali saluti, invoco per questa mia Chiesa particolare l'apostolica benedizione come sostegno ed incoraggiamento ad essere sempre più nel nostro agire e nel nostro essere "un Sacrificio vivente gradito a Dio", una Lode vivente al Signore!

    + Salvatore Boccaccio
    Vescovo